
Una storia di contrasti e differenze, una storia di tabù violati e di rapporti insoliti. Terzo capitolo della trilogia delle Veneri.
LA VENERE DEL DELTA
1
“Ho bisogno di staccare. Me ne vado da qualche parte. Spengo il telefono.”
Lo comunicai ai miei colleghi al termine di un periodo intenso e per fortuna produttivo di lavoro. E il giorno dopo mi misi in auto, senza sapere dove andare. Ripescai dalla tasca del sedile un vecchio atlante stradale, tutto sdrucito e ormai ben poco aggiornato. Lo sfogliai in cerca di un posto in cui ritirarmi per una settimana, un posto lontano da tutti. Dopo qualche minuto pensai di averlo trovato. Impostai la località nel navigatore e partii.
Dopo qualche ora di viaggio il paesaggio cominciò a diventare quello che cercavo. Strade vuote, campi a destra e sinistra, case sparse. Un argine di un fiume, un ponte, zone paludose. Il cartello con il nome di quell’ultimo paese mi accolse quasi con sospetto. Non era un posto da turisti. Ce n’erano nei dintorni, come ormai ovunque, ma non in quel paese scomodo e lontano da tutto.
Parcheggiai in quella che forse era la piazzetta principale. Scesi dall’auto. Faceva caldo, molto caldo, era primo pomeriggio. Non si vedeva nessuno in giro. Le cicale componevano una colonna sonora quasi assordante. Andai un po’ a zonzo per ambientarmi. Poteva essere il posto giusto.
Trovai quello che sembrava un bar, anche se non aveva l’insegna fuori. Un vecchietto era seduto all’ombra sotto la tettoia.
“Buongiorno. Sa se c’è un albergo da queste parti?”
“Un albergo? No. C’era ma ha chiuso. Non veniva nessuno.”
“Quindi non c’è possibilità di alloggiare in paese?”
Il vecchietto ci penso un po’. Poi si rallegrò che la sua memoria funzionasse ancora e trionfante mi informò:
“C’è un affittacamere. Dalla Rosa.”
Mi diede delle informazioni approssimative su come trovarlo, ma confidavo che non sarebbe stato difficile trovarlo tra le poche vie che componevano l’abitato. Camminai un po’ e lo trovai. Una casetta a due piani con un giardino fuori e una piccola insegna: “Affittacamere la Rossa”. La memoria del vecchietto non era perfetta.
Suonai. E aspettai. Si aprì la porta e nell’ombra una testa si affacciò.
“Buongiorno, cercavo un alloggio, una camera. C’è posto?”
“Sì, certo. Benvenuto. Per quante notti?”
“Mah… ancora non lo so esattamente. Una settimana forse.”
Colsi un gesto di sorpresa. Non dovevano essere molte le persone che si fermavano a lungo. La persona che mi aveva risposto uscì del tutto dalla porta e venne verso di me. Non so che espressione feci, ma credo che la mia bocca rimase aperta e gli occhi sgranati.
In quel posto dimenticato da Dio vidi comparire davanti a me una dea.
2
“Ma siamo in un film?”
Mi uscì spontaneo questo commento. La ragazza mi aveva accompagnato a vedere la camera, poi aveva svolto le formalità necessarie per la registrazione dell’ospite. Lei mi guardò interdetta. Non aveva capito cosa volevo dire.
Era una ragazza bellissima. Non più di venticinque anni, così a occhio. Capelli biondi lunghi fino alle spalle. Un viso celestiale. Due occhi chiari con sfumature che ancora non avevo ben capito di che colore fossero. Un corpo giovane e generosamente mostrato. Indossava una camicia a scacchi legata in modo da lasciare scoperta la pancia (nell’ombelico aveva un piercing) e scollata sul seno. Sotto aveva degli shorts di jeans sdruciti e molto corti. Non coprivamo molto più di quanto avrebbe coperto una mutanda ed evidenziavano un culetto sporgente e sodo. Braccia e gambe nude, dalla pelle perfetta. Era scalza e più volte il mio sguardo si era abbassato per visionare due piedini ben fatti.
L’avevo seguita imbambolato. Mi ero appunto sentito il protagonista di un film che arriva nel posto sperduto e trova lì la ragazza perfetta e bellissima che solo in un film può vivere in un posto così. E invece ce l’avevo davanti.
“Sì, mi sembra di essere in un film, mi sembri un’attrice.” Glielo dissi. Glielo spiegai. Lei sembrò lusingata dai complimenti ma anche un po’ imbarazzata. La vidi arrossire e sorridere in un modo che la rendeva ancora più bella. Disse che non era vero, che non era così bella.
“Non voglio metterti a disagio o sembrare sfacciato, ma sei veramente una delle ragazze più belle che abbia mai visto dal vivo.”
“Lei esagera.” mi disse facendo un gesto con la mano.
“Ti prego, dammi del tu. Sono evidentemente più vecchio di te, ma non così tanto.”
“Ok. Va bene.” mi rispose sorridendo. Io rimasi lì fermo ad ammirarla. “Martina.” disse poi porgendomi la mano che le strinsi presentandomi a mia volta.
Mi sentii un po’ scemo a ripensare a come mi ero comportato con lei. Ma ero rimasto colpito, abbacinato dalla bellezza. Forse era anche la mia stanchezza, la situazione per cui ero giunto lì. Forse il contrasto con quel luogo non proprio ameno. Ma raramente mi era capitato di provare una sensazione così forte alla semplice vista di una donna.
Quando mi chiusi alle spalle la porta della mia camera mi resi conto di un’altra cosa che non avevo neanche notato, distratto dalla visione: avevo il cazzo duro.
3
L’affittacamere faceva anche da ristorante. Cenai sulla veranda, servito da Martina che si era occupata anche di cucinare. Mi aveva chiesto cosa volevo, come fosse una cameriera e poi mi aveva preparato una buona cena. Ogni volta che faceva avanti e indietro dal mio tavolo alla cucina io le guardavo il culetto fasciato in quei pantaloncini di jeans. Poi le guardavo il sorriso e tutto il resto. La ragazza aveva un fascino magnetico, naturale. Se avessi avuto quasi vent’anni in meno ne sarei stato perdutamente innamorato dopo neanche un pomeriggio.
“Dai, siediti un po’ qua, riposati. Ma fai tutto da sola?” le chiesi al termine della cena.
“Sì, in questo periodo sì, ma non c’è mai molto movimento da queste parti.”
“Infatti mi chiedevo cosa ci facesse una ragazza come te in questo posto sperduto.”
“Per il momento aiuto mia madre. Poi non so cosa farò. Sto studiando lingue. Mi piacerebbe viaggiare.”
“E non c’è tua madre ora?”
Questa domanda potè sembrare innocente, in realtà nella mia testa era balenata una idea indicibile. Calcolai mentalmente che la madre di Martina poteva avere presumibilmente poco più della mia età e se le assomigliava anche solo un po’ poteva essere per me un obiettivo più alla portata.
“No. È partita come suo solito. Ogni tanto prende e va. Con uno diverso ogni volta, poi torna quando si stufa.” rispose lei alzando le spalle.
Mi rammaricai che non ci fosse. Da questa descrizione poteva sembrare una che una breve storia con uno sconosciuto come me se la sarebbe fatta.
“È lei ‘la rossa’ che dà nome al vostro affittacamere? Quando ti ho visto ho pensato che si sarebbe dovuto chiamare ‘la biondina’…”
Martina rise. Ed era ancora più bella quando rideva.
“Ahah. Sì, è lei ma anche lei è bionda come me. Rossa è per un altro motivo. La chiamavano così in paese, da ragazza.”
“Rossa per ideologia politica?” domandai ancora più incuriosito.
“Una specie. Diciamo più o meno di sì.” mi rispose Martina ma capii che non mi aveva detto tutto.
“E altri parenti? Siete qui da sole?”
“Nessun altro. Mio padre non so chi sia. Mia madre non me l’ha mai detto. Ho capito che neanche lei lo sa bene. Uno di passaggio. Come te… ahahaha” Martina rise di gusto divertita da questo accostamento.
“Ah… E un fidanzato non ce l’hai?”
“Sì. Ma non vive qui. Studia anche lui. Ci vediamo solo ogni tanto.” lo disse rabbuiandosi un po’.
“Dai, quando finirete di studiare potrai andartene da qui e vivere con lui.”
Martina annuì. Quelli probabilmente erano i loro piani. Non riuscii a inquadrarla bene. Sembrava una ragazza sveglia, curiosa e nello stesso tempo non sembrava soffrire quel suo isolamento in quel paesino. Era una persona con dei lati nascosti. Anche nel suo modo di fare sembrava allo stesso tempo consapevole del fascino che emanava ma ingenua nell’ostentarlo.
“E tu? Che fai? Che mi dici?” mi domandò fissandomi con quegli occhi verdi e di mille sfumature.
Distolsi lo sguardo. Lo passai sul suo corpo che però era conturbante quanto gli occhi. Le raccontai un po’ di me. Sembrò sinceramente interessata.
4
Feci una passeggiata nei dintorni al mattino presto, quando ancora il caldo era sopportabile. Mi soffermai nel porticciolo che costituiva l’unica fonte di lavoro di quel posto. Notai come la mia presenza venne notata subito. Uno straniero era una novità. C’erano molti pescatori e gente che lavorava nell’indotto dato da quella attività. Lì sfociava il fiume con il suo delta e, mi spiegarono poi, il mare lì davanti era ricco di pesci a causa dei nutrienti portati appunto dal corso d’acqua.
Il resto della giornata lo passai a leggere. Mi ero portato dietro romanzi e saggi da recuperare visto che a causa del lavoro avevo poco tempo e soprattutto voglia di leggere. Mi misi all’ombra nel giardino, oppure in camera durante le ore più calde.
Incrociai diverse volte Martina, oltre che a colazione. Quel giorno indossava un vestito leggero fatto a canottiera nella parte alta e che finiva con una gonnellina con le pieghe. Il vestito restava teso sui seni. Sotto sembrava non portare niente, si intravedeva la forma dei capezzoli. Mi rimase il dubbio se almeno sotto la gonnellina avesse indossato la biancheria. Fu un pensiero che mi restò in testa e che sfogai in bagno, immaginandomela nuda.
La cena si svolse come la sera precedente. E dopo di essa ebbi modo di chiacchierare ancora un po’ con Martina.
Parlavo con lei e la guardavo. Pensai che ci sono persone che ti colpiscono subito per l’aspetto fisico, poi quando hai modo di guardarle meglio cominci a notare alcuni difetti oppure comunque il loro aspetto si normalizza e non ti sembrano più così tanto belle. Poi ci sono persone che a prima vista non sono niente di speciale ma più il loro aspetto ti è familiare e più ti accorgi che in realtà sono belle. Martina non sembrava rientrare in nessuna di queste due categorie. Mi era sembrata bellissima quando l’avevo vista la prima volta e mi continuava a sembrare sempre più bella più la guardavo.
“Ci sono altri ragazzi qui in paese? Hai delle amiche?”
“Le poche amiche che avevo se ne sono andate. Ci sono un po’ di ragazzi che lavorano al porto. Molti stranieri.”
“Immagino sarai corteggiatissima. Così bella e così rara.”
“In realtà non così tanto. Sembra quasi abbiamo un po’ timore di me. Forse è per mia madre.”
“In che senso?”
“Ma… niente… così…” Martina distolse lo sguardo, apparentemente contrariata.
Mi scusai se avevo fatto domande inopportune, se ero stato troppo curioso, ma lei disse che non c’era problema. Le piaceva parlare con qualcuno di nuovo, qualcuno di fuori.
“Allora sentiti libera di esprimerti come vuoi, di lamentarti o di dire ciò che normalmente non puoi dire. Io sono solo uno sconosciuto. Fra una settimana sarò partito.”
“Già… è vero…” alzò gli occhi al cielo e rimase pensierosa. Forse si chiedeva se era giusto aprirsi con me. Apparentemente decise che era così perché riprese a parlare. “Sai, io in paese vengo guardata male. Dalle donne soprattutto. Gli uomini invece lo vedo come mi guardano.”
“Come ti guardo io?” intervenni.
“No. No. So riconoscere gli sguardi.”
“Il mio com’è?”
“Tu…” esitò un attimo, “Tu mi guardi con voglia. Lo capisco. Il tuo è uno sguardo ammirato. So di essere bella. Me lo hanno sempre detto. Ma gli uomini qua mi guardano perché sono bella ma allo stesso tempo non mi vogliono. Mi disprezzano e si capisce.”
“E perché?”
“Perché io sono la figlia della puttana.”
“Ah. Questo faceva tua madre?”
“Lo ha fatto. Quando qui c’era più giro. Soprattutto con uomini da fuori. Ma è sempre stata molto… generosa. Diciamo così. E un po’ tutti gli uomini del paese ne hanno approfittato prima o poi. E le altre donne dunque la odiano. Lei se ne è sempre fregata. Addirittura ha usato quel suo soprannome, ‘la rossa’.”
“Ma quindi che significa questo soprannome?”
“La rossa nel senso di comunista. Nel senso che per lei le sue cose sono di tutti, vanno messe in comune. E per ‘sue cose’ si intende…”
“Ho capito. Perché la dava via. È una donna libera e questo dà fastidio. Ma tu cosa c’entri, se anche fosse giusto ostracizzare lei per questo, e non lo è.”
“Io sono figlia di nessuno. Sono figlia di puttana e sono bella come lei. Quindi anche io sono una puttana, secondo loro. Hanno paura che porto via i loro uomini o che se fossi la loro donna li riempirei di corna.”
“Sei molto matura per la tua età.” commentai.
“Grazie.” mi rispose ed assunse una espressione un po’ malinconica.
5
Decisi di fermarmi in quel paesino più a lungo di quello che avevo previsto inizialmente. Avevo con me il necessario per lavorare da remoto, non che volessi farlo, ma in caso di necessità avrei potuto. Volevo continuare ancora un po’ con quella vita lenta e sonnolenta, nell’afa del delta del grande fiume.
Avevo appena finito di cenare ed ero in veranda a leggere. Avevo comprato dei libri gialli di bassa qualità all’edicola del paese. Martina si aggirava nel giardino della casa ed era al telefono. Intuii che stesse parlando col fidanzato. Dopo un po’ assunse un tono supplichevole, gli stava chiedendo se non riusciva a fare un salto da lei, per quella sera e magari il giorno successivo.
“Anche se arrivi tardi non è un problema. Dormi qui, poi domani stiamo un po’ insieme e riparti in serata.”
Lui le rispose qualcosa, evidentemente non una risposta decisa perché lei continuò a implorarlo.
“Ho voglia di vederti, ho voglia di te.” gli disse abbassando la voce come supplica e promessa finale. Dicendo questo lanciò una occhiata verso di me, come per vedere se potevo averla sentita. Io fui più rapido a distogliere lo sguardo, fingendo di essere immerso nel libro nel quale invece l’investigatore aveva appena scoperto l’omicida ma io ero distratto dalla conversazione che avveniva di fronte a me e di cui io sentivo solo la metà da parte di lei.
“Dai, allora vieni? Ci riesci? Io ti aspetto, fammi sapere.”
La vidi rientrare con un mezzo sorriso, ma non troppo convinto.
Si fece buio. L’investigatore aveva risolto il caso ma io mi ero perso qualche passaggio fondamentale perché la soluzione mi sembrava un po’ troppo inverosimile, o forse era il libro che non era granché. Dentro casa Martina era sotto la doccia, forse il ragazzo stava arrivando e lei si preparava ad accoglierlo. Io andai a letto con il cazzo barzotto, per qualche motivo.
6
Il mattino dopo scesi nella sala da pranzo e mi stupii di trovare già lì Martina. Era di spalle, stava preparando la colazione. Indossava una t-shirt lunga quel tanto che bastava per arrivare appena sotto alle chiappe. Era scalza. Era una visione sexy per me e sentii un principio di eccitazione per il quale mi sentii in colpa, pensando che lei era invece così per il fidanzato, che probabilmente a breve sarebbe comparso.
Mi salutò. Non mi sembrò dell’umore che mi sarei aspettato. Sembrava rabbuiata. Mi servì la colazione, in silenzio. Sembrava pensierosa.
“Dorme ancora il tuo ragazzo?” provai a chiedere.
Mi guardò stupita dalla domanda. Ricollegò il fatto che dovevo averla sentita parlare con lui la sera prima e poi mi rispose, abbassando gli occhi.
“Non è venuto, alla fine.”
“Ah, ero convinto di avervi sentito stanot…” mi morsi la lingua a metà frase.
Mi ero svegliato nel cuore della notte e nel silenzio totale avevo sentito dei suoni provenire dalla stanza di Martina. Avevamo entrambi le finestre aperte.
“Sì… sì… così… no… piano… fermo… così no… aspetta… lì no… mi fai male… sì… oh sì…”
Era la voce di lei. Una parola ogni tanto. In mezzo dei gemiti. Io mi ero eccitato subito. È arrivato il suo ragazzo, pensai, e stanno scopando. Mi presi il cazzo in mano e con l’immagine mentale di lei che veniva scopata mi tirai una bella sega.
Vidi Martina arrossire e distogliere lo sguardo. Poi mi sembrò di notare un sorriso, smorzato dal mordersi le labbra.
“No, ero io da sola.” sussurrò dopo qualche istante. “Lo so, sono un po’ rumorosa… parlo come se… è che sono sempre da sola, quindi non ci faccio caso…”
“Non c’è problema. Anzi scusami se… cioè non avrei dovuto ascoltare.”
Restammo in un silenzio imbarazzato per qualche minuto. Poi parlò lei, dandomi le spalle mentre rimetteva a posto le cose della colazione.
“Ieri sera speravo venisse a trovarmi… non ci vediamo mai… mi ero fatta delle aspettative e poi non riuscivo a dormire e quindi… sì forse sono stata più rumorosa del solito.”
“Ci sta, pensavi a lui, avresti voluto fosse con te. È tutto normale, non devi vergognarti.”
Rimase in silenzio, continuando a sistemare la cucina. Poi, come pensando a voce alta con se stessa più che parlando con me:
“Non pensavo a lui. Non penso mai a lui.”
Si girò e mi guardò, come aspettandosi un giudizio o un commento. Io non seppi cosa dire e lei continuò.
“In quei momenti non mi capita mai di pensare a lui. Cioè io ho voglia di lui. Mi piace quando sono con lui. Però nelle fantasie… ecco… lui non c’è mai.”
Fossimo stati in un film erotico di bassa lega in quel momento le avrei dovuto chiedere “E a cosa pensavi?” e lei avrebbe dovuto rispondermi: “A te, pensavo a te e al tuo magnifico cazzo.” e poi si sarebbe inginocchiata e me lo avrebbe succhiato e poi l’avrei presa, l’avrei girata e me la sarei sbattuta lì sul tavolo in cucina. Magari aggiungendo della farina che fino a prima non c’era per sporcarci e rendere tutto più coreografico.
Non successe quello però in qualche modo nella mia mente quelle immagini si erano formate e il mio cazzo si era indurito, tanto da dovermi mettere in una posizione per nascondere il rigonfiamento. Non sarebbe stato elegante parlare con lei di problemi che sentiva di avere col suo ragazzo ostentando una erezione.
“Le fantasie sono libere, è il loro bello. Possiamo fantasticare su cose diverse dalla realtà, ma questo non toglie che tu stia bene col tuo ragazzo e ti piaccia fare sesso con lui.” commentai diplomaticamente.
“Sì…” rispose lei poco convinta. “Però penso cose che non dovrei pensare.”
Tipo scopare con gli ospiti del tuo affittacamere? No, era il mio cazzo che avrebbe parlato. Non riusciva a stare serio quando si ergeva tronfio.
“Non ci sono cose che non dobbiamo pensare. Possiamo pensare tutto. Si chiamano fantasie proprio per quello, permettono di provare piacere per cose che magari nella realtà ci farebbero schifo. È il potere dell’immaginazione. Credo sia anche sano sfogarsi in quel modo.”
“A me piace fare l’amore col mio ragazzo. Cioè mi piace per le sensazioni fisiche che mi dà… anche se non lo facciamo quasi mai, cioè ci vediamo così poco… Però non mi coinvolge dal punto di vista mentale. E le cose che sento che mi coinvolgerebbero… non so come dire… non voglio proprio farle con lui. Con lui non mi attira farle. E invece quando ci penso da sola… penso di non essere con lui e penso quelle cose…”
Si stava aprendo completamente con me. O forse per lei era quasi come se non ci fossi, se stesse confessando ad alta voce pensieri che la tormentavano per dirli a se stessa. Ebbi l’impressione che si fosse anche eccitata. Notai un movimento della mano che poi interruppe prima che arrivasse fra le gambe per toccarsi.
“Quali sono queste cose che pensi?” le feci la domanda, a quel punto volevo capire e secondo lei voleva dirmelo.
“Penso… di essere presa… con la forza. Contro la mia volontà. Cioè non proprio contro, è come se fosse ma in realtà lo voglio.”
“Da chi?”
Sembrò sconvolta da questa mia ultima domanda. Vidi il suo viso indurirsi. Guardò in alto e poi si girò.
“Da… da uno sconosciuto…” mi rispose ma capii che stava mentendo e non era riuscita a nasconderlo.
Cercai di tranquillizzarla. Le spiegai che fantasie di non-consenso-consensuale erano normali. Che non si era sbagliate se le si aveva. Che il non pensare al proprio partner durante la masturbazione era normale anche quello. Insomma cercai di farle capire che non doveva sentirsi in colpa per i pensieri che le davano piacere.
Fui io, poi, a sentirmi in colpa quando mi ritirai nella mia stanza e mi tirai una sega lunga e intensa pensando a lei in una scena che rispecchiava le sue stesse fantasie in cui lo sconosciuto che aveva nominato ero io.
7
Dopo quella conversazione mattutina io e Martina ci evitammo per tutto il giorno, un po’ per caso e forse un po’ per volontà di entrambi.
La sentii fare una telefonata col suo ragazzo in cui il tono non era piacevole. Stava litigando con lui per il suo non essersi presentato neanche quella volta. La sentii piangere.
Io mi ero procurato una bicicletta e avevo iniziato a fare dei giri per quelle lande desolate e pianeggianti, lungo argini o strade in cui passava solo qualche trattore ogni tanto.
I miei pensieri però furono dedicati a lei per tutto il giorno. In parte pensavo a come potevo aiutarla con i suoi dubbi su se stessa o a come potevo confortarla riguardo alla storia col suo ragazzo che forse era ai titoli finali. Ma non potevo escludere dai miei pensieri anche la forte attrazione sessuale che lei continuava ad avere su di me. Non solo era bellissima ma l’aver avuto accesso a parte della sua mente erotica la rendeva ancora più attraente. Ma non è che la volessi per forza scopare, non era quello il mio obiettivo. Era più una voglia di partecipare alla sua realizzazione sessuale, in qualsiasi modo.
Forse anche lei pensò a quelle cose tutto il giorno perché a sera, dopo cena, mentre io mi apprestavo a leggere un altro giallo in veranda, lei venne da me.
Indossava una canottiera, senza reggiseno sotto, e dei pantaloncini aderenti. Avrei avuto una erezione anche se lei non avesse iniziato di nuovo a parlare di quegli argomenti.
“Non è vero che penso ad uno sconosciuto.” esordì e io per un attimo non riuscii a non pensare che fosse l’inizio di una dichiarazione, che stesse per dirmi che pensava a me.
Che povero illuso che ero. Siamo tutti dei poveri illusi quando il nostro cazzo ruba sangue al cervello.
“Voglio raccontarti una storia.” mi disse poi.
Mi parlò di nuovo della madre e degli uomini che si portava in casa. E di lei che quando poteva cercava di spiarli. All’inizio non aveva neanche ben capito cosa facessero, ma aveva capito che era una cosa che la attirava, che la incuriosiva. Era una cosa che piaceva a sua madre e lei sentiva che in qualche modo le sarebbe piaciuto anche a lei.
Spiava e ascoltava. Vedeva sua madre provare piacere per mezzo degli uomini che faceva entrare nella sua stanza. Capiva che sua madre era una donna forte, nonostante i commenti che aveva cominciato a sentire in paese. Le sembrava che non fosse una brutta cosa che ogni volta ci fosse un uomo diverso. Le sembra che fosse lei in pieno controllo, che fosse lei a decidere cosa fare. Li usava quegli uomini, li usava per essere felice. La vedeva felice sua madre quando stava con loro, anche se forse le sembrava più felice prima e durante che dopo, quando l’uomo di quel giorno se ne era andato.
Nello spiare sua madre Martina intanto stava scoprendo il suo stesso corpo e il modo per darsi piacere. Si chiedeva quanto dovesse essere piacevole andare con un uomo se già era così piacevole fare da sole. Se la madre preferiva stare con un uomo rispetto al fare da sola, doveva essere proprio bello. Allora Martina pensava ai ragazzi del paese per trovarne uno con cui poteva essere così bello farlo, ma non le sembrava possibile. Non erano uomini come quelli che andavano con sua madre e soprattutto lei non era brava e capace come sua madre, non le sembrava che avrebbe saputo cosa fare e come muoversi anche se avrebbe potuto prendere spunto da tutte le volte che l’aveva spiata. E poi, per qualche motivo che avrebbe scoperto più avanti, i ragazzi del paese erano intimoriti da lei, pur essendo indiscutibilmente la più bella di tutte.
Poi c’era quest’uomo. Diverso dagli altri. O meglio, con cui la madre era diversa che con gli altri.
8
“Bisa, lo chiamano.”
“Bisa?”
“Da bisateo, anguilla.”
“Ah, immagino il motivo.”
“Sì, è quello che pensi. Per quella caratteristica anatomica.”
“E davvero bastava quello per distinguerlo dagli altri? Per farla essere diversa con lui?”
“No, non lo so se era quello, non credo. Era diverso l’atteggiamento. Lei sembrava non volerlo, sembrava respingerlo. Era nervosa prima che si presentasse, era scontrosa con lui. Io all’inizio ero anche un po’ preoccupata ma poi avevo capito che era tutta una recita, un modo per farlo essere ancora più duro con lei dopo. Con gli altri l’avevo sempre vista condurre le danze. Con lui si abbandonava. Gli lasciava fare tutto, lamentandosene ma si capiva che in realtà lo voleva. Era un modo che mi affascinava, che sentivo avrei potuto fare.”
“In che senso?”
“Non mi sentivo all’altezza di lei. Non avrei saputo dove iniziare per far godere un uomo. Se invece avesse fatto tutto lui non ci sarebbero stati problemi. E poi alla fine mi pareva piacesse di più anche a lei. Era più felice dopo aver incontrato lui rispetto agli altri.”
“Non eri intimorita da quel modo di fare? O dalla sua dotazione? Ti attraeva comunque? Avresti voluto uno come lui per te?”
“Non sapevo ancora che differenza potesse fare. Diciamo che lo vedevo meglio degli altri e mi piaceva di più. A mia madre sembrava piacere molto e questo mi bastava. Poi c’era quell’altro particolare che mi… incuriosiva.”
“Che particolare?”
“Con tutti gli altri vedevo sempre che gli faceva indossare i preservativi. Poi li trovavo nel cestino… andavo anche ad annusare… era inebriante…” la vidi arrossire di vergogna. “Ma questo è un altro discorso. Tutti se lo mettevano e a tutti lei negava una cosa.”
“Cosa?”
“All’inizio non capivo. Loro chiedevano, imploravano, lei diceva di no, al massimo un dito e poi però vedevo che facevano sesso comunque. Dopo un po’ ho capito.”
“Anale?”
“Sì, esatto.”
“E invece con quello…”
“Con lui… credo facessero solo quello. Ricordo certe conversazioni, le ricordo bene perché erano gli unici casi in cui la vedevo imporsi su di lui. Lui che gli chiedeva di scoparla normalmente, lei che gli diceva allora di mettersi il preservativo, lui che non voleva e lei gli ricordava che non prendeva la pillola. E allora lui tornava dominante e la prendeva nel solito modo, quasi controvoglia, con rabbia e ancora più vigore. Io mi scioglievo a spiarli in quei momenti.”
Mi risultava decisamente difficile pensare ad un uomo costretto controvoglia a sodomizzare una donna, soprattutto immaginando che la bellezza di Martina e del suo fondoschiena non venisse dal nulla e che quindi la madre fosse come lei. Ero però affascinato dal racconto lucido di quella ragazza. Descriveva momenti osceni e proibiti con molta naturalezza. Si capiva che li aveva vissuti con intense emozioni ma allo stesso tempo li aveva rielaborati cogliendone le influenze che avevano avuto sulla sua psiche.
“Posso chiederti una cosa?” le domandai.
“Puoi. Ormai mi sono aperta così tanto con te. Non avevo mai raccontato a nessuno queste cose.” mi sentii orgoglioso.
“Quando e come è stata la tua prima esperienza sessuale? Intendo vera, fisica, con un’altra persona, dato che quelle che mi hai raccontato erano sicuramente esperienze sessuali, anche piuttosto intense e rilevanti.”
“Come ti ho detto i ragazzi di qua per un motivo o per l’altro non li avvicinavo da quel punto di vista. I compagni di liceo li vedevo solo a scuola, dato che era lontana da qua. Sono arrivata vergine all’università. È stato col mio ragazzo.”
“Quello di adesso?”
“Sì.”
“E come è stata?”
“Deludente? Posso dirlo.”
“E poi è migliorato?”
“È… piacevole.”
“Tutto qua?”
“Non è di certo quello che ho visto fare a mia madre per anni. Non mi dà quelle emozioni, sicuramente. Sento amore, certo. Non sento… lussuria, trasgressione, senso del proibito, perversione… Dovrebbe essere anche quello il sesso, no?”
“Sì. Per alcuni, almeno.”
“Per il mio ragazzo sembra di no.”
“Cosa vorresti, tu? Vorresti le cose che pensi quando ti tocchi da sola?”
“Vorrei… il proibito… vorrei quello a cui ho assistito…”
“Vorresti tanti uomini come tua madre o… o ne vorresti solo uno, ma come quello..?”
“Vorrei… forse vorrei proprio lui.”
Alzò lo sguardo che fino a quel momento aveva tenuto quasi sempre basso, quasi in senso di sfida. Aveva detto una cosa indicibile e voleva vedere la mia reazione, voleva capire il mio giudizio su di lei forse. Aveva vinto la vergogna di raccontarsi in modo così intimo verso un quasi sconosciuto e voleva capire se aveva osato troppo, se le cose che sentiva dentro potevano essere accettate anche fuori.
Io ressi il suo sguardo anche se mi sentii quasi intimidito dalla forza interiore di quella ragazza. Così forte da ammettere le sue debolezze peggiori. Pensai una cosa e le sorrisi.
“Non giudico i desideri altrui.” dissi. “Ma forse ti posso aiutare.”
9
Iniziai a frequentare il bar che stava nei pressi del porto sul fiume. Era il luogo più animato del paese per via della presenza di molti uomini del paese, quasi tutti pescatori o legati alle attività del porto.
Non impiegai molto a venire a sapere chi fossa Bisa, sicuramente una delle figure carismatiche della comunità. Era un uomo sulla sessantina, dall’aspetto segnato da una vita di lavori faticosi. Non era di certo un bell’uomo, anzi, e pensare che quello fosse il soggetto delle fantasie di una bella ragazza giovane come Martina, mi turbava non poco. Faticavo a immaginarli insieme, per di più, impegnati in attività sessuali. La bella e la bestia, mi venne in mente come analogia.
Dopo qualche giorno per rendere familiare il mio volto in quel luogo, colsi l’occasione che mi si presentò. Era mattino e Bisa sedeva da solo ad un tavolino, con un bicchiere di vino davanti. Ne ordinai uno anche io, contrariamente alle mie abitudini, per darmi un po’ di incoscienza necessaria al discorso che volevo affrontare.
Lo salutai, mi presentai e cominciai a parlare del più e del meno, per rompere il ghiaccio. Superata la diffidenza per uno straniero mi sporsi verso di lui, per poter parlare più a bassa voce.
“Io ti vorrei chiedere una cosa, una cosa un po’ privata.”
Non scossò. Diede un sorso al bicchiere e attese che continuassi.
“Vedi, mi ha raggiunto qui la mia fidanzata, per qualche giorno. Lei è più giovane di me, è una bella ragazza. Io e lei abbiamo un rapporto che qualcuno definirebbe strano. Ci piace fare dei… giochi. Diciamo così. Ci piace realizzare delle fantasie particolari.”
Sembrava imperturbabile ma avevo la sua attenzione.
“Io ho fatto qualche domanda in giro, per trovare la persona giusta, e credo che tu lo sia. Cercavo il playboy del paese, cercavo il miglior amatore del paese, cercavo un uomo che sappia il fatto suo in tema di sesso. Un uomo esperto, anche.”
Non diceva niente, continuava a bere e aspettava che arrivassi al dunque.
“Ecco, la mia ragazza ha una fantasia particolare, quella di concedersi ad uno sconosciuto, con certe modalità che poi ti spiegherò, se pensi di poter essere quello sconosciuto.”
“Cioè tu mi stai offrendo di scopare tua moglie?”
“Non è mia moglie, ma sì. Ti sto offrendo quello.”
“E perché non la scopi tu? Sei finocchio? O sei uno di quelli a cui piace essere becco?”
“Sì, la seconda, più o meno. Come ti dicevo mi piace che la mia fidanzata possa realizzare le sue fantasie erotiche. E abbiamo pensato che questo sia il posto giusto, e tu la persona giusta, per una di queste, che se accetti ti spiegherò nel dettaglio.”
“Hai detto che è una bella ragazza, perché non dovrei accettare di ciavarla?”
“Sì, infatti. Però, ecco, una delle condizioni è che tu non la vedrai lei, tutto avverrà al buio. Fa parte della sua fantasia, essere presa, con forza, da uno sconosciuto al buio, senza nessun’altra interazione che sia quella sessuale.”
“Come parli bene. Interazione sessuale. Sei sicuro di non essere busone? Questa storia del buio non è che è perché non ci sarà la tua tosa ma ci sarai tu lì al buio?”
“No, no, tranquillo. Ci sarà lei. Non la vedrai ma ne apprezzerai ben bene il suo corpo. Fidati che ti piacerà.”
Mi guardò con sospetto ma anche con interesse. La cosa lo intrigava sicuramente.
“Quando è che vuoi fare questa cosa? Dov’è che state voi?”
“Anche… stasera. Stiamo dalla Rossa.”
Vidi alzarsi un sopracciglio al sentire il nome dell’affittacamere. Era un luogo che aveva frequentato a lungo, da quel che sapevo, e nel quale aveva già scopato innumerevoli volte. Quei ricordi avrebbero dovuto ringalluzzirlo ulteriormente. Ero sicuro che avrebbe accettato. Non mi restava che spiegare a Martina la mia idea. Ero sicuro che anche lei avrebbe accettato.
10
Era tutto pianificato nel dettaglio, per farlo riuscire al meglio. E come sempre, arrivò subito una cosa imprevista.
Ero sul marciapiede fuori dal cancello che dava sul vialetto per entrare in casa. Era sera tardi, l’orario a cui ci eravamo dati appuntamento. Da in fondo alla via vidi arrivare Bisa, ma era affiancato da un’altra persona. Uno più giovane, sembrava. Pensai che forse si erano incontrati e che poi questo ragazzo avrebbe proseguito. E invece si fermarono entrambi davanti a me. Bisa mi strinse la mano. Il ragazzo restò in attesa, senza andarsene.
“E lui chi è?” chiesi con tono infastidito.
“È mio figlio.” disse con tutta la naturalezza del mondo. Lo guardai meglio. Gli assomigliava e sembrava avere poco più di vent’anni, l’età di Martina.
“E…?” accennai per invitarlo a concludere una spiegazione neanche iniziata.
“Ho pensato che magari alla tua ragazza non dispiaceva soddisfare la fantasia due volte. Prima con me e poi con lui. Io forse non sono più all’altezza del playboy di cui ti hanno parlato, magari la tua ragazza ha aspettative troppo alte e a quelle ci può pensare lui.”
Rimasi interdetto di fronte a questa variazione non concordata che rischiava di far saltare tutto oppure forse no. Magari le andava anche bene. Rimasi stupito molto anche dalla naturalezza con cui quell’uomo aveva coinvolto il figlio in un incontro sessuale, all’idea che avevano di scopare la stessa ragazza prima uno e poi l’altro. Evidentemente c’era un livello di perversione in questi paesini di provincia che non ci si immaginava.
“Quindi prima uno e poi l’altro, vorreste fare?” chiesi conferma.
“Sì, certo.”
“Deciderà lei. Non garantisco.” chiusi in fretta la questione, non volevo far saltare tutto.
Entrammo nel salotto dell’affittacamere. Martina era già nella mia stanza, in attesa. Il piano era chiaro, non avrebbe mai dovuto vedere chi era, sarebbe entrato nella stanza al buio, senza accendere nessuna luce e l’avrebbe dovuta prendere in quel modo. Possibilmente con vigore e forza, senza lasciarle scampo. Rimaneva tutto uguale, se non che forse tutti questi verbi sarebbero stati coniugati al plurale.
Ricordai le regole, anche per spiegarle bene al ragazzo a cui forse non erano state riferite in modo completo.
“Mi raccomando la parola d’ordine.” dissi. “Lei non dirà niente, ma forse in certi momenti dirà dei no, chiederà di non fare quello che le starai facendo, chiederà di fermarsi, ma quello farà tutto parte della fantasia. Vuole sentirsi presa con la forza, quasi contro la sua volontà, vuole sentirsi sopraffatta.”
“Vuole essere stuprata.” commentò in modo inappropriato il ragazzo.
“Non userei quella parola. Tutto questo è un gioco. È una finta. È non consenso consensuale.”
“Quanti paroloni…” commentò tra i denti Bisa.
“Per questo esiste una parola, che se lei pronuncerà vorrà dire che dovrete fermarvi immediatamente e uscire dalla stanza. Vuol dire che non vuole più, che è diventato troppo, che magari quella che era una sua fantasia in realtà non le sta piacendo. Mi raccomando, è molto importante questo. È l’unica regola insieme all’uso del preservativo. Rispettate questa e vi potete scopare come volete la mia ragazza. O meglio, lui potrà, tu ancora non lo so, dipende da lei. A proposito di questo facciamo così. Quando tu hai finito con lei glielo dici. Le chiedi se ne vuole ancora, se vuole un altro maschio. Digli di chi si tratta e dille che se non vuole basta che dice la parola e finisce lì.”
“Qual è questa parola?” chiese il ragazzo a cui evidentemente non era stato spiegato tutto.
“Delta.”
“Delta?”
“Sì, come quello del fiume. Non fate i furbi, lei la dirà ad alta voce, io la sentirò.”
“Scusa, altra domanda. Hai detto che la possiamo scopare come vogliamo. Questo vale anche per il culo?”
“Sì.” risposi e in quel momento mi accorsi che durante tutta quella conversazione ero diventato duro.
“Lo davo per scontato.” disse Bisa. “Io, se al buio riesco a centrare il buso, vado dritto su quello. Penso sia quello che vuole anche lei.”
“Se non lo vorrà, userà la parola. Se no, procedi pure.”
Come risposta lui iniziò a slacciarsi i pantaloni.
“Che fai?” chiesi.
“Colpa delle tue cazzo di regole. Come cazzo faccio a entrare al buio e iniziare a scoparla subito, con il preservativo, se non me lo metto qui fuori?”
Vidi quello che aveva fra le gambe, quello per cui gli era stato dato il soprannome. In effetti era decisamente notevole, soprattutto da moscio. Lungo e penzolante. Sembrava fuori posto sopra ad un corpo decisamente poco in forma. Una anguilla, effettivamente.
Iniziò a menarselo per farlo indurire e poter indossare il preservativo. Sembrò indurirsi senza ingrandirsi ulteriormente, per fortuna.
“Sicuro di non essere finocchio? Da come me lo guardi non si direbbe.”
“Ah, scusa. No, è che… è impressionante.”
“Piacerà alla tua ragazza? È questo che voleva?”
“S… sì.”
11
“Ma tu che cazzo ci fai qui? Sei qui per lavoro?”
Bisa era in giardino a fumarsi una sigaretta. Io rimanevo sulla porta, con un orecchio teso a sentire eventuali richiami da parte di Martina che da qualche minuto era con il figlio dell’uomo che l’aveva da poco finita di scopare.
“No, sono qui per staccare dal lavoro. Cercavo un posto tranquillo, lontano da tutto.”
“E lo hai trovato. Nel buco del culo del grande fiume.”
Restammo un po’ in silenzio, dalla stanza i gemiti che si sentivano erano più lievi rispetto a prima.
“Mio figlio è più dolce di me. Poi con una poco più grande di lui. Capace che si innamora. Ha un corpo da innamorarsi, sei fortunato ad avere una ragazza così. Se solo non fossi così scemo da lasciare che la scopino degli altri.”
“Come ti ho detto piace così ad entrambi. A lei è piaciuto quello che le hai fatto?”
“L’hai sentita?”
“Sì, la sentivo.”
“L’hai sentita urlare delta?”
“No.”
“E allora ti sei risposto da solo.”
“Ma cosa le hai fatto? Come l’hai scopata?”
“Senti. Fattelo raccontare da lei, dopo. Ok. Non mi va di fartelo venire duro chiacchierando. Mi sa da finocchi. Io in questa casa ho sempre fatto delle grandi scopate. Scopate vere, non a parole.”
“Ah sì?” domandai fingendo di non sapere nulla.
“Non far finta di non saperlo. Sono sicuro che il mio nome te l’ha fatto la Rossa, la padrona qui, anche se non pensavo fosse tornata, non l’ho vista in paese.”
“Eh? Ah sì. No, non è qui adesso. Non c’è nessuno, anche la figlia è via. È andata a dare un esame.” abbozzai una menzogna per proteggerla ulteriormente.
La conversazione venne interrotta dall’arrivo del figlio. Il padre lo prese un po’ in giro per la scarsa durata e fece qualche commento volgare sulla ragazza che si erano appena scopati entrambi. Io tagliai corto e li invitai ad andarsene. Mi erano diventati fastidiosi. Sentivo di aver perso un po’ il controllo di quella serata anomala, fatta per soddisfare Martina ma anche la mia mente perversa. Per fortuna sembrava essere andato tutto bene. Loro non l’avevano vista e apparentemente l’avevano trattata come lei voleva essere trattata. Anche la novità di avere due uomini, uno dopo l’altro, sembrava averla gradita dato che non aveva sfruttato la possibilità di negarsi al secondo.
Ora non mi restava che andare da lei e accertarmi che fosse veramente tutto a posto e che fosse felice di averlo fatto. Mi sentivo responsabile.
Mi avvicinai alla mia stanza. La porta era socchiusa. Mi affacciai nella stanza ancora buia, dall’aria viziata odorosa di sesso. Intravidi la figura di lei, ancora stesa sul letto. Ne sentii il respiro profondo. Stava dormendo. Richiusi la porta alle mie spalle. Non volevo disturbarla.
Mi sistemai sul divano in salotto. In fondo non sarebbe stato peggio che dormire in un letto in cui era stato appena fatto del sesso al quale non avevo partecipato.
12
La mattina seguente mi svegliai per la luce che inondava il salotto. Fuori era sereno e il cielo terso e pulito senza quella foschia da caldo umido tipica di quelle zone. Di Martina ancora nessuna notizia. Andai verso la mia camera. Aprii lentamente la porta. Dentro non era del tutto buio, la porta del bagno semichiusa lasciava entrare la luce.
Lei era ancora stesa sul letto, immobile, a pancia in giù, con una gamba dritta e una semi piegata. Le lenzuola le si erano attorcigliate intorno alle gambe. Per il resto era nuda. Il culo era nudo, in bella vista. Un culetto bellissimo, di cui nei giorni precedenti avevo sempre ammirato le forme e immaginato senza niente addosso. In quel momento era lì davanti a me, totalmente esposto. Soltanto la penombra rendeva poco visibile la zona più intima, dato che la posizione sarebbe stata invece totalmente rivelatrice.
Un culetto perfetto, rotondo, sodo, liscio. Sembrava intoccabile, sembrava innocente. Era strano pensare che la sera prima era stato protagonista di attività oscene e perverse. Un contrasto tra la bellezza e l’oscenità.
Senza pensarci, seguendo l’istinto, mi avvicinai, per osservarlo da più vicino possibile. Tanto vicino da cogliere anche il mix di odori risalenti alla sera prima. Umori, sperma, lattice di preservativi abbandonati, sudore, il profumo di lei.
Lei dormiva beata. Io sarei rimasto ad ammirarla per ore. Il mio cazzo era diventato durissimo.
Cosa avrebbe fatto se fossi salito sul letto e su di lei? Sarebbe stato solo un prosieguo della sera prima. Un altro corpo maschile che, senza dire niente, l’avrebbe presa come voleva. Si sarebbe abbandonata a me come a loro? Magari senza neanche chiedersi chi fossi? Oppure mi avrebbe rifiutato essendo al di fuori di quella che era la sua fantasia principale, l’unica che le permetteva di uscire così tanto dalla razionalità e scendere negli abissi della lussuria?
Il mio cazzo mi chiedeva di farlo. Di provarci. Al massimo avrebbe detto la parola d’ordine e io mi sarei fermato.
Ma una parte di me si sentiva già in difetto per il fatto che ne stavo violando l’intimità senza che lei lo sapesse e andare oltre non mi sembrava opportuno. Quello che era successo, poi, ci aveva sicuramente reso complici ad un livello superiore e non era il caso di rovinare il rapporto che si stava instaurando per una incontenibile voglia passeggera. Se non perdevo la sua fiducia ci sarebbe forse stata occasione di fare altre cose ben più soddisfacenti di una sveltina nel letto.
13
Ormai ero di casa all’affittacamere La Rossa e mi preparai la colazione in autonomia. Poi approfittai della mattina un po’ più fresca del solito per mettermi in giardino a leggere.
A metà mattina arrivò e si parcheggiò davanti a casa un’auto decapottabile. Da essa scese una donna dall’aria di turista danarosa, mi parve subito un po’ fuori contesto in quel paese. Era una donna all’apparenza un po’ più vecchia di me, ma che si curava e teneva in modo da non sembrarlo. Il fisico era tonico e curato, l’abbigliamento sofisticato e costoso. Indossava un paio di scarpe col tacco a spillo sicuramente viste raramente da quelle parti, un vestito che la fasciava da appena sopra al ginocchio al seno, un paio di grossi occhiali da sole e un cappello. Sotto al cappello usciva una chioma di capelli rosso scuro.
Pensai ad una ricca turista, magari straniera, che era finita lì per caso. Prese una borsetta dall’auto, anche quella molto costosa per quel che ne capivo, e si diresse proprio verso il cancello della casa, entrando sicura nel giardino. Mi lanciò uno sguardo, pronunciò un “buongiorno” non sufficiente a farmi capire se fosse straniera, e poi si diresse verso la porta.
Istintivamente mi alzai e le andai incontro per fermarla. Se era qui per una stanza non c’era nessuno ad accoglierla, Martina ancora dormiva, e quindi dovevo fare io gli onori di casa.
Le bofonchiai qualcosa, in modo confuso, spiegandole che se voleva affittare una stanza doveva aspettare, eccetera eccetera. Lei mi guardò con aria stupita e quasi di compatimento, abbassandosi gli occhiali.
“Senti, io qui sono la proprietaria di tutto. Tu sei mio ospite, a quanto pare.” si tolse il cappello, mettendo maggiormente in mostra i capelli rossi.
“Ah, quindi sei…” stavo per dire la Rossa ma mi bloccai anche perché mi era stato detto che non era per i capelli.
“Maria Luisa, piacere, ma puoi chiamarmi Luisa.” mi allungò una mano dalla perfetta manicure che confermava l’impressione che avevo avuto, più vecchia di me, ma che ne dimostrava molti meno.
“Ma… mi avevano detto che non eri rossa di capelli.” mi uscì soltanto questa frase, per togliermi dall’imbarazzo ma che lo fece invece solo aumentare. Voleva sembrare una giustificazione per averla scambiata per una turista ma invece rivelava solo che di lei sapevo cose che forse non avrei dovuto sapere.
“Esistono le tinte.” mi rispose con un sorriso di compatimento. “Ma vedo che di me quindi già sapevi qualcosa. Tu invece chi sei? Come mai sei ospite da noi? Da quanto?”
“Ehm. È una storia lunga. Diciamo che sono qui per staccare un po’ dalla vita frenetica della città. Sono qui da circa tre settimane.”
“Ah.” esclamò, colpita soprattutto dalla mia lunga presenza, e mi diede un ulteriore sguardo scansionandomi dalla testa ai piedi. Mi sembrò come se mi stesse leggendo dentro e mi imbarazzai perché mi accorsi che stavo pensando che era proprio una bella donna, figa quanto la figlia, ma in modo diverso per la differenza di età.
Entrò nella sua casa e sparì per un po’. Io tornai a sedermi all’ombra, riprendendo a leggere. Dopo un po’ tornò fuori, si era cambiata ma era rimasta a modo suo elegante e sexy. Mi aveva portato qualcosa da bere. Accettai l’offerta. Si sedette vicino a me, per continuare la chiacchierata iniziata prima.
Dopo poco si affacciò dalla porta Martina, con aria ancora assonnata. Si risvegliò all’istante stupita dalla presenza della madre. Le corse incontro, si abbracciarono. Partì un accavallarsi di domande e risposte. Non me lo avevi detto che tornavi… sì è stata una cosa imprevista… ma come mai, non dovevi partire con com’è che si chiama quello attuale… no non parto più, l’ho mollato… ma perché stavolta… solito motivo di questi uomini insicuri che non sanno accettare di non avere l’esclusiva… cioè lo hai tradito, come sempre… sì ma lo sapeva solo che mi ha colto sul fatto e ha fatto una scenata, sono stufa di questi uomini… eccetera…. eccetera.Poi Martina tornò dentro. Era scalza e con indosso soltanto una canottiera e mutande a perizoma. L’avevo ammirata appena uscita e non potei non ammirarla mentre rientrava solo che poi mi accorsi che Luisa mi stava guardando, proprio mentre io sbavavo mentalmente dietro al culo di sua figlia.
“Ora capisco perché ti sei fermato qui da tre settimane.” commentò con una certa dose di sarcasmo. “Ho visto come la guardavi. È molto bella, vero? È più bella di me alla sua età.”
“Ehm. Sì è una bella ragazza, ma anche tu sei una donna molto bella, si vede che ha preso da te.” cercai di cavarmi d’impaccio con un complimento, peraltro sincero.
“Scopate?” mi chiese a bruciapelo.
“Eh? No, no. Certo che no. Siamo… entrati in confidenza, diciamo. Confidenza anche intima in certi casi, ma no… un rapporto solo platonico… non potrei mai…”
“Perché non potresti mai?” mi chiese con fare provocatorio, sorridendo prima di dare un sorso al bicchiere.
Già perché non avrei potuto? Anzi io avrei potuto e anche voluto. Ma non potevo dire tutto.
“Beh… la differenza di età… potrebbe quasi essere mia figlia.”
“Di solito questo non ferma gli uomini. Pensavo rispondessi che hai una donna e che le sei fedele. Ma in effetti neanche questo ferma gli uomini, di solito. Le preferisci più grandi?”
Nel fare quell’ultima domanda assunse un atteggiamento come di mettersi in mostra, di offrirsi, ma in modo spontaneo e naturale. In quel momento capii cosa veramente Martina aveva ereditato dalla madre, oltre a certi tratti dell’aspetto fisico: una naturalezza disarmante nell’essere sensuali in ogni momento, non per calcolo ma per indole.
Non ricordo cosa risposi, ma solo che Luisa ridacchiò per avermi messo in imbarazzo e per aver forse notato un rigonfiamento tra le mie gambe.
14
Quel pomeriggio Martina era uscita per andare a fare la spesa. Non ero riuscito a stare in nessun momento da solo con lei, per chiederle della sera prima. Lei stessa non sembrò cercare di farne cenno. Avevamo scambiato solo degli sguardi che potevano essere d’intesa, ma per il resto era come se non fosse successo niente. Lei aveva cambiato le lenzuola del mio letto e aveva fatto sparire ogni traccia. Era successo veramente? Chissà se lei stessa si poneva quella domanda o era come se fosse stato solo un sogno erotico. Di sicuro non appariva turbata, ma serena, e dopo l’incontro con quei due non era affatto scontato.
Ero di nuovo in giardino. Stavo pian piano rientrando nella mia vita normale e avevo con me il computer per controllare un po’ di email. Prima o poi dovevo tornare.
Si affacciò Luisa sulla porta di casa. Indossava una specie di vestaglia, di kimono. Si fermò lì a guardarmi ed io istintivamente alzai lo sguardo. Era appoggiata con un fianco allo stipite della porta. Con una mano si teneva un lembo della vestaglia, ma lo lasciò andare ed essa si aprì, mostrando quasi interamente il corpo che prima celava alla vista. Sotto era nuda, completamente. Vidi il seno, la pancia con un piercing nell’ombelico, alcuni tatuaggi nella zona inguinale, vicino al cespuglietto di peli pubici.
Restammo così a guardarci per qualche istante, in silenzio. Lei sorrideva beffarda. Il mio sguardo istintivamente scendeva per ammirarne il corpo ma poi tornava immediatamente al suo viso, come per non farsi beccare.
“Come vedi non sono rossa naturale.” commentò appena prima di tornare dentro.
Era un invito, era palesemente un invito.
Entrai dentro. La cercai per la casa, trovando aperta la porta della sua camera, che era sempre stata chiusa in quei miei giorni di alloggio presso di loro. Lei era sul letto, nuda.
“Siediti lì.” mi indicò un divanetto a due posti.
Mi raggiunse, si sedette raggomitolandosi sulle gambe e si sporse verso di me, baciandomi prima delicatamente su una guancia e poi sulle labbra. Con una mano scese lungo il mio petto fino a trovare il cazzo già duro attraverso i pantaloni. Emise un mugugno di apprezzamento, poi infilò la mano dentro.
Ci sapeva fare. Si capiva che per lei il sesso era una specie di espressione artistica. Un modo di esprimersi.
Un pompino fatto con passione e poi salì a cavalcioni per impalarsi sul mio cazzo. Una figa calda, morbida e avvolgente. Una voglia di farlo che prosciugava la mia.
“Io… io sto già per venire…” la avvisai in imbarazzo per la mia scarsa durata dovuta all’eccesso di eccitazione che quella situazione mi aveva provocato.
“Puoi farlo, tranquillo, non posso più avere figli.” disse impalandosi più a fondo per accogliere i miei schizzi.
Fu in quel momento che vidi un’ombra alla finestra. Per un attimo il pensiero cercò di interrompere l’orgasmo ma poi venne travolto da tutto ciò che quell’ombra implicava.
Martina che spiava sua madre mentre faceva sesso. Martina che stava spiando me che facevo sesso con sua madre. Martina che desiderava gli uomini con cui faceva sesso sua madre.
Venni copiosamente in Luisa, ma venni anche per la nostra spettatrice, vergognandomi di quei pensieri subito dopo.
Quell’incontro sessuale non terminò lì. Ci spostammo sul letto e ricominciammo subito. Prima mi dedicai a Luisa, con dita e lingua e poi quando fui di nuovo in grado la scopai in varie posizioni. Quell’accenno di sagoma fuori dalla finestra non ci abbandonò mai. Mi chiesi come Luisa potesse non essersene mai accorta e forse non mi volli dare la risposta più probabile.
15
Avevo deciso che il mio tempo sul delta del grande fiume doveva volgere al termine e la mia vita normale di città e lavoro mi attendeva. Al massimo un’altra settimana e poi sarei tornato a casa. Quello che non avevo deciso erano tutti gli avvenimenti e l’intrecciarsi di rapporti che ci sarebbero stati in quei pochi giorni.
Le prime avvisaglie che non sarebbe stata una settimana tranquilla le ebbi quella notte dopo il primo rapporto con Luisa. La passammo insieme, di nuovo a scopare. Luisa era travolgente a letto, prendeva l’iniziativa e ci sapeva fare. Dimostrava molta esperienza ma anche passione. Amava prendersi il piacere e anche donarlo.
“Ci scopo bene con te. Sto bene insieme a te.” mi sussurrò al termine dell’ennesimo amplesso. “Sai, io ormai li capisco bene gli uomini. Capisco subito con chi ho a che fare. Credo tu sappia chi sono, qual è la mia fama.”
“Ehm. Sì. Martina mi ha raccontato, ma per quanto mi riguarda non ti giudico negativamente.”
“Sai cosa mi spinge ad andare con tanti uomini? Cosa mi spinge a tradire quelli con cui sto?”
“No.”
“La curiosità. La voglia di conoscere. La voglia di scoprire com’è fatto un uomo, intimamente. Cosa mi può dare di diverso dagli altri. Siete tutti uguali ma tutti diversi. Ho sempre l’idea che qualcuno mi farà provare qualcosa di nuovo e non voglio restare con il dubbio. Voglio conoscervi e non c’è modo migliore per conoscervi del fare sesso. Noi abbiamo scopato due volte e io so già chi sei. E mi piaci.”
“Grazie.”
“Non lo faccio a tutti questo discorso. Anzi non lo faccio quasi a nessuno. Ma se ti ho capito come ti ho capito, so che tu sei uno a cui questo discorso si può fare.”
“Credo di sì.”
“Tu non stai insieme a nessuna, giusto? Il fatto che tu sia qui da solo da tre settimane mi fa pensare questo.”
“Sì. Esatto. Sono stato sposato ma ora non ho nessuna.”
“Io te lo dico in modo molto diretto. Ma non ho bisogno di una risposta altrettanto diretta. A me piacerebbe provare a stare un po’ insieme. Non ti sto parlando di amore. Abbiamo una età per cui l’aspirazione all’amore di tipo adolescenziale credo ci sia passata. A me piace stare insieme a qualcuno. Secondo me noi due potremmo stare bene.”
“Stare insieme nel senso…? Dove?”
“Sono sfacciata e spudorata. Da te.”
“Ah.”
“Non voglio sembrare una parassita. Sono molto generosa in realtà. Semplicemente non credo tu voglia restare qui. E non ti sto promettendo niente, anche perché avrai capito come sono fatta. Certo ci sarebbe sesso, tanto sesso. Di solito a voi uomini questo basta, almeno finché non capite di non averne l’esclusiva.”
“La non esclusiva non sarebbe un problema.”
“Lo avevo intuito. Ti ho detto che sono brava a capirvi.”
“Se fossimo una coppia, qualunque cosa intendiamo con coppia, non pretenderei la monogamia, la fedeltà. Piuttosto preferirei una complicità anche in quello. Una condivisione dell’apertura verso altri.”
“Lo immaginavo. L’ho capito da come scopi. Non sei uno possessivo e sei uno a cui piace giocare. Continuo a pensare che insieme staremmo bene. Ma non ti voglio forzare. Pensaci.”
“Ci penserò. Non mi sarei mai aspettato una proposta del genere. Non così presto sicuramente. Ci conosciamo da un giorno.”
“Ma abbiamo già scopato due volte. Avevi mai scopato due volte nel giro di un giorno con una appena conosciuta? Avevi già mai fatto con lei tutto quello che abbiamo fatto noi in poche ore?”
“Ehm… no. In due scopato abbiamo fatto più cose diverse di quelle che ho fatto in anni con la mia ex moglie.”
“Lo immaginavo. Ti ripeto: pensaci. So che se fosse per il tuo cazzo avrebbe già deciso, ma pensaci un po’ anche col cervello.”
16
Era imbronciata e di cattivo umore, Martina, il mattino dopo. Mi rispose in modo sgarbato e a monosillabi. Lo stesso fece con sua madre. Poi Luisa partì perché doveva andare a recuperare un po’ di cose presso l’ultimo uomo con cui era stata e sarebbe tornata in serata. Quando fummo da soli, provai ad indagare. Volevo anche scoprire qualcosa su come aveva vissuto la serata di sesso con quei due.
Scoprii però che era incazzata proprio con me. Dopo aver cercato di evitarmi e soprattutto di non rispondermi, sbottò.
“Vaffanculo. Sei qui da tre settimane, mi sono aperta con te come non mi era aperta con nessun altro e non mi hai neanche sfiorato. Arriva mia madre e subito ci fai sesso. Vi ho sentito, anche stanotte. Vi piacciono le puttane, allora. Le insultate ma vi piacciono.”
“Tua madre non è una puttana.”
“Sì, lo è. E lo sono anche io. Mi hai fatto da pappone l’altra sera. Mi hai fatto scopare da due uomini. E poi? E poi sei entrato in camera, ti ho sentito. Facevo finta di dormire. Lo so che mi hai guardato il culo, lo so che ti sei eccitato. E perché non mi hai preso? Io quello volevo. Volevo che mi scopassi, come mi avevo scopato quei due. Perché non l’hai fatto?”
“Io…” ero piuttosto spiazzato da quello che mi stava dicendo. “Io ho fatto tutto per te. Non credevo che mi volessi. Quei due te li ho portati perché tu li volevi, cioè ne volevi uno, l’altro è stato una sorpresa anche per me. E per quanto riguarda… io ti avrei voluto prendere, non sai quanto. Sì, ho ammirato il tuo culetto nudo ed è una delle cose più belle e attraenti che abbia mai visto. Ma ho resistito perché… perché… non so bene perché. Ho vent’anni più di te. Non credevo che fosse quello che volevi.”
“Quel figlio di puttana di Bisa ne ha quaranta più di me. Eppure mi ha scopato come nessuno mai prima. E l’ho voluto io, sì hai ragione. L’ho voluto perché lui ha sempre scopato mia madre e volevo sentirmi come lei. Poi arrivi tu, mi fai confidare, mi stimoli le fantasie come nessuno e appena arriva mia madre ti scopi lei.”
“Sì è fatta avanti… non l’avrei mai fatto di mia iniziativa. E non pensavo che… cioè, scusami. Ho gestito male tutta la situazione. Non ho resistito a lei così come, per altri versi, non ho resistito a te.”
“Cosa vuol dire? A me hai resistito.”
“Ti ho resistito fisicamente, ma solo perché ti ho trovato irresistibile nel tuo complesso. Così perfetta, quasi irraggiungibile per me. Non pensavo che ti avrei mai potuto avere e quindi non ti ho avuto. Non faccio per te, ho vent’anni più di te. Potrei essere tuo padre.”
“E quindi adesso stai con mia madre? L’ho capito subito che lei vuole stare con te. L’ho vista più presa che con tanti altri.”
“Sì, lei mi ha proposto di stare insieme.”
“E tu?”
“Io… non lo so.”
17
Quella discussione dalla quale non sapevo come ne sarei potuto uscire terminò a causa di una telefonata ricevuta da Martina. Era il suo ragazzo. O ex ragazzo, non sapevo bene in che situazione fossero.
Anche senza volere origliai buona parte della telefonata, o meglio la parte di Martina che parlava concitatamente e ad alta voce. Le cose che le diceva lui erano facilmente intuibili dalle risposte di lei.
Lei glielo disse quasi subito. Per lei era finita. Lo voleva mollare. Lui non sembrò d’accordo. Discussero a lungo. Lei sosteneva che non ci fosse più niente fra loro, che anzi non ci fosse quasi mai stato. Lui non lo accettava.
Non so se la durezza di lei fosse influenzata anche dallo screzio che aveva avuto con me, cioè che una delusione amplificasse l’altra. Ma probabilmente covava da tempo una insoddisfazione per quell’altra relazione e quindi il rapporto instaurato con me aveva solo accelerato le cose.
Pensai che fosse finita lì. Litigio con me, litigio con il suo ex. Probabilmente non avrebbe più voluto avere a che a fare con entrambi. Non so se fosse così anche per lei, ma volente o nolente non fu così.
A metà pomeriggio si presentò, a sorpresa, il suo ragazzo. Martina gli urlò contro. Gli disse di andarsene. Lui non se ne andò. Io rimasi in salotto, non fisicamente presente con loro, che erano nella cucina, ma rimasi all’erta per eventualmente intervenire se lui avesse osato fare qualcosa a lei. Con questi fidanzati abbandonati, purtroppo, bisogna sempre stare attenti.
Ad un certo punto la conversazione, o meglio il litigio, virò verso argomenti sessuali. Lei gli disse che tra loro le cose non andavano bene neanche da quel punto di vista. Lui si sentì punto sul vivo e ribatté al che lei ci andò giù pesante, smontandogli la sua autostima sessuale, aspetto molto critico per qualsiasi uomo.
“Lo vuoi sapere? Vuoi che te lo dica? Io sto già con un altro e mi scopa meglio di quanto mi abbia mai scopato tu.”
Sentii questa frase, che poteva essere definitiva. Lui dimostrò di non crederci.
“Non ci credi? Guarda che te lo dimostro. Lui è qui. Mi faccio scopare davanti a te, così capisci che tra noi è finita e capisci che non mi hai mai fatto veramente godere.”
Non ebbi tanto tempo per elaborare il significato di quella minaccia. Dopo pochi secondi la porta del salotto si aprì e Martina venne decisa verso di me. Mi guardò negli occhi con determinazione e percepii una sorta di richiesta implorante di stare al suo gioco. Si inginocchiò fra le mie gambe e cominciò ad armeggiare con i miei pantaloni.
“Ma è un vecchio…” sentii dire al suo ex ragazzo con un tono che cercava di mantenere dignità e sicumera ma che invece era patetico e disperato.
Il mio cazzo nel giro di pochi secondi era nella bocca di Martina e si stava indurendo. Vedere quel suo bel viso così famelico verso il mio sesso era irresistibile, nonostante la situazione assurda e nella quale non mi sentivo certo a mio agio.
Ci furono minuti di silenzio. Lei me lo succhiava con desiderio e intanto si stava denudando. Il suo ex aveva inizialmente fatto la scena di andarsene ma poi era rimasto sulla porta a guardarci, rapito. Poi aveva iniziato a piangere e, contemporaneamente, si era infilato una mano nei pantaloni.
“Dai, amore, scopami. Fagli vedere come si fa.” mi disse lei alzandosi in piedi e piegandosi a novanta appoggiata con le braccia al tavolino.
Il suo ex si era abbassato i pantaloni e si stava segando il cazzo che però non gli era ancora diventato duro. Intanto continuava a piangere.
“No, scopami nel culo, come fai sempre, che lui non ci è mai riuscito.”
Lei, perfida e perversa, come non mi sarei mai immaginato. Sembrava lucidissima e fuori di testa nello stesso momento. Il suo culo era lì, invitante come poche altre cose, con l’ano pulsante che mi chiamava a sé.
Lo feci perché dovevo? No, lo feci perché lo desideravo più di ogni altra cosa. La mia erezione lo dimostrava. Entrai in lei con poca difficoltà. Forse lei simulò o forse era proprio portata a quel tipo di rapporto. O forse, ma cercai di non illudermi, era così tanto desiderosa di farsi inculare da me che l’eccitazione facilitò il tutto.
Di sicurò non simulò l’orgasmo che ebbe. Il ritmico stringersi del suo ano fu un segno inequivocabile. E fece sentire bene al suo ex quanto stesse godendo. Forse esagerando un po’.
Ovviamente neanche io simulai il godimento. E gli schizzi che lasciai dentro di lei e poi sul suo culo lo testimoniarono.
Non fu simulazione neanche da parte del suo ex. Non era nelle condizioni psicologiche di fingere qualcosa. Non aveva smesso di piangere e neanche di segarsi. Il suo cazzo non era più del tutto moscio ma neanche eretto. Nonostante questo venne anche lui, colando abbondante sperma sul pavimento.
Disperato ma eccitato da quella visione. Perdeva la sua ragazza ma la vedeva interprete di una scena porno dal vivo. Qualcosa di non certo salutare per la sua psiche. Dopo, infatti, scappò via.
Martina, invece, si girò verso di me e, teneramente, mi baciò con lingua. Il mio cazzo, per quello, non si ammosciò.
18
Luisa arrivò molto tardi a casa. Sentii la sua auto parcheggiarsi ed uscii per andarle incontro. Probabilmente aveva bisogno di aiuto per scaricare le cose che era andata a prendersi.
“Hai fatto tardi.” commentai salutandola.
“Sì. Ma prima mi sono fermata al bar sul fiume per farmi una birra. Ne avevo bisogno.”
“Ah.” una leggera inquietudine mi si insinuò nella mente ma subito non capii neanche perché. Era un sesto senso che si sarebbe rivelato infallibile.
L’aiutai a portare alcune valigie e sporte in camera sua.
“Aspetta, non andare.” mi disse quando le stavo dando la buonanotte. “Siediti.” disse indicando il letto.
Subito dopo si inginocchiò e mi slacciò i pantaloni. I provai a fermarla con poca convinzione. La cosa successa con sua figlia ancora mi turbava. Ma la voglia di un pompino prevalse.
“Ho visto vecchi amici al bar.” commentò interrompendo per un attimo il pompino che mi stava facendo in modo lento e dolce. “Ma poi ho pensato che preferivo il tuo cazzo.”
“Ah, grazie.” risposi sorridendo ma sentendo crescere quella leggera inquietudine.
“Uno di loro mi sa che lo conosci.” disse Luisa cambiando un po’ tono e anche atteggiamento. Strinse una mano attorno alle mie palle, cogliendomi di sorpresa e facendomi un po’ male.
“Che fai?” chiesi cercando di sfuggirle.
“Ti tengo per le palle.” rispose e non capii se stesse scherzando o no.
“Pe… perché?”
“Perché tu ora mi devi dire la verità.” l’inquietudine prese il sopravvento, il cazzo si ammosciò. “Ho parlato con uno. Conosciuto come Bisa. Mi sa che anche tu lo conosci, vero?”
“S… sì.” inutile tentare di mentire.
“Mi ha raccontato una cosa strana. Mi ha parlato di un ospite del mio affittacamere e di una sua presunta fidanzata. Tu ne sai qualcosa?”
“Ehm… cosa ti ha detto?” cercai di prendere tempo.
“Mi ha detto che questo presunto ospite lo avrebbe contattato per un gioco sessuale, per fargli scopare la sua fidanzata, al buio. Ma poi mi ha anche detto che non crede che fosse veramente la sua fidanzata… e che io probabilmente la conosco.”
La mano attorno alle mie palle non mollava la presa stretta. Anche metaforicamente.
“Cosa cazzo è successo? Adesso me lo dici perché io mi sa che l’ho capito, ma voglio che me lo dica tu.”
“Io… io ho solo aiutato Martina…” provai a giustificarmi pateticamente.
“Cazzo… no…”
“Ma guarda che è andato tutto bene… era quello che voleva provare ed è rimasta contenta… solo non pensavo che lui avesse capito che era lei…”
“E chi cazzo poteva essere, dai! A casa sua, una così bella ragazza… secondo te poteva non capirlo? Ma non è questo il cazzo di problema. Non è un problema se Martina vuole fare le sue esperienze sessuali. Mi assomiglia e la capisco. Il problema è con chi le fa.”
“È lei che ha voluto quell’uomo… ne era attratta da quando… lo vedeva mentre lo faceva con te e lei era ancora giovane. Non so se lo sapevi che ti ha sempre spiato. Forse non avrei dovuto dirtelo. Ha spiato anche noi l’altro giorno.”
“Lo sapevo, lo sapevo. È lei che non sa certe cose. Nessuno le sa.” sembrò sconfortata, lasciò la presa delle mie palle. Era più affranta che arrabbiata.
“Cosa non sa?”
“Che quell’uomo è… Non riesco neanche a dirlo.”
“Ho capito… non c’è bisogno.”
“E quindi il suo cazzo di figlio che quello stronzo si è portato dietro è…”
“…il fratellastro?” conclusi.
“Esattamente.”
“Merda. Non l’avrei mai immaginato. Ma come è possibile? Ma neanche lui lo sa?”
“No. All’epoca dissi che era di uno di passaggio di cui non avevo nessun contatto. E invece in quel periodo mi facevo scopare solo da Bisa. Senza preservativo e sempre nel culo. O quasi. A volte perdevo il controllo, con lui mi capitava spesso. Ed è successo.”
“Ok… però… se nessuno lo sa… e nessuno lo saprà… non succederà niente…” provai a consolare Luisa.
“Non succederà niente a meno che… non risucceda. Credi che lui non voglia scoparsela ancora? Credi che il figlio non voglia scoparsela di nuovo? O magari mettercisi insieme?”
“Merda…”
“E a questo punto non lo si può dire a nessuno.”
Dormimmo insieme quella notte. Senza sesso.
19
A problema si sommò problema, ma la somma diede forse la doppia soluzione.
Il giorno dopo Martina era molto agitata. Si era accorta che sulla strada di fronte alla casa c’era parcheggiata l’auto del suo ex ragazzo. Andai subito da lui.
“Che cazzo ci fai qui? Vattene.” esordii in modo sgarbato.
“Io posso stare dove voglio.” rispose strafottente.
“Martina non ti vuole più, fattene una ragione.”
“Guarda che lo so che non sta con te, sei troppo vecchio per lei. L’ha fatto solo per ferirmi. È confusa ma so che vorrà tornare con me. Io l’aspetto.”
“Ecco, bravo, aspettala a casa tua. Lasciala in pace. Vattene o chiamiamo la polizia.”
“La polizia? Non ho fatto niente, al massimo sono in divieto di sosta.”
“Vattene a fanculo. È l’ultima volta che te lo dico.” chiusi cercando di essere più duro possibile.
Non era una bella situazione. Il suo atteggiamento non era per niente rassicurante. Rischiava di diventare uno stalker o peggio. Martina doveva essere protetta.
Tornai in casa ragionando sul da farsi. Andai da Luisa.
“Venite stare da me, tutte e due. Cosa ci state a fare in questo buco di culo di posto. Così ci liberiamo dello stalker di Martina ed evitiamo anche l’altro problema, allontanandola da quei due. Ho una casa abbastanza grande. Martina può iscriversi all’università lì e tu troverai qualcosa da fare. Tanto non credo che l’affittacamere vi porti un gran sostegno economico.”
Lei mi guardò, pensierosa e dimostrando affetto. Mi disse di sedermi a fianco a lei, sul letto. Mi prese una mano e le diede un bacio. Poi mi baciò sulla bocca, in modo tenero, diverso da come ci eravamo baciati fino a quel momento. Anche il sesso che ne seguì fu diverso dal solito. Fu dolce, fu quasi amore.
“Ho pensato a quello che hai detto, alla tua offerta.” mi disse con la testa appoggiata al mio petto, stesi nudi sul letto dopo il sesso. “Voglio che rispondi alle mie domande, sinceramente.”
“Ok.”
“Cosa provi tu per Martina? Cosa provi per me?”
“Io…” mi fermai per riflettere, non avevo sviscerato bene le emozioni di quei giorni. “Provo affetto, per entrambe, sicuramente. Per te provo attrazione, fisica. Una forte attrazione fisica. Provo… interesse, sicuramente. Per tua figlia invece… sono attratto anche da lei, in modo diverso.”
“Sei innamorato di lei?”
“All’inizio ho sicuramente provato qualcosa di simile all’innamoramento. Ma era più un amore verso qualcosa di irraggiungibile, non reale.”
“Ok. Credo di avere una risposta per la tua offerta.”
Dopo esserci rivestiti andammo da Martina e fu Luisa a parlare. Le spiegò la situazione, il pericolo dato dal suo ex, l’inutilità di restare ancora in quel posto. E poi le prospettò la soluzione, con una modifica rispetto alla mia proposta che però sorprese anche me.
“Per questo abbiamo pensato che tu vada a vivere con lui, da lui. Altra città, altra università, altra vita.”
“Io? Da lui? E tu?” appunto, e Luisa? Sembrava non aver accettato la mia offerta da parte sua.
“Io? Io rimango qua. O forse me ne vado. Troverò un uomo con cui stare, come sempre.”
“L’avevi trovato…” dissi a bassa voce, senza probabilmente farmi sentire.
20
Era tarda sera. Io e Martina eravamo fuori in giardino a parlare dell’imminente mio ritorno a casa, insieme a lei.
“Io non ho capito cosa saremo, però.” disse lei.
“In che senso cosa saremo?”
“Saremo coinquilini? Saremo una coppia? Saremo come padre e figlia? Saremo amanti?”
“Alcune di queste ipotesi non mi sembrano realistiche.” dissi.
“Neanche a me. Ma stiamo parlando delle stesse ipotesi?”
“Non lo so…”
“Una cosa è sicura: riusciremo a vivere insieme senza fare sesso?” dicendo quello allungò una mano a toccarmi il cazzo da sopra ai pantaloni. “Tu che dici?”
“Non lo so, Martina… ma forse non è il caso, adesso…” le bloccai il polso.
“Perché no? Perché c’è mia madre di là? Stamattina l’hai scopata, non ti sei posto il problema.”
“Sì, ma… è diverso…”
“Perché è diverso? Perché non abbiamo la stessa età? Lo abbiamo già fatto. Non mi è parso fosse un problema. Lo faremo ancora, perché aspettare?”
“Perché io stamattina pensavo che sarebbe venuta anche tua madre con noi. Le avevo proposto anche a lei di venire da me, il suo rifiuto mi ha sorpreso. Ecco. Io pensavo sareste venute entrambe a stare da me e in quel caso…”
“In quel caso tu avresti continuato a scopare con lei e non con me?”
“Ecco, sì.”
“E invece no.”
“No?”
“Tu avresti continuato a scopare con lei e poi con me, di nascosto. Prova a pensarci, mi avresti resistito?”
“Martina…” non le volevo rispondere e volevo fermarla ma lei intanto mi stava slacciando i pantaloni e io non ero in grado di oppormi. Ero troppo attratto da lei, dalla sua bellezza e dalla sua giovinezza unite ad un livello di perversione erotica da donna molto più matura.
Dopo qualche minuto con il mio cazzo in bocca lei si alzò, senza però mollare la presa. Si incamminò verso la casa, trascinandomi dietro di lei per il cazzo.
“Do… dove stiamo andando?” chiesi preoccupato.
Bussò alla porta della camera di Luisa. Io potevo andarmene, potevo tirarmi su i pantaloni, potevo tutto. Fisicamente ne sarei stato in grado ma psicologicamente ero rapito da quella ragazza.
Luisa aprì la porta. Indossava una vestaglia semi trasparente. La stanza era illuminata solo dalla abat-jour sul comodino.
Non ci furono parole. Finimmo in tre sul letto. Nude loro e nudo io. A dividermi fra loro. Prima una e poi l’altra. Oppure una impalata sul cazzo e una seduta sulla mia faccia. Poi nella figa di una con la lingua nel mio culo dell’altra.
L’uomo che il mattino dopo caricava le valigie in auto e partiva con due donne a bordo era sicuramente diverso da quello che quasi un mese prima era arrivato sul delta del fiume in cerca di qualcosa che non sapeva nemmeno lui. Di sicuro non avrebbe mai immaginato di ritrovarsi stregato da una fata lussuriosa che sembrava uscita da un mondo privo di tabù. Sembrava un angelo ma era un diavolo. Venere perfetta uscita dal fango di una terra dimenticata. Differenze di età, differenze tra l’apparenza e la sostanza, differenze tra ciò che accettabile e ciò che è desiderabile. Delta come differenza, delta come quello di Venere.

Bello! Bucolico… molto Tinto Brassiano direi… il Delta del grande Fiume (me lo immagino il Pò, nei dintorni di Comacchio per esempio).
Per la parte della Luisa personalmente ho immaginato la Serena Grandi nazional popolare. Per la Martina invece non ho riferimenti da citare… le giovani van bene sempre tutte.. 🙂
Bello, emozionante… forse ci sarebbe stato bene anche un bel finale argodolce.. col protagonista che se ne tornava da solo a mani vuote, con solo un bagaglio di ricordi (inconfessabili).
Grazie (e bentornato)
Grazie per il bel commento. Interessante che tu abbia trovato delle ispirazioni tintobrassiane. Non le ho inserite consapevolmente, a differenza di altri racconti, ma in effetti forse inconsciamente c’erano, d’altronde l’ambientazione si adatta perfettamente. La mia ispirazione per Luisa non ha il fisico di Serena Grandi ma molte volte cerco di non descrivere troppo i personaggi per lasciare che ognuno ci immagini l’aspetto che preferisce. Sul finale sono d’accordo che ci poteva stare che fosse agrodolce, ma è venuto così, è un racconto di cui avevo lo storia solo fino ad un certo punto, poi ho lasciato che si scrivesse da sola. Mi è venuta così.
Grazie di nuovo a te per aver condiviso il tuo parere.