Il rischio del Babbo Natale segreto è sempre quello di sbagliare regalo… o forse no?
Arrivai trafelato al ristorante dove era organizzata la cena di Natale dell’ufficio. Diversi miei colleghi erano già lì. Mi sedetti al tavolo dopo aver infilato nel grande sacco che uno aveva portato il mio regalo per il Secret Santa d’ufficio, precedentemente etichettato col nome della persona per cui era.
Lavoravo da pochi mesi in quell’ufficio ed era la mia prima cena di Natale. Mi trovavo bene sul posto di lavoro, eravamo quasi tutti giovani tra 25 e 35 anni e c’era un bello spirito e si andava d’accordo. Alla cena eravamo solo noi dei nostri uffici, non c’erano superiori o gente di altri settori. Anche il Secret Santa, cioè il fatto che ciascuno dovesse fare il regalo solo alla persona sorteggiata e senza che nessuno conoscesse gli abbinamenti, era vissuto da tutti in maniera giocosa e poco impegnativa. Di questo ero particolarmente sollevato dato che mi era toccato forse il destinatario più complicato: Valentina.
Valentina era quella con più anzianità tra noi e pur non essendo formalmente il nostro capo era comunque quella più vicina ai superiori e quella che era responsabile di coordinare il nostro lavoro. Di fatto era la nostra capoufficio, ma il rapporto con lei era tale da includerla sempre nelle uscite tra colleghi. Io però, essendo nuovo, un minimo di soggezione ancora ce l’avevo nei suoi confronti e dover decidere il regalo per lei un po’ di ansia me lo metteva, anche perché, lo ammetto, ero un po’ affascinato da lei. Per fortuna, in ogni caso, se anche avessi sbagliato il regalo nessuno avrebbe saputo che ero stato io. Le avevo preso un buffo soprammobile da scrivania, in modo che potesse tenerlo in ufficio.
L’atmosfera quella sera era allegra. Tutti pronti per le ferie di fine anno, tutti che abbondavano col bere, e ci si lasciava andare al cazzeggio ancora più che in ufficio. Ci stavamo divertendo. I più istrioni fra noi tenevano banco e noi altri gli andavamo dietro ridendo e scherzando. E arrivammo quindi al momento dell’apertura dei regali del Secret Santa. Il grosso sacco con tutti i regali venne svuotato in mezzo alla tavola e un po’ tutti ci fiondammo verso i pacchetti in cerca di quello etichettato col nostro nome.
Fu in quel momento che nel mio cervello si formò un vero e proprio flashback, come se fosse un film. C’ero io a casa, poche ore prima, che mi stavo preparando per uscire. Avevo fatto la doccia, mi ero vestito, e stavo per uscire. “Cazzo, il regalo!” esclamai quando avevo già indossato il cappotto. Stavo per dimenticarmelo, che idiota. Corsi in camera, nei miei ricordi mi vidi proprio come se fossi inquadrato da fuori. C’era anche quasi un effetto sfumato, proprio come l’effetto flashback di un film di quart’ordine. Aprii il cassetto e presi il pacchetto, poi di nuovo sulla porta. “Cazzo, l’etichetta!”. Mi stavo dimenticando di scriverci il nome, se non l’avessi fatto come poteva Valentina trovare il suo regalo. Solo io avrei potuto indicarglielo, facendo crollare la segretezza. Rovistai in un cassetto, in cerca di qualche etichetta adesiva. Alla fine trovai solo dello scotch carta e con un pennarello scrissi Vale e l’iniziale del suo cognome. Cercai di scriverlo in modo che non si riconoscesse la mia scrittura, volevo proprio non farle sapere l’autore del regalo. Poi finalmente uscii.
Ma il flashback tornò di nuovo indietro. Qualcosa nel mio inconscio lo faceva riavvolgere fino ad un punto preciso. Io che aprivo il cassetto. Io che prendevo il pacchettino regalo. Di nuovo: io che aprivo il cassetto, io che sceglievo il pacchetto tra uno dei due che c’erano. Come l’avevo scelto? Avevo scelto quello giusto? Erano uguali. Avevo usato la stessa carta regalo che avevo in casa. L’altro era per la mia ragazza. Avevo il aperto il cassetto, li avevo guardati, avevo pensato: questo è quello per… Cosa avevo pensato? Avevo fatto la scelta giusta? Oddio. No. Erano quasi della stessa dimensione, ma il peso no. Il soprammobile era più pesante. Quello che ho preso era leggero. Troppo leggero.
Oddio. Cazzo. No.
In quel momento nel viso di Valentina si stava dipingendo un sorriso per aver appena trovato il suo nome su un pacchetto, il mio.
Cazzo, no.
Mi divincolai tra alcuni miei colleghi per uscire dalla ressa attorno al tavolo e dirigermi verso l’estremità in cui c’era Valentina, che si era seduta vicino ad altre mie colleghe e stava per aprire il pacchetto.
“No.” urlai e mi fiondai verso di lei sbattendo con una mano il regalo facendoglielo cadere in grembo.
Tutti mi guardarono. Lei mi guardò. Tutti basiti dal mio comportamento. Un momento di silenzio e tutti che volevano una spiegazione.
“Mi… mi sono sbagliato.” dissi balbettando verso di lei ma in realtà parlando anche agli altri. “Ero io che dovevo farti il regalo, ma ho portato quello sbagliato… il tuo è rimasto a casa… te lo porto lunedì, in ufficio, scusami.”
“Ah, ok.” disse lei un po’ stranita dalla mia reazione improvvisa. Prese il pacchetto dal suo grembo. Lo aveva in parte già scartato e quindi io quasi glielo strappai di mano cercando di ripiegare la carta in modo da nasconderne il contenuto. Nel fare tutto ciò ero imbarazzato e probabilmente paonazzo. Corsi dove c’erano i cappotti e dove avevo il sacchetto in cui l’avevo portato, per nasconderlo.
Quando tornai al tavolo gli altri erano distratti dall’apertura dei regali, dalle prese in giro reciproche, dagli scherzi e sembravano essersi dimenticati della mia reazione, tranne forse Valentina che mi stava guardando con l’aria di quella che aveva fatto lei qualcosa di sbagliato, quando invece avevo fatto tutto da solo.
“Scusami ancora.” mi giustificai. “Ho fatto una cazzata. Mi spiace aver svelato l’autore del tuo regalo. Sarò ancora più in imbarazzo lunedì quando vedrai la cazzata che ti ho preso.”
“Non ti preoccupare.” mi disse e mi guardò sorridendo sorniona. “Per chi era quel regalo?”
Tornai paonazzo. La sua era una domanda innocente o aveva fatto in tempo a vedere cosa conteneva la scatola? Non potevo saperlo e risposi con naturalezza e sincerità.
“Per la mia ragazza.”
“Ah, ok. Allora forse per me era poco opportuno. Ora capisco la tua reazione.”
Tirai un sospiro di sollievo. Probabilmente non aveva fatto in tempo a vedere niente.
Dopo un po’ ci pensai. Avrei anche potuto far finta di niente, tanto nessuno sapeva che ero stato io fare quel regalo, però era stata una reazione istintiva. E poi magari qualcuno mi aveva visto mettere proprio quel pacchetto nel grande sacco. Oppure sarebbe venuto fuori in qualche modo per esclusione. Di sicuro avrei rischiato un forte imbarazzo. Invece così avevo fatto una figuraccia davanti a tutti ma minore di quella che avrei potuto fare.
Il 24 mattina eravamo pochissimi un ufficio. Solo qualcuno doveva garantire la presenza ma di fatto non avevamo neanche molto da fare. Io nella mia stanza ero da solo.
Ricevetti una notifica nel nostro sistema interno di messaggistica. Era Valentina.
“Posso disturbarti per una breve riunione o sei impegnato?”
“Certo. Vengo da te?”
“No facciamo in video call.”
In quel momento partì la richiesta di collegamento e mi ritrovai l’inquadratura in primo piano di Valentina, e lei la mia. Indossai le cuffie, come lei.
“Oggi calma piatta, eh?” esordì.
“Sì, tanto valeva stare a casa.” sbuffai io.
“Dai, è solo mezza giornata.” in sottofondo da lei si sentiva della musica, spesso la metteva nel suo ufficio da sola.
“Sì. Cosa volevi?”
“Lì da te c’è qualcun altro?”
“No, deserto. Sono da solo.”
“Bene.” non capii questo commento. “Ti annoi?”
“Un po’. Ammetto che mi sto facendo un po’ i cazzi miei.”
“Anche io. Per questo ti ho chiamato.”
“Cioè?”
“Volevo svagarmi un po’.”
“E come?”
“Ti mando un link, se puoi aprilo dal telefono.”
“O… ok.”
Presi in mano il telefono. Su Whatsapp c’era una notifica da parte di Valentina. Mi chiesi perché non l’avesse mandato sulla chat di lavoro. Toccai col dito senza leggere quale fosse l’indirizzo e mi fece aprire un’app che non aprivo spesso. Subito pensai di aver sbagliato. Come poteva essersi aperta quell’app? Guardai lo schermo del computer. Valentina mi stava guardando e sorrideva di fronte al mio smarrimento.
“Ma…” non sapevo cosa dire.
“Non capisci?” mi chiese lei. Il suo tono era cambiato, era più basso, confidenziale, complice.
“N… no.”
“L’altra sera. Il tuo regalo che non era per me. Ho fatto in tempo a capire cosa fosse. Forse perché ce ne avevo già uno anche io.”
“Ah.” diventai paonazzo. Poi guardai di nuovo il telefono. La schermata dell’app era pronta all’uso. “E il link?” chiesi mostrando il telefono alla videocamera del computer.
“Provalo.” disse lei maliziosa.
Mossi il dito sullo schermo, andando su e giù e generando così nella grafica dell’app il formarsi di un’onda rosa su sfondo nero, un grafico tipo elettrocardiogramma. Nel monitor del computer il viso di Valentina aveva cambiato espressione. Si stava mordendo un labbro e gli occhi guardavano verso l’alto. Una espressione di piacere intenso. Tolsi il dito dal telefono. Lei tornò normale e mi guardò con aria di rimprovero.
“Già finito?” mi chiese.
“Ma… stai… facendo… sul serio?” non seppi come esprimere bene i mille dubbi che mi si stavano affastellando in testa, riassunti in una unica grande domanda: davvero mi stava coinvolgendo in un gioco erotico in ufficio?
Sì perché il regalo che io avevo preparato per la mia ragazza per Natale era un ovetto vibrante comandabile a distanza tramite un’app del telefono. Con la mia ragazza eravamo spesso lontani e quindi avevo pensato che avremmo potuto migliorare le nostre serate in videochiamata masturbandoci uno di fronte all’altra aggiungendo un sextoy che mi permettesse di farla godere a distanza. Lei se lo sarebbe infilato e io con l’app avrei deciso l’intensità e il tipo di vibrazione. Non vedevo l’ora di fare questo gioco con la mia ragazza. E invece lo stavo apparentemente facendo con la mia capoufficio che mi aveva mandato il collegamento al suo ovetto in quell’app, ovetto che evidentemente aveva deciso di infilarsi nonostante fosse in ufficio.
“Non ti piace come svago di una vigilia di Natale in ufficio?”
“Mah… non so che dire… cioè…”
“E non dire niente. Ma muovi quel dito.”
Ci guardammo attraverso la videochiamata. Lei sorrideva sorniona invitandomi a procedere.
Mossi il dito. Prima piano. Poi più velocemente, alzando di più l’onda di vibrazioni di piacere. Il volto di Valentina si contorse in espressioni di estasi. Si portò una mano sul volto, si morse un dito. Io cercai di prendere un ritmo che fosse continuo ma con variazioni. Feci quello che avevo pensato avrei fatto con la mia ragazza.
“Sei eccitato?” sussurrò lei nel microfono.
“Sì.” ammisi.
“Ci sai fare.” commentò mordendosi le labbra.
Stavo per rispondere quando sentii un rumore proveniente da lei che istantaneamente si ricompose. Avevano bussato da lei. Si tolse le cuffie e disse di entrare. La sentii salutare. Poi sentii la voce di uno dei capi. Iniziarono a parlare e dopo le prime frasi le mi lanciò una occhiata attraverso la videocamera. Ci pensai su un attimo su cosa volesse intendere con quello sguardo. Non mi era sembrato uno sguardo per dirmi di andarmene, di chiudere, di smetterla. Tutt’altro. Mi era sembrato uno sguardo di sfida, di complicità. Un invito a continuare, magari in maniera più discreta. E allora provai a sfiorare il telefono. Dopo un secondo le sarebbe arrivata la dolce vibrazione. Capii il momento esatto perché lei guardò di nuovo in camera, mentre parlava col capo come niente fosse, lanciandomi uno sguardo di intesa e approvazione.
Sì, voleva che continuassi a stimolarla, in modo leggero ma sufficiente a farle sentire la mia presenza mentre lei doveva sorbirsi le chiacchiere col capo cercando di far finta di niente. Pian piano ci presi la mano. Le lanciavo brevi impulsi leggeri a intervalli non indovinabili, per sorprenderla. Quando lei ascoltava, e per fortuna il capo era un logorroico, provavo ad intensificare la vibrazione. La vedevo contorcersi per restare impassibile. La vidi mordersi le mani e spostarsi nervosamente sulla sedia. Da lei c’era ancora accesa la musica per cui le vibrazioni acustiche potevano passare inosservate.
Fu molto divertente ed eccitante, fino a quando la comunicazione si interruppe improvvisamente. Probabilmente aveva chiuso il computer. Forse avevo esagerato.
Dopo una decina di minuti sentii bussare alla mia porta. Era lei. Si appoggiò allo stipite della porta con fare languido, sorridendomi. Se avevo esagerato, aveva gradito.
“Non avevo mai avuto un orgasmo mentre qualcuno mi parlava di lavoro.” disse ridacchiando.
“Hai goduto?” le chiesi conferma, fiero del risultato ottenuto.
“Sì. Tu?”
“Io… beh, no ma diciamo che non ho fatto nulla per farlo… per me non può essere così nascosto come per voi… non ho osato… se arrivava qualcuno…”
“Sinceramente non credo fosse così nascosto neanche per me, ma il capo era tutto preso a parlarmi degli obiettivi dell’anno prossimo… o almeno credo…”
“Beh, sei stata… incredibile… cioè non avrei mai pensato ad una cosa del genere in ufficio…”
“Neanche io, ma ho capito che con te si poteva giocare… l’ho capito dal tuo regalo…”
“Non pensavo avessi fatto in tempo a vederlo…”
“Quello l’avevo visto… è l’altro che non ho mai visto.”
“L’altro?”
“Il regalo per me. Quello che dovevi portarmi.”
“Oddio, il regalo. Sono proprio un idiota. Mi sono dimenticato.”
“Non fa niente. Puoi rimediare, forse. Ce l’hai qualcosa per me?” dicendo così si fece avanti, spinse la mia sedia con le rotelle allontanandola dalla scrivania e fece per accucciarsi.
“Che… che fai?” dissi ben capendo le sue intenzioni ma incerto se rischiare una cosa così in ufficio, ancor più rischiosa di quello che avevamo fatto fino ad allora.
“Ce l’hai qualcosa per me… o anche questo è solo per la tua ragazza?” mi chiese mentre mi slacciava la cintura e i pantaloni. “Spero che tu non mi fermi anche mentre scarto questo pacco…”
“Ehm… no no… scarta pure…” non potevo oppormi, anche se avessi voluto, era troppo eccitante come situazione.
“Bel pacco…” mormorò prima di prendere il mio cazzo in bocca.
Il Secret Santa aveva assunto tutto un altro significato in cui la segretezza non era l’anonimato dell’autore dei regali ma il fare cose di nascosto. Una relazione clandestina sul posto di lavoro. Una di quelle cose che è meglio evitare se solo si sapesse resistere alle tentazioni. Non fu certo un comportamento edificante il nostro, non da meritarsi regali da parte di Babbo Natale. Ma da quello segreto sì, decisamente apprezzati.
