Questo è un racconto con Elena protagonista ma ogni riferimento a fatti accaduti potrebbe essere casuale. Ma d’altronde sarebbe stato un vero “peccato” non raccontarli, anche se solo immaginati.
Eccomi di nuovo di fronte alla chiesa una domenica mattina. Faceva molto freddo ma mi ero vestita poco. Avevo un lungo cappotto pesante ma sotto sempre le mie autoreggenti e una gonna così corta che ne lasciava visibile il bordo. Ero tornata per confessarmi di nuovo. Avevo fatto una cosa che temevo avrebbe sconvolto un po’ il prete. Speravo di trovare lo stesso dell’altra volta. Se non ci fosse stato lui sarei andata via. Volevo farmi riconoscere.
Eccolo. Lo vidi entrare nel confessionale dove c’era già la fila. Lo guardai meglio. Era giovane, alto e snello. Non un bellissimo ragazzo ma con un certo fascino e non certo con l’aria da prete. Aveva la pelle un po’ da meticcio, credo fosse di origine sudamericana. Ero contenta che ci fosse lui. Nella mia testa avevo un piano, ma non sapevo se avrei avuto il coraggio di metterlo in atto. Intanto dovevo aspettare, davanti a me c’erano tre persone che volevano confessarsi. Le guardai. Pensai che nessuna avrebbe raccontato il tipo di peccati che avrei raccontato io. Ero orgogliosa di questo, ma me ne vergognavo anche. E me ne sarei vergognata ancora di più quando sarei stata inginocchiata là dentro. Forse non ci sarei riuscita. Ero ancora in tempo. Potevo anche tornare a casa. Magari a peccare di nuovo.
Rimasi lì. A ribollire nell’attesa, mentre aspettativa, vergogna ed eccitazione si alzavano a livelli di rischio. Avevo voglia di raccontarmi. Mi piaceva far sapere a qualcuno quello che facevo. Già lo raccontavo ad Henry che scriveva i miei racconti su quel sito web. Ma parlarne a voce a qualcuno mi dava ancora più brividi. Essere totalmente sincera, protetta dal segreto confessionale. Volevo farmi conoscere da quel prete giovane. Volevo turbarlo un pochino. Volevo che mi vedesse. Volevo dargli un motivo per confessarsi a sua volta, per qualche pensiero impuro.
“Ho bisogno di raccontarle una cosa, devo togliermi un peso. Temo di aver fatto una cosa un po’ blasfema.” iniziai così la mia confessione dopo avergli fatto capire chi ero e chiesto se si ricordava di me e mentre parlavo sentivo brividi di freddo e di eccitazione. Si ricordava.
“Non è stata un mia idea, all’inizio. Ma lo stesso fatto di aver ricevuto in me quell’idea nasce da un altro mio comportamento non proprio da brava donna. È stata colpa di quell’uomo a cui scrivo e con cui parlo di sesso e a cui invio spesso delle mie foto in atteggiamenti non proprio da educanda. Gli ho mandato una foto, scattata da mio marito appositamente per lui. Ero quasi nuda in quella foto e al collo avevo una croce abbastanza grossa composta da pietre bianche. Gli ho chiesto se gli piaceva. Lui mi ha risposto di sì e ha ipotizzato un giochino erotico da fare usando quel gioiello. Gli ho risposto che era un porco e un po’ blasfemo. Però quel suggerimento si è insinuato nella mia testa e quando si è presentata l’occasione non sono riuscita a resistere alla tentazione. Mi sono sentita sporca ma l’ho chiesto a mio marito. Ho chiesto di togliermi la collanina con la croce e di usarla su di me. Usarla come mi aveva suggerito quell’altro. Se vuole le dico come, nei dettagli, ma me ne vergogno. Temo di aver esagerato ad usare quel simbolo cristiano in quel modo osceno.”
“Ehm… no… non è necessario.” rispose lui con voce esitante. Sembrava combattuto tra il pudore e la curiosità. “E non importa cosa ha fatto. Quello che conta è il pentimento. È il capire di aver sbagliato e non farlo più.”
“Ecco è proprio questo in cui temo di fallire. Mi pento ma poi rifaccio sempre le stesse cose, osando sempre di più.”
Lo stavo mettendo in difficoltà. Sembrava turbato dalla conversazione. Si rifugiò in formule standard, da dire a qualsiasi fedele per farlo sentire meglio dopo una confessione. Mi assegnò le penitenze e le preghiere da recitare, ma a me quell’assoluzione non bastava. Con voce esitante dissi la frase che dava il via al mio piano perverso.
“Mi sentirei meglio se uno dei prossimi giorni venisse a benedirmi casa, padre. Vorrei purificare il luogo in cui vivo, per scacciare un po’ delle tentazioni che mi assillano.”
Lui acconsentì. Disse che sarebbe passato. Gli lasciai l’indirizzo.
Uscendo dalla chiesa mi sentii agitata e incredula per il mio stesso comportamento.
Qualche giorno dopo, di pomeriggio, suonò il campanello. In quei giorni avevo fatto in modo di restare in casa più che potevo, nella speranza che il prete passasse. Anche il mio abbigliamento casalingo, in quei giorni, era pensato nell’ottica di ricevere la sua visita: un paio di calze parigine di misto lana e un lungo maglione morbido che fungeva anche da minigonna con sotto dell’intimo striminzito.
A dire il vero l’intimo non doveva avere rilevanza nel mio outfit, il mio piano, il mio scopo era soltanto quello di farmi vedere bene dal prete. Volevo che avesse una immagine della donna che andava a confessarsi da lui, in modo che potesse immaginarmi mentre gli parlavo. Avevo preferito che avesse di me una immagine informale e casalinga, seppur sexy.
Non avevo altre intenzioni oltre a quello. Farmi vedere, farmi ammirare, flirtare un pochino per mettere in imbarazzo un giovane a cui certi pensieri non dovevano neanche passare per la mente ma che io mi divertivo a stuzzicare.
Notai il suo sguardo su di me, quando lo feci entrare in casa. Conoscevo bene gli sguardi degli uomini, sapevo come mi studiavano, sapevo cosa pensavano e cosa suscitava in loro vedere, ad esempio, un po’ di pelle nuda sulle cosce quando tutto il resto era coperto. Mi accorsi che il suo sguardo, da uomo di chiesa, era un po’ diverso da quello degli altri. Ma non mi sembrò del tutto puro. Colsi anche in lui una leggera esitazione.
Anche la mia reazione interna fu un po’ diversa dal solito. Mi piaceva quando gli uomini mi guardavano ed io suscitavo in loro pensieri sessuali. Mi eccitava. Mi eccitò anche in quel caso, davanti a quel pretino, ma in modo leggermente diverso. Di fondo c’era un senso di proibito più forte, un qualcosa che mi faceva sentire in colpa anche solo per i miei pensieri e però per questo mi eccitava ancora di più. E dire che non avevo pensieri troppo perversi, lo giuro. Pensavo solo a farmi guardare un po’, a fargli fissare in testa la mia immagine unita alle cose che gli avevo raccontato e poi a fingere di flirtare un po’, per imbarazzarlo. E basta. Sì.
Il giovane prete fece un rapido giro della casa e con il suo aspersorio benedì rapidamente ogni stanza, recitando una preghiera. Io lo seguii ripetendo a bassa voce le sue parole.
In camera da letto non riuscii a frenare la mia mente e feci un parallelismo tra il gesto di benedire e quello di schizzare altri liquidi da parte di un uomo sul mio letto. Mi morsi la lingua, ma non riuscii a stare del tutto zitta.
“Se vuole fare una benedizione più forte, qui… è in questa stanza che ho commesso certi peccati… come quello con il gioiello a forma di croce…” gli dissi per ricordargli le parole della mia ultima confessione. Nel dire quello tirai fuori la collanina da sotto al maglione.
Lui la guardò, turbato e imbarazzato, e poi riprese a benedire, alzando la voce della preghiera.
Poteva concludersi lì, il rito era finito e lui stava tornando verso la porta di casa per uscire. Poteva essere finito lì anche per me, ero soddisfatta. Mi aveva visto, mi aveva guardato, ero sicuramente entrata nella sua memoria. La confessione successiva sarebbe stata ancora più intrigante. Ma mi ero eccitata troppo e quindi non volevo finisse così.
“Posso offrirle qualcosa. Un tè?”
Esitò, ma poi accettò.
Lo feci accomodare in salotto ed andai in cucina a preparare tè e biscotti. Poi tornai da lui. Il suo sguardo era diverso, il mio atteggiamento era diverso. Sembravamo entrambi più rilassati e cominciammo a chiacchierare. Le solite cose fra sconosciuti. Qualche domanda sul passato, qualcuna sul presente. Qualcosa relativo alla Chiesa e qualcosa no.
Quando la prima barriera di confidenza venne superata io, senza riflettere troppo sulla mia impudenza, gli feci una domanda.
“Posso chiederle una cosa? Cosa pensate quando qualcuno viene a farvi delle confessioni, diciamo così, particolari. Quando vi racconta cose private e peccati non dico gravi, ma un po’… ecco… trasgressivi… un po’ come le cose che le ho raccontato io… Cioè che effetto vi fa?”
Rimase un po’ spiazzato da quella domanda, chiunque lo sarebbe stato. Per lo meno chiunque non potesse rispondere in modo totalmente sincero. Gli sorrisi in attesa della risposta.
“Cara sorella, siamo… uomini… anche noi.”
Fu una risposta perfetta. Non diceva niente ma faceva capire tutto. Le sue labbra si incresparono in un lieve sorriso. Ci fissammo brevemente negli occhi.
“Siete uomini, certo… che però certe cose non dovrebbero neanche pensarle… intendo per difesa personale dalle tentazioni…”
“Siamo… peccatori… anche noi.” concluse dopo una breve pausa.
Diedi un sorso alla tazza di tè. Lui mi imitò e per diversi istanti rimanemmo a guardarci in silenzio.
“Peccatori…” mormorai guardando verso l’alto, come per riportare alla memoria un ricordo. “Posso chiederle un’altra cosa, allora?”
“Sì.”
“Ci sono delle voci che girano sulla vostra parrocchia. Voci appunto che riguarderebbero un prete che sarebbe anche un peccatore, da quel che si dice.”
“Che voci?” chiese con l’aria di chi sapeva già di cosa stavo parlando.
“Voci riguardo ad uno dei preti della parrocchia e riguardo ad alcune mamme del catechismo. Voci di comportamenti che non rientrano tra i normali rapporti tra un prete e le mamme del catechismo. Comportamenti da peccatori, insomma.”
“Cosa vuole sapere?” disse irrigidendosi.
“Nulla che non mi voglia dire. Ma, ecco, se devo pensare a chi di voi preti può essere il protagonista di queste voci… voglio dire, se fosse lei questo prete, diciamo che capirei bene il punto di vista di queste mamme.”
La mia espressione doveva essere quella di una donna seduttiva e tentatrice.
“Per cosa mi ha invitato qui in casa?” chiese sospettoso e innervosito.
“Solo per la benedizione… e per chiacchierare, nient’altro.”
“Non stiamo solo chiacchierando. O meglio non mi sembrano chiacchiere innocenti queste.”
“D’accordo… l’ho invitata solo per chiacchierare ma mi sono divertita un po’ anche a stuzzicarla, a provocarla. Devo confessarmi per questo comportamento? Sono pronta a farlo.”
“Provocare, appunto. Le provocazioni spesso hanno delle conseguenze.” sembrava aver riacquistato sicurezza.
“Conseguenze?”
“Mi chiedo, sorella, se mi abbia chiamato qua perché voleva una benedizione oppure una… punizione.”
Quell’ultima parola mi provocò un brivido, insieme alla faccia di lui. Era cambiato. Dopo un attimo di smarrimento aveva ripreso il controllo e non era più il prete accondiscendente che sembrava.
“Punizione?” chiesi mordendomi le labbra.
“Sì.”
“Mi piace questa parola.”
“Se la merita.”
“Penso proprio di sì, ma non me l’aspettavo.”
“Neanche io.”
“E in cosa consiste la punizione?”
Lui si alzò in piedi. Io lo guardai dal basso, restando seduta, senza alzare la testa.
“Si inginocchi.” mi disse indicando il tappeto.
Obbedii camminando a quattro zampe fino al centro della stanza e mettendomi in posizione, senza guardarlo. In ginocchio e a mani giunte.
“Preghi.” mi ordinò ed io iniziai una litania di Ave Maria.
“Si metta in posizione da penitente, col viso a contatto col pavimento.”
Io assunsi quella posizione. Intanto mi stavo eccitando più di quanto lo fossi prima. Non sapevo che intenzioni avesse ma ero pronta a tutto.
“Ora procederemo con una punizione corporale.” disse abbassando il tono di voce, venendomi vicino e inginocchiandosi al mio fianco.
Lo guardai per un attimo. Si stava tirando su una manica del vestito da prete. Quasi rimasi delusa. Mi aspettavo di vederlo alzarsi la tunica, ma le sue intenzioni erano altre, il suo sguardo era diretto verso il mio fondoschiena. Voleva sculacciarmi. Mi sciolsi all’idea. Era così umiliante e perversa come azione. Meglio di quello che avevo pensato per un attimo.
“Aspetti.” dissi mentre lui si stava preparando ad assestare il primo schiaffo.
Mi sollevai il maglione, scoprendo così le mie terga e lasciando in vista il perizoma che indossavo.
“Madre de dios…” lo sentii mormorare. “Vuole proprio provocarmi fino in fondo, sorella.”
“Voglio meritarmi la punizione.” risposi.
“Non smetta di pregare… non smetta mentre io la… colpisco…”
La prima sculacciata mi colse di sorpresa anche se sapevo che sarebbe arrivata. Lanciai un gridolino di dolore e spavento.
“Ave Maria…”
Un altro colpo.
“Piena di grazia…”
Di nuovo. Doloroso e piacevole allo stesso tempo.
“Il Signore è con te…”
Sentivo le mutandine tutte zuppe.
La prima preghiera alternata alle sculacciate si concluse. Io mi fermai e mi tirai leggermente su. Lui mi intimò di non farlo, che non avevamo finito, ma io non lo ascoltai perché intanto avevo portato le mani al collo per slacciarmi la collanina con la croce.
“Ecco.” gli dissi. “Vuole usare anche questa?”
“Usarla… come?” balbettò spiazzato dal mio ulteriore alzare l’asticella della perversione.
“Come ha fatto mio marito… come mi ha suggerito il mio amante virtuale…”
“Ci… cioè?”
“Non le ho detto i dettagli durante la confessione… non li ha immaginati da solo?”
“Sì… ma non so se sono quelli giusti…”
“Provi… aspetti…” infilai i pollici sotto l’elastico del perizoma e lo abbassai lungo le cosce fino alle ginocchia, rimanendo nuda ed esposta.
Lui riprese a colpirmi, alternando però ogni schiaffo a tocchi e sfioramenti per mezzo del gioiello a croce. Lo portò contro le labbra della mia fica, lo premette contro il clitoride. Per essere un prete mi sembrò conoscere fin troppo bene l’anatomia femminile. Le mamme del catechismo erano donne fortunate.
“Non l’ha messo lì.” gli dissi io ad un certo punto e gli sculettai un po’ davanti al naso.
Lui titubante mosse la croce strisciandola sulla mia pelle e lasciando una traccia di miei umori fino a giungere nella zona dell’ano.
“Qui?” chiese quasi timoroso.
“È ancora più blasfemo, no?” lo provocai io.
Mi infilò la parte lunga della croce nel culo e poi iniziò a colpirmi le natiche più forte di prima, come se volesse punire anche se stesso per la situazione in cui si era lasciato trascinare. Dopo alcuni colpi il mio sfintere anale, a causa delle contrazioni date da un orgasmo intenso, sputò fuori il gioiello che cadde a terra.
“Le è piaciuta.” commentò lui.
“Cosa?” ansimai io priva di lucidità.
“La punizione. Le è piaciuta.”
“Non doveva piacermi?”
“No. Neanche a me avrebbe dovuto piacermi.”
“E quindi?”
“Siamo deboli…”
“Riproviamo con una benedizione…” dissi io e così dicendo mi portai le mani dietro per fare il gesto di aprirmi un po’ le chiappe.
Il messaggio era chiaro, almeno per un prete abituato a cedere ai piaceri della carne. Lo guardai da terra mentre si spogliava. Il suo corpo era atletico e la pelle piena di tatuaggi dall’aspetto minaccioso. Il suo cazzo era lungo storto e sottile.
Lui notò il mio stupore per i tatuaggi.
“Non sono stato sempre un prete.” mi disse per giustificarli.
“Sembrano tatuaggi…” mi fermai perché non sapevo come esprimere la mia impressione.
“Da criminale?” finì lui per me.
“Sì.”
“Ho un passato da peccatore. E anche un presente, ma di diverso tipo.” aggiunse mentre si piegava sulle gambe per puntare il suo cazzo verso le mie terga.
“Dove c’era la croce?”
“Dove c’era la croce.”
Aveva un cazzo perfetto per il sesso anale e ci sapeva fare. Pensai alle mamme del catechismo, chissà se anche loro ne avevano goduto allo stesso modo. Un modo molto cristiano di essere infedeli.
Lo incitai a darci dentro, ricominciando a godere. Lo incitai a benedirmi con la sua sborra santa. Lo dissi veramente? Forse sì, non ero più molto presente a me stessa.
Stava grungendo e ansimando quando uscì dal mio culo e mi prese per i capelli tirandomi su verso di lui. Mi girò attorno.
“In ginocchio.” mi ordinò. “E prega.”
Io mi misi in ginocchio, con le mani giunte a coppetta, come quando si riceve l’ostia della comunione. Lui si stava menando il cazzo con foga e rabbia. Io ricominciai a pregare.
Densa, bianca e abbondante. La sborra di un giovane uomo che probabilmente riduceva al minimo i momenti di piacere solitario si depositò sulle mie mani e poco dopo dentro alla mia bocca. La gustai con piacere. Mi sentivo benedetta.
“Come la comunione…” commentò lui.
Mi alzai fino a guardarlo a pochi centimetri dal suo viso.
“E che comunione sia…” dissi e lo baciai in bocca mettendo appunto in comune il prodotto del suo corpo.
Poco dopo lui si rivestì, mentre entrambi riacquistavamo un po’ di lucidità e ci rendevamo conto di cosa avevamo fatto.
“Confesserà questa cosa ai suoi… superiori? O colleghi? Come si dice?” gli chiesi.
“No, credo di no.” mi rispose secco.
“Ah.” commentai quasi delusa.
“Non mi confesserò perché…” continuò lui capendo che volevo una spiegazione. “Perché… in sostanza non ritengo di aver commesso nessun peccato. Non sono pentito. Non sento di avere niente di cui pentirmi. Non credo che sia un comportamento sgradito a Dio. Credo che il sesso sia un dono che ci ha fatto e farlo vuol dire onorare questo dono. Forse questo fa di me un prete imperfetto.”
“Quindi neanche io dovrei confessarmi per le cose che faccio?”
“Non davanti a Dio, per quanto mi riguarda. Puoi farlo davanti a degli uomini. Hai qualcuno a cui pensi che confesserai quello che abbiamo fatto?”
Ci riflettei su.
“Lo confesserei a lei, se non lo sapesse già.”
“Penso che possiamo smettere di darci del lei.”
“Ok. Lo confesserei a te, se non lo sapessi già. Non posso certo a confessarlo a mio marito. Sarebbe troppo.”
“Quindi a nessuno?”
“Potrei confessarlo a quell’uomo di cui ti parlavo. Quello a cui mando le foto, quello che scrive di me su quel sito, quello che mi ha suggerito l’uso blasfemo del mio gioiello. A lui dovrei proprio raccontare tutto anche se ho il sospetto che lo sappia già… che abbia già immaginato tutto.”
“Prego, tocca a lei.”
Una voce mi ridestò dal mio sogno ad occhi aperti. L’ultima persona prima di me era uscita dal confessionale ed ora era il mio turno. La messa intanto era già iniziata da diversi minuti ma io non l’avevo seguita. Mi ero persa nei miei pensieri, nelle mie fantasie.
Ero turbata ed eccitata. Avevo immaginato tante cose. Avevo pensato a cosa dire al prete, dentro al confessionale e mi ero poi figurata tutta una serie di sviluppi sempre più perversi. Nella mia mente si erano formate immagini così oscene e impensabili da farmi vergognare di averle pensate stando dentro ad una chiesa.
Guardai verso il crocefisso. Se Dio era veramente onnisciente sapeva già tutto e mi conosceva meglio di me stessa. E sapeva anche che nel mio agire non facevo male a nessuno, anzi regalavo solo piacere a me stessa e alle altre persone coinvolte.
In realtà quello verso cui provavo più vergogna era il prete che mi aspettava. Era lui ad essere stato l’oggetto delle mie fantasticherie. Non potevo certo andare dentro e raccontargli quelli che erano stati i miei peccati, anche se fatti solo col pensiero.
“Mi perdoni, padre, perché mentre aspettavo di confessarmi mi sono bagnata al pensiero che lei venisse a casa mia e dopo avermi sculacciato mi sodomizzasse e mi facesse bere la sua sborra.”
Non potevo certo entrare nel confessionale e dirgli così.
Anche perché non era colpa mia. Stavolta no.
Stavolta era tutta e solo colpa di Henry, di quel porco con le sue idee malate su come utilizzare gioielli a forma di croce.
Colpa sua che mi disegna più troia di quello che sono e, così facendo, mi induce a diventare ancora più troia.
“Mi perdoni, padre, perché quel porco si è immaginato che io la invitassi a casa, per farmi sculacciare, poi sodomizzare e per poi bere con gusto la sua sborra.”
“Perché mi confessa il peccato commesso da un altro?”
“Perché mi è piaciuto.”


Non sarei certo la prima donna a immaginare cose proibite e inenarrabili. D’altronde i preti protestanti ci danno dentro alla grande e diciamo pure che quelli cattolici, parrebbe, preferiscano di parecchio i ragazzini stando a tutti i fatti di cronaca conclamati. Ci sarà pure anche solo un p…e etero che si è fatto qualche mamma. Lato mio, ho sempre avuto la convinzione, sin da ragazzina, che molti preti si ritrovino con delle dotazioni degne di nota sotto la tonaca. Cazzi larghi, tozzi e orgasmi copiosi e abbondanti che esprimono tutta la loro costrizione. Ora ditemi che sono l’unica donna a immaginarlo…
Henry sei insuperabile come sempre, il disegno è maledettamente fedele alla foto. In qst tuo anche un tantino cattivello…la croce nel sedere è tanta roba 😘😘😘
ET
Qui si sta alzando progressivamente l’asticella (e non solo quella..)
Ho letto, metabolizzato, il racconto fino alla sua concepibile, realistica, conclusione. Sperando in una conclusione meno realistica, ma spesso la fantasia ci gioca dei bellissimi scherzi. D’altronde il principale organo sessuale è proprio nella nostra zucca… e questi racconti sono deliziosi dolcetti con cui coccolare la nostra fantasia.
Ho conosciuto tanti preti in vita mia, pochi/nessuno latino dai bei lineamenti ehehe. Devo ammettere che almeno uno, confessò senza troppi problemi a me e ad amici che avrebbe preferito essere protestante…
Sono certo che se avesse conosciuto Elena come da racconto… si sarebbe convertito… o quantomeno avrebbe protestato. 😉
Forse sperare in un 3ò episodio è troppo… più che altro per il Don, che rischia di brutto!
Xox. Grazie