Inaspettato copertina
Un racconto di Analcoholic

Inaspettato

14 luglio 202614 minuti di lettura

Continua da: Inopportuno

La serata era organizzata bene, da professionisti. Quel tipo di evento in cui ci sono tanti camerieri in giro, con stuzzichini su vassoi d'argento e troppa gente che si stringe la mano sorridendo senza avere niente di interessante da dirsi. La grossa azienda festeggiava cinquant'anni di attività. Io ero lì perché ero un loro fornitore. Avevo lasciato mia moglie a casa.

"Ti annoieresti." le avevo detto.

"Mi annoio anche a stare a casa." aveva risposto.

"Sì, ma almeno ti annoi nel tuo divano."

Aveva alzato gli occhi al cielo e mi aveva salutato.

Non avevo tutti i torti. Era una serata formale, molta gente che non si conosceva, e la cui probabile conversazione comune avrebbe virato su questioni di lavoro. Non il massimo per chi non c'entrava niente con quel settore.

Girai un po' per il salone, presi un bicchiere di prosecco, salutai qualcuno che conoscevo appena. Poi vidi lo studio del mio commercialista al completo o quasi. Anche la grossa azienda ne era cliente.

Tra di loro vidi Federica. La riconobbi prima che si girasse. Le gambe, i capelli, la posa. Poi si girò e sì, era lei. Minigonna scura, tacchi alti, camicia chiara abbottonata ma non troppo. Era bella. Avevo cercato di non pensarci nell'ultimo periodo, con risultati mediocri.

Mi vide. Sorrise.

"Guarda chi c'è."

"Cani e porci." risposi. Cagna e porco, pensai in realtà.

Ci avvicinammo. La stretta di mano fu un secondo più lunga del necessario. O forse me la immaginai.

"Questo è un incontro decisamente più opportuno del precedente." disse lei con tono leggero.

"Decisamente. Almeno non parleremo di lavoro, stasera." provai a glissare.

"Quindi sarà più piacevole?"

"Temo di no."

Rise. Poi aggiunse: "Aspetta un secondo."

Si girò verso destra e fece un cenno. Un uomo si avvicinò. Sui quaranta, corporatura media, aspetto ordinato. Aveva in mano un bicchiere di vino bianco.

"Ti presento mio marito. Edoardo."

"Piacere." dissi.

"Piacere." disse lui.

Gli strinsi la mano.

Fu in quel momento che ebbi un problema. Perché stringevo la mano di quell'uomo e nel frattempo nella mia testa c'era l'immagine esatta di sua moglie appoggiata al bordo di un tavolo di vetro, pantaloni abbassati alle cosce, schiena piegata, che mi diceva di andare piano nell'infilarle il mio cazzo nel suo culo. Era un'immagine piuttosto vivida e dettagliata. Troppo vivida per stringere una mano con serenità.

"Federica mi parla spesso dei clienti dello studio." disse lui.

"Spero bene." risposi cercando di dissimulare l'imbarazzo.

"Benissimo." disse lei, con un tono assolutamente neutro.

Edoardo era simpatico, in realtà. Cordiale. Lavorava in tutt'altro settore e non conosceva nessuno lì.

"Come mia moglie." gli dissi.

"Come?"

"Ho lasciato mia moglie a casa per lo stesso motivo. Non conosceva nessuno, si sarebbe annoiata."

Annuì. "Già. In effetti." guardò la sala. "Probabilmente mi annoio anch'io."

"Vai a prenderti qualcosa da mangiare." gli disse Federica. "Ci sono degli ottimi vol-au-vent, li ho visti prima."

Lui andò.

Federica e io restammo da soli. Anche lei stava nascondendo un certo nervosismo.

"Vol-au-vent?" dissi.

"Dovevo liberarmi di lui in modo gentile."

"Capito."

Poi arrivò qualcun altro e la serata continuò in chiacchiere di cortesia.


Passò un'ora. Forse di più. Girai, salutai, parlai di cose che non mi interessavano con persone che non rivedevo da mesi e che non avrei rivisto per mesi. A un certo punto mi ritrovai vicino a un gruppo dello studio. C'era una ragazza che non avevo mai incrociato nel loro studio. Giovane, venticinque anni forse, capelli scuri raccolti, vestito semplice. Aveva uno di quei visi che sembrano sempre leggermente sorpresi, occhi grandi, aspetto pulito, quasi dimesso, modesto. Quasi a nasconderne una bellezza innata.

La guardai. Non riuscii a non guardarla.

"Secondo me quello non è uno sguardo di lavoro."

Mi girai. Era Federica, apparsa dal niente al mio fianco, bicchiere in mano, senza marito.

"Non so di cosa parli."

"Certo, certo..."

"Stavo solo..."

"Stavi solo guardando la mia collega e facendoti venire in mente certe cose..."

"No, io..." mentii sentendomi colto sul fatto.

"Pensavo di essere la tua preferita dello studio." disse lei. Con tono finto offeso, quasi teatrale. Ma gli occhi ridevano.

"Lo sei. Ma una preferenza non esclude altre preferenze... subordinate."

"Bella logica."

"È una bella ragazza. Tutto qui. La guardavo perché è bella." mi sembrava strano dovermi giustificare con lei, però mi veniva naturale farlo.

"Sì." concordò Federica. "È una bella ragazza. Ma non farti venire strane idee."

"Perché?"

Si avvicinò leggermente. Abbassò la voce di mezzo tono.

"Perché scopa già col capo."

Rimasi fermo. "Col capo?"

"Con il tuo commercialista. Sì."

La guardai. "Non ci credo."

"E invece sì."

"Lui non mi sembra il tipo da..."

"Non sembra, lo so. Nemmeno lei sembra, vero? Eppure."

Guardai di nuovo la ragazza. Poi guardai il commercialista dall'altra parte della sala. Poi tornai su Federica.

"Come fai a saperlo?"

"Certe cose si sanno. Si capiscono."

"E chi le sa certe cose?"

"I pochi che le sanno cogliere. Nessuno dice niente a nessuno. E tu neanche, ovviamente."

"Ovviamente." dissi. "Però mi sembra strano. Non me lo aspetterai da lei, sembra così..."

"Tranquilla?"

"Sì."

Federica sorseggiò il prosecco. "Capitano tante cose inaspettate. O inopportune." disse.

Non aggiunse altro. Non ne aveva bisogno.


Trovai un posto tranquillo vicino a una delle finestre del salone. Fuori c'era il parcheggio illuminato, dentro c'era il rumore solito delle serate di questo tipo. A un certo punto sentii delle voci vicine. Mi girai di poco.

Era Federica col marito. Erano in disparte, parlavano sottovoce. O almeno lui sottovoce. Lei con quel tono pratico e deciso che conoscevo bene.

"Vai pure." la sentii dire. "Non voglio che tu rimanga per forza."

"Non è che rimango per forza."

"Edo, sei qui da due ore a romperti le balle. Vai a casa. Io troverò un passaggio da qualcuno."

In quel momento lei alzò gli occhi. Mi vide. Non fu uno sguardo casuale. Fu uno sguardo diretto, deliberato, con un mezzo sorriso appena accennato. Durò due secondi. Poi tornò su suo marito.

Rimasi immobile con il bicchiere in mano.

Ok, mi dissi internamente. Tra le gambe un principio di reazione. Sempre il primo a capire le cose lui.

Il marito disse qualcosa, lei rispose, lui annuì. Dopo un po' lui si incamminò verso l'uscita. Federica lo seguì fino alla porta, lo salutò, tornò dentro.

Non mi cercò subito. Aspettò. Si fermò a parlare con qualcuno, prese un altro bicchiere, girò ancora un po'. Anch'io aspettai. Cercando di non far trasparire impazienza. O almeno ci provai.

Poi mi venne vicina.

"Andiamo via?"

"Sì."

Uscimmo senza salutare quasi nessuno. Non fu difficile. In queste serate nessuno nota quando qualcuno sparisce, sono troppo impegnati a sperare che qualcuno noti loro.


Salimmo in macchina. Misi in moto. Ma non partii.

"Dove andiamo?"

Lei si sistemò sul sedile. Si tolse una scarpa. Poi l'altra. Le buttò sul tappetino con noncuranza. Poi portò le gambe sul sedile, raccogliendole verso di sé. Gambe lunghe, nude, la minigonna che saliva su. I piedi curati.

"Io ho detto a mio marito che trovavo un passaggio per tornare a casa." disse. "Quindi se non hai idee inopportune mi puoi riportare a casa."

"Ah. Certo. Nessuna idea inopportuna."

Mi sorrise con sarcasmo. Ricambiai.

Partii. Non sapevo esattamente dove andare. O meglio, sapevo dove non volevo andare, ma non avevo ancora un piano alternativo. Guidai senza una direzione precisa. Ogni tanto guardavo la strada. Ogni tanto guardavo le sue gambe. Lei lo notò e non disse niente. Sorrise, anzi. Quel sorriso di chi è lusingato e lo sa e non lo nasconde.

Dopo qualche minuto allungò le gambe. Prima sul cruscotto, poi verso di me. Poi i piedi sul mio pacco.

Il mio cazzo, che aveva già previsto tutto, si fece sentire contro le sue piante dei piedi.

Non dissi niente subito. Poi dissi: "Starei guidando."

"Lo so."

"È inopportuno distrarre il conducente."

"So anche questo."

Mi slacciai i pantaloni. Non fu una decisione elaborata. Fu automatico. Feci uscire il cazzo. Lei mosse i piedi, lo trovò, lo avvolse. Ero già duro al massimo.

"Nessuna mi ha mai fatto così mentre guidavo." commentai con un sospiro.

"Sul serio?"

"Con la bocca sì. Coi piedi no."

"Vuoi la bocca?"

"I piedi vanno benissimo."

Continuai a guidare. Non era facile concentrarsi. Lei era rilassata, le gambe appoggiate su di me, la minigonna quasi inutile a quel punto. Tenevo gli occhi sulla strada ma i pensieri erano tutti rivolti all'interno.

A un certo punto lei disse: "Siamo dalle parti dello studio."

Guardai fuori. Aveva ragione. Ero finito da quelle parti quasi per inerzia.

"Hai delle cose di lavoro da sbrigare?" dissi.

Mi guardò. "Andiamo lì."


Lo studio era buio e silenzioso. Federica aprì la porta, entrò e disattivò l'allarme. Io dietro. Il corridoio era illuminato solo dalla luce di emergenza, una cosa fioca e verdina che rendeva tutto leggermente irreale.

Andammo verso il suo ufficio.

"Immagino che tu non abbia portato preservativi neanche stasera." disse.

"Federica, ero a un evento aziendale."

"Già. Come la volta scorsa eri dal commercialista."

"Esatto."

"Non fa niente." disse. "Voglio fare la stessa cosa dell'altra volta."

"Ok." il mio cazzo mostrava più entusiasmo, io cercavo di nasconderlo, non volevo sembrare un ragazzino infoiato.

"Mi era piaciuto." disse semplicemente. Come se stesse confermando di aver apprezzato una ricetta. Forse anche lei non voleva sembrare troppo infoiata.

Entrammo nel suo ufficio. Era piccolo, ordinato, scrivania con un monitor, scaffali con faldoni. Lei accese la luce della scrivania, quella piccola, che bastava appena. Si girò verso di me. Ci avvicinammo.

Iniziammo a toglierci i vestiti. Senza fretta ma senza indugi. Lei la camicia, io la giacca. Lei la minigonna, io i pantaloni.

Poi sentimmo le chiavi.

Ci fermammo.

Chiavi nella serratura della porta d'ingresso dello studio. Chiarissime. Inconfondibili.

Federica spense la luce. Ci muovemmo verso la porta del suo ufficio, quella aperta verso il corridoio, e ci nascondemmo dietro. Eravamo praticamente nudi. O quasi. Io in camicia e le mutande alle caviglie, lei con solo il reggiseno.

Sentimmo la porta d'ingresso aprirsi. Poi delle voci. Basse, ma non bassissime. Una voce maschile e una femminile.

Riconobbi la voce maschile. Era il mio commercialista.

Guardai Federica nel buio. Lei mi guardò. Si portò un dito alle labbra.

"Hai disattivato l'allarme?" disse la voce maschile.

"Boh, sì. Cioè sembrava già disattivato." disse lei.

"Qualcuno si è dimenticato. Non importa."

Sentii una porta aprirsi. L'ufficio del titolare, in fondo al corridoio. Non accesero luci.

"Allora è vero." sussurrai.

Federica mi mise una mano sulla bocca. Piano.

Restammo in silenzio. Dall'ufficio in fondo arrivarono rumori. Prima indistinti, poi sempre meno. La ragazza rise, poi smise di ridere. Sentii qualcosa spostarsi, forse una sedia, forse qualcuno appoggiato a qualcosa.

Poi sentii la voce di lei. Quella ragazza con la faccia innocente e gli occhi grandi.

"Sì. Così."

Poi: "Sono la tua troia. Dimmelo."

Una pausa.

"Dimmelo."

Sentii lui rispondere. Non capii le parole esatte ma il tono era chiaro.

Lei riprese: "Sì. Tua. Solo tua."

Rimasi immobile. Non riuscivo a riconciliare quella voce con la ragazza che avevo visto quella sera con l'aspetto di chi al sabato fa catechismo ai ragazzi.

Poi lei disse: "Nel culo. Lo voglio nel culo."

Una pausa breve.

"Sì, scopami nel culo. È solo tuo. Al mio ragazzo non lo do. Solo a te."

Federica, nel buio, vicina al mio orecchio, disse sottovoce: "Si vede che siamo colleghe."

Quasi risi. Mi trattenni.

Eravamo appiccicati uno all'altra dietro quella porta. Sentivo il suo respiro. Sentivo la sua pelle. Avevo le mani sui suoi fianchi quasi senza accorgermene. E sentivo anche, con chiarezza, che il cazzo che si era ammosciato nel momento in cui avevo sentito le chiavi era tornato durissimo. Appoggiato contro il suo coccige.

"Lo sento che ti piace sentirli." disse lei sottovoce.

Non risposi a parole. Spostai una mano tra le sue gambe, passando da dietro e da sotto. Le toccai la fica con le dita.

Era bagnata. Molto.

"Anche a te, mi pare." dissi contro il suo orecchio.

Non rispose. Lasciò fare.

Cominciai a muovere le dita. Lei appoggiò la testa all'indietro contro la mia spalla. Dall'ufficio in fondo continuavano ad arrivare voci, rumori, la ragazza che gemeva piano e poi sempre meno piano. Anche Federica stava iniziando a gemere leggermente. Avevo l'altra mano libera. La misi davanti alla bocca di Federica, piano, non per farle del male, solo per tenere giù il volume.

Poi spostai il pollice e lo spinsi dentro il suo buco del culo.

Ebbe un sussulto. Un suono che cercò di tenere basso e quasi ci riuscì.

Continuai. Dita nella fica, pollice nel culo, l'altra mano sulla sua bocca. Con le dita che entravano e lei me le succhiava. Il cazzo appoggiato contro di lei, il calore della sua schiena contro il mio petto.

Di là il godimento della ragazza stava salendo. Lo si capiva dal ritmo delle urla. Più frequenti, meno controllate. Poi arrivò. Urlò in modo abbastanza convinto per una situazione in cui si supponeva ci fosse discrezione. Forse non gliene importava.

Quasi nello stesso momento Federica venne. La sentii. Il suono che tenne basso con fatica, le gambe che si irrigidirono leggermente e tremarono, le mie dita che continuarono ancora un po' e poi si fermarono. Il cazzo sfregava contro le sue chiappe e fu più che sufficiente anche per me. Sborrai. Non dentro. Contro. Ma fu comunque abbastanza.

Restammo fermi qualche secondo.

Nell'ufficio in fondo c'era silenzio. Poi voci normali, basse. Il rumore di qualcosa che si rimetteva a posto.

Dopo qualche minuto sentimmo i passi nel corridoio, la porta d'ingresso, i bip dell'attivazione dell'allarme, le chiavi nella toppa. Poi il silenzio totale.

Federica si mosse. Si staccò da me, si risistemò.

"Dobbiamo andare." disse.

"Sì."

"È tardi."

"Lo so."

"I rispettivi consorti ci aspettano."

"Già."

Ci rivestimmo nel buio. Lei trovò le sue scarpe, se le rimise. Io mi sistemai la giacca. Uscimmo dall'ufficio, percorremmo il corridoio, lei disattivò e riattivò l'allarme e uscimmo.

Fuori era fresco. Il parcheggio era quasi vuoto. L'auto del commercialista non c'era più.

Salimmo in macchina in silenzio. Partii.

Casa di Federica era dall'altra parte della città. Guidai senza parlare per un po'. Lei rimase ferma sul sedile, le gambe di nuovo piegate sotto di sé, le scarpe di nuovo tolte. Guardava fuori dal finestrino.

A un certo punto disse: "Peccato non sia andata come previsto."

"Già. Ma mi pare che sia piaciuto ad entrambi."

"Entrambi noi o entrambe le coppie?"

"Entrambi... boh, entrambi. Ma, dimmi, quello che avevi previsto quando, di preciso, l'avevi previsto?"

"Quando... quando ti ho visto all'evento... anzi, no, forse quando ho pensato che avresti potuto esserci all'evento."

"E tuo marito?"

"Mio marito non è stato un problema, come hai visto."

Sempre organizzatissima. Come sul lavoro. Una serie di avvenimenti, per me inaspettati, per lei pianificati.

Guidai ancora. Eravamo quasi arrivati. Poi sentii la sua mano sulla mia coscia. La guardai un secondo.

Non disse niente, sorrise solo.

Mi slacciò i pantaloni. Fece uscire il cazzo. Si chinò.

Non dissi niente. Cosa avrei dovuto dire. Che ero alla guida? Lo sapeva. Che non si faceva? Si faceva eccome, stava succedendo. Che avremmo potuto aspettare?

No. Non avremmo potuto aspettare.

La sua bocca era calda e umida. Sapeva quello che faceva. Tenevo gli occhi sulla strada con lo sforzo di quando la visibilità è azzerata da un forte temporale notturno. Girai a sinistra, semaforo, rallentai, poi sempre dritto, accelerai lungo il viale, lei che continuava senza fermarsi.

Girai nella strada di casa sua, come da navigatore impostato su sue istruzioni. Parcheggiai. Spensi il motore mentre mi appoggiavo allo schienale. Durò ancora una trentina di secondi al massimo.

Venni.

Lei non si mosse. Rimase lì qualche secondo. Poi si raddrizzò, si sistemò i capelli.

Mi guardò. Aveva la bocca chiusa.

Mi venne da fare qualcosa di inaspettato, che non avrei dovuto fare.

Mi allungai verso di lei, cercai le sue labbra. Non ci eravamo ancora baciati. Lei lasciò che la mia lingua invadesse la sua bocca, facendosi trovare ancora piena della mia sborra.

Per certi versi fu quello a farle accettare il mio bacio, credo. Sarebbe stato un bacio intimo, quasi romantico, diversamente. E non era quello il rapporto che c'era fra noi. Solo sesso e perversione. Un bacio avrebbe stonato. Un bacio al gusto di sperma, invece, faceva parte della trasgressione.

Aprì la portiera. Scese. Si girò verso di me un momento.

"Buonanotte." disse.

Chiuse la portiera.

La guardai salire i gradini del portone. Le guardai il culo, per quella sera solo imbrattato e non farcito. Aprì e sparì dentro.

Rimasi in macchina ancora un minuto. Mi riassettai. Poi rimisi in moto.

Guidai verso casa pensando a mia moglie sul divano, anzi ormai a letto, e a quante cose inaspettate erano successe in quella serata che non avrei mai potuto raccontarle.

"Capitano tante cose inaspettate. O inopportune." Disse. Non aggiunse altro. Non ne aveva bisogno.

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Analisi letteraria

Inaspettato costruisce la sua forza su un paradosso strutturale: tutto ciò che al narratore appare come fortuna, casualità o istinto è in realtà esito di una regia silenziosa e precisa. Federica orchestra ogni momento con la stessa competenza che porta al lavoro — e questa asimmetria nel controllo, mai dichiarata apertamente, diventa il vero motore erotico del racconto. Il desiderio, qui, non nasce dall'impulso ma dalla pianificazione altrui accettata con gratitudine.

Lo stile è asciutto, ritmato, con una voce narrante che sa di essere in ritardo rispetto agli eventi e lo ammette con ironia discreta. Il tono oscilla tra il cinismo affettato e una vulnerabilità trattenuta che affiora soprattutto nelle sequenze finali. La prosa non indugia mai nel compiacimento: descrive senza esibirsi, e questo la rende più efficace.

Il cuore della tensione erotica si sposta progressivamente verso l'ascolto: i due protagonisti, seminudi nel buio, diventano testimoni involontari di un'altra trasgressione speculare alla loro. L'eccitazione che ne nasce è acustica, voyeuristica per osmosi, e l'autore la gestisce con equilibrio raro — trasformando il rischio della scoperta in catalizzatore piuttosto che in elemento accessorio.

Il bacio finale è la scelta più raffinata del testo: rompe la logica della relazione puramente fisica, ma la reintegra immediatamente nella trasgressione attraverso un dettaglio che neutralizza la deriva sentimentale. Non è romanticismo: è la perversione che riassorbe il gesto tenero e lo fa suo.

Quello che resta, a serata conclusa, è la sagoma silenziosa di una moglie ignara — cornice sobria che dà profondità morale senza moralismi.

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