Mi sveglio che non sento la schiena. Il nostro divano è comodo per starci seduti, meno per dormirci. Mi alzo, mi tengo i reni con le mani, e mi chiedo per un attimo perché ho dormito lì quando ho un letto matrimoniale in camera. Poi mi ricordo. E smetto di chiedermelo.
Dalla cucina arriva un rumore e un sentore di caffè.
Mi avvicino. Spio prima di entrare, non so nemmeno io perché.
C'è lei. Alessia. L'amante di mia moglie. È in piedi davanti ai fornelli, scalza, con una camicia lunga fino a metà coscia. Una camicia che mi sembra di conoscere.
Entro.
"Quella è la mia camicia." ho un tono un po' seccato.
Lei si gira, mi guarda, non sembra per niente imbarazzata.
"Ha un buon profumo." risponde senza che abbia senso rispetto a quello che le ho detto.
"Sarà anche quello mio."
"No." dice, "Credo sia di tua moglie."
Mi guarda dritto in faccia come se stesse aspettando la mia reazione. Mi rendo conto che non ho niente da rispondere ed era quello che voleva.
La moka comincia a borbottare. Lei la toglie dal fuoco. È di spalle e quando allunga il braccio verso lo scaffale con le tazzine la camicia sale. Prima metà culo. Poi tutto. Niente sotto, come sospettavo.
Distolgo lo sguardo, per un innato rispetto. Poi lo riporto, per un altrettanto innato istinto maschile.
"Sei nuda sotto?" non so perché gliel'ho chiesto.
Si gira. Mi guarda con una faccia indecifrabile.
"Vorresti togliermela, vero?"
"Voglio indietro la mia camicia."
"Anche tua moglie rivorresti indietro?" dice. "La camicia non è l'unica cosa tua che ho usato da ieri sera."
Resto fermo sulla soglia della cucina. Sono in boxer e una maglietta e ho la schiena a pezzi e sto avendo una conversazione che mi mette a disagio.
"Che cosa avete fatto?"
"Secondo te?"
Faccio una pausa. "Non lo so. Avete chiacchierato, vi siete baciate, vi siete toccate un po'."
Lei inclina la testa di lato. Sorride. Non è un sorriso cattivo, è peggio: è un sorriso paziente.
"Hai una visione un po' edulcorata delle voglie sessuali di tua moglie. Oppure con me è diversa."
"Sì." ammetto "Con te è diversa."
"Con me si scatena." conferma.
Il modo in cui lo dice non mi fa sentire meglio.
Mi verso un bicchiere d'acqua dal rubinetto perché ho bisogno di fare qualcosa per rompere l'imbarazzo. Bevo. L'acqua è tiepida, fa schifo.
"E quindi cosa avete fatto?"
"Già detto: secondo te?"
"Smettila con secondo te."
"Devi solo chiedere nel modo giusto."
"Nel modo giusto come?"
Alza il dito medio verso di me. Lentamente. Con una certa eleganza.
"Sai dove lo puoi mettere?" dico.
"Nel culo di tua moglie?" risponde. "Già fatto. E non solo il dito."
Silenzio.
Mi avvicino di due passi. Non so bene cosa stavo per fare, forse niente, forse volevo solo ridurre la distanza per guadagnare almeno una supremazia territoriale.
Lei alza una mano. Mi ferma con il palmo aperto sulla faccia. Letteralmente. Mano aperta sulla mia faccia.
"Annusa."
"Cosa?"
"Annusa."
Lo faccio. Non so perché lo faccio, ma lo faccio.
"Non sento niente."
"Esatto. Tua moglie si era pulita per bene. Sapeva cosa l'aspettava. Lo voleva."
"Voleva cosa."
"Dai," dice, "lo hai capito. Puoi anche dirlo."
"Dillo tu."
"No. Io l'ho fatto. Tu lo dici."
Mi passa per la testa l'immagine. Non è vaga, è precisa. Mia moglie. Alessia. La mano di Alessia. Dentro a mia moglie. Tutta.
Non la dico, la parola. Non faccio in tempo.
L'immagine è troppo concreta e il mio corpo decide per conto suo. Mi piego a metà, quasi istintivamente, mi premo il pugno contro il pube come se potessi fare qualcosa. Non posso fare niente. Non riesco a fare niente. Sborro nei boxer come un ragazzino.
Alessia ride. Non una risata crudele, peggio: è davvero divertita. Come quando si ride di qualcosa che è anche un po' tenero.
"Vedi che hai capito."
Resto piegato per qualche secondo. Mi raddrizzo. Lei mi guarda, poi si afferra il colletto della camicia da entrambe le parti. Scende. Non erano tanti i bottoni allacciati. In un attimo se l'è sfilata. La tiene un secondo in mano, tesa verso di me.
È lì in piedi, nuda nella mia cucina. Non ho neanche voglia di guardarla. Sì che ne ho voglia. No, non è il momento.
Mi lancia la camicia.
"La puoi usare per pulirti." indica la macchia umida nei boxer.
Mi escono solo le sillabe iniziali di qualcosa. Non so cosa.
Lei si gira e cammina verso il corridoio. I piedi nudi sul pavimento. Sculetta. La guardo, rapito.
Alla porta della camera si ferma. Alza la voce quel poco che serve.
"Non ci disturbare. Ne abbiamo ancora da fare."
La porta si chiude.
Resto lì in cucina con la mia camicia in mano, i boxer sporchi e la moka fredda sul fuoco.
Dopo un minuto, forse due, dalla camera cominciano i rumori. Quelli che conosco. Che ho sentito per metà della notte e che mi hanno tenuto sveglio più della scomodità del divano.
Mi siedo sul pavimento con la schiena contro il muro. Non so perché sul pavimento. Il pavimento sembra il posto giusto.
La camicia la tengo ancora in mano. Ha ragione lei: profuma di mia moglie.
La uso per pulirmi. No, non è proprio esatto. La uso per farmelo tornare duro, pensando a quelle due dalle quali mi separa solo una porta chiusa e forse delle preferenze sessuali nelle quali non rientro del tutto.
La camicia la tengo ancora in mano. Ha ragione lei: profuma di mia moglie.


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