All work and no play makes Jack a dull boy… all work and no sex makes Jack a dull boy… all work and no sex makes Jack a dull boy…
Era un periodo in cui stavo lavorando tanto. Anzi troppo. Stavo guidando un progetto importante per la mia azienda e la responsabilità che avevo mi portava ad occuparmene a quasi tutte le ore del giorno, ben oltre il normale orario lavorativo. Questo voleva anche dire che a risentirne era la mia vita di coppia e la mia vita sociale. Non era certo l’unica causa ma era circa un mese che con mia moglie non facevo sesso e oltre a lei stavo trascurando anche altre persone.
Una mia amica era da un po’ che mi scriveva per vederci per un aperitivo o qualcosa del genere. Era da un po’ che non ci vedevamo e io continuavo a rimandare nonostante l’avrei vista con piacere. La nostra era una strana amicizia. Spesso la gente si chiede se possa esserci solamente una vera amicizia tra un uomo e una donna, senza implicazioni di attrazione e di desideri sessuali. Quella tra me e Valentina non poteva certo essere presa ad esempio. Da un lato era una vera amicizia, tra di noi non c’era mai stato nulla. Dall’altro l’attrazione sessuale era evidente in entrambi. Nonostante questo mai eravamo andati oltre. Non sapevo bene perché. In parte per rispetto delle rispettive relazioni ufficiali. Ma forse il vero motivo era perché la tensione del resistere alla tentazione era per entrambi una spinta a continuare a frequentarsi. Era come se, nel caso avessimo ceduto, sarebbe caduto il castello di fantasie che ognuno dei due si era costruito. Se fossimo passati ai fatti, dopo tutto quel tempo e quel resistere, sarebbe stata probabilmente una delusione e forse avrebbe messo fine anche alla nostra amicizia, che era comunque piacevole al di là dei risvolti erotici.
“Stasera?” mi scrisse Valentina quando erano circa le sette ed io ero ancora in ufficio, ormai da solo.
“Niente. Lavoro. Mi spiace.” risposi telegraficamente.
“Ancora… ma quanto ne hai ancora?” mi rispose esprimendo delusione con una serie di faccine.
“Comincio a vedere la luce in fondo al tunnel. Dai, nelle prossime settimane secondo me riusciamo ad organizzare un aperitivo. Promesso.”
“Uff…”
Mi rituffai nel lavoro, mentre dagli uffici cominciavano ad andarsene anche le donne delle pulizie.
Dopo un po’ presi il telefono, per avvisare mia moglie quanto avrei fatto tardi. Ormai quella sera tanto valeva tirare avanti a oltranza, forse sarei riuscito a chiudere un importante capitolo. Vidi un’altra notifica nella chat con Valentina.
“Ma i tuoi uffici sono ancora quelli in piazza R********?”
“Sì, perché?”
“Quel palazzo tutto in vetro? Tutto illuminato alla sera?”
“Sì, perché?”
Per diversi minuti non rispose. Lasciai perdere il telefono e mi concentrai di nuovo sul mio computer. Valentina era una un po’ imprevedibile e non ci facevo tanto caso alle sue domande improvvise, alle sue sparizione e alle sue idee. Ma all’idea di quella sera ci avrei dovuto far caso, volente o nolente.
Diedi uno sguardo al telefono. Stava vibrando. Valentina mi stava chiamando.
“Senti. Io stasera avevo già deciso di uscire e sono uscita. Con o senza di te. Ma preferirei con te.”
“Mi spiace, sono ancora in ufficio, ormai ho iniziato una cosa e non posso lasciarla a metà.”
“Lo so che sei in ufficio. Mi fai salire?”
Trasalii a sentire l’ultima domanda.
“In che senso?”
“Sono qua sotto. Affacciati. Se sei quello al quinto piano. Ci sei solo tu, no?”
Mi avvicinai alla vetrata che dava sulla piazza. Vidi sotto una figura ben riconoscibile. Era Valentina che agitava un braccio in segno di saluto.
“Ma che ci fai qua?”
“Te l’ho detto, volevo uscire e volevo vederti. E poi sono curiosa di vedere il tuo ufficio. Tanto adesso non c’è nessuno, no? Mi puoi far entrare, no?”
“Sì, ma…”
“Dai, su, ti rubo solo qualche minuto, poi puoi tornare al tuo amato lavoro.”
“Ok.”
Diedi le istruzioni a Valentina per entrare nell’androne del palazzo. Io l’aspettai sulla porta dei nostri uffici. Dovevo aprirla disattivando temporaneamente l’allarme e poi reinserirlo. A quell’ora era obbligatorio. Nessuno avrebbe dovuto essere negli uffici, in teoria.
Ci baciammo sulle guance. Lei era sempre bella e, notai, anche particolarmente profumata. Indossava un trench chiaro lungo fino a sotto le ginocchia. Sotto ad esso si intravedevano le gambe velate da calze e un paio di décolleté di vernice nera col tacco a spillo molto alto.
La portai a vedere il mio ufficio. Lei ammirò la visuale sulla città illuminata.
“Bello qua. Hai una bella visuale. Di giorno deve essere ancora meglio.”
“Dipende. Per certi versi la città è più bella di notte. Molte cose brutte non le vedi.”
“Ma ti perdi quelle belle. Le cose illuminate sono belle. I vostri uffici da sotto sono belli così tutti illuminati.”
“Da sotto forse. Qui come vedi sono uffici normalissimi.”
“Sai, io qui sotto ci passo spesso, mi è sempre piaciuto il vostro palazzo, con gli uffici illuminati di sera, anche se vuoti. Anzi, soprattutto perché vuoti. Mi hanno sempre colpito. A te no?”
“No. Forse perché ci sono dentro tutti i giorni.”
“Io tutte le volte che passo di qui alla sera penso sempre ad una cosa. Anche stasera ci ho pensato.”
“A cosa?”
Valentina si girò verso di me. Fino a quel momento avevamo parlato guardando entrambi verso fuori. Mi guardò con un’aria che le avevo visto raramente. C’erano sempre stati tra di noi degli sguardi un po’ allusivi, ma quello di quella sera era ben più che allusivo. Allupato, l’avrei definito.
“Ho sempre avuto una fantasia erotica.” cominciò a parlare lentamente, a bassa voce, e mentre parlava iniziò a slacciarsi il trench, lo aprì e lo lasciò cadere a terra mentre completava la frase: “Ho sempre avuto il desiderio di fare sesso dentro ad un ufficio vuoto, alla sera, con la luce accesa in modo che chiunque, dalla strada potesse vedermi.”
Sotto al trench non indossava quasi niente. Oltre alle scarpe aggressive che avevo già notato, aveva un paio di calze che le arrivavano a metà coscia, sostenute (forse per finta, essendo probabilmente autoreggenti) da un reggicalze. Poi un paio di mutande di quelle da grandi occasioni e un corpetto che sosteneva e metteva in mostra il seno.
Rimasi imbambolato di fronte a quello spettacolo. Così esplicitamente sensuale non l’avevo mai vista. Il suo bel corpo così seminudo non l’avevo mai visto. Tra le mie gambe c’erano già i principi di una reazione istintiva.
Non disse altro. Si appoggiò con le mani alla vetrata, piegandosi in avanti e mostrando verso di me il culo. Le mutande si rivelarono essere un perizoma che lasciava scoperte un paio di chiappe che fino ad allora avevo soltanto immaginato. La visione che avevo rendeva giustizia all’immagine mentale perfetta che mi ero costruito.
Valentina girò leggermente la testa, per guardarmi di sbieco, con aria quasi di rimprovero.
“Allora?”
“Cosa?” chiesi io stupidamente.
“Non vuoi togliermi questa mia fantasia?”
“Ma… potrebbero vederci.” mi ascoltavo mentre parlavo, ero proprio così scemo?
“Io spero che qualcuno ci veda. La mia fantasia è proprio quella.” sculettò invitante.
“Ok… scusa… sono un idiota.”
“E allora?”
“Cosa?”
“Cosa aspetti?”
“Ma davvero vuoi… scopare?”
“Tu no?”
“Io… io sì… ma…”
“Ma cosa?”
“Pensavo che… non avremmo mai scopato.”
“Anche io… è stato veramente bello non scopare con te per tutto questo tempo… volendolo fare… non so se mi spiego.”
“Sì, ti spieghi benissimo.”
“Però questa sera ho pensato che sarebbe stato ancora più bello farlo. Qui davanti a tutti, davanti alla città.”
“Sicura?”
“Dai. C’è qualcuno là sotto. Forse sta guardando su. Forse mi ha visto. Forse si sta chiedendo cosa ci faccio in questa posizione. Forse vede che sono mezza nuda. Ma si starà chiedendo perché quel pirla non ne approfitta. Dai, togligli i dubbi. Dimostra che non sei un pirla.”
Ero bloccato. Ero stato colto di sorpresa dall’intraprendenza della mia amica. Nonostante fosse lei a chiedermelo e a provocarmi mi sembrava come se fosse una cosa che non dovevamo fare. E non stavo pensando ai nostri partner ufficiali. Era come tradire la nostra amicizia, la nostra attrazione basata sul fatto che non avremmo mai fatto niente pur desiderandolo entrambi.
Poi il mio cazzo prese il sopravvento, incredulo di appartenere ad un uomo che poneva quei problemi. Il culo di Valentina era troppo invitante e anche la situazione. In effetti pensare di dare spettacolo in quel modo era tremendamente eccitante. Ci poteva vedere chiunque ma eravamo al sicuro. Nessuno avrebbe mai saputo chi eravamo nonostante non avrebbe avuto nessun dubbio su tutto quello che avremmo fatto.
L’afferrai per i fianchi, con i pantaloni alle caviglie.
“So cosa ti stai chiedendo.” disse lei, sibillina.
“Cosa?”
“Li conosco i tuoi gusti. E la risposta è sì. Se vuoi, puoi. Anzi, se vuoi, devi. Io voglio.”
Per essere sicuro di aver capito a cosa si riferiva mi misi il dito medio in bocca, umettandolo per bene. Poi lo puntai sull’ano che occhieggiava dietro al filo del perizoma. Il gemito di piacere mentre glielo infilavo dentro mi fece capire che avevo intuito bene.
Sto lavorando troppo in questo periodo. Perdo lucidità. Ho dovuto usare questa scusa stamattina con i miei colleghi dopo che per la seconda volta durante una breve riunione nel mio ufficio avevo perso il filo dei discorsi. Ma la realtà è un’altra.
Appena dopo che ha iniziato a parlare la mia collega lo sguardo mi è caduto sulla luce che di taglio entrava nel mio ufficio. Solo in quel momento mi sono accorto che il vetro era sporco. Era rimasto sporco. Si vedeva l’impronta di due mani, distanziate fra loro, e in mezzo un altro alone. Forse lo potevo notare solo io perché sapevo che c’era e soprattutto solo io potevo capire cos’era stato a sporcare in quel modo la vetrata.
Ma mentre i miei colleghi parlavano io vedevo la faccia di Valentina schiacciata sul vetro mentre io da dietro spingevo dentro al suo culo. Vedevo il suo culo aperto che accoglieva voglioso il mio cazzo come raramente mi era capitato prima con una donna.
E poi lì sulla scrivania dove c’erano appoggiati i computer e i nostri fogli, poche era prima c’era stato appoggiato il culo della mia amica, mentre la leccavo.
Congedati i miei colleghi ho preso in mano il telefono.
“Ciao. Sto lavorando troppo in questo periodo. Penso sia il caso che rallenti un po’ e uscire un po’ con un’amica mi farebbe bene. Tu ci sei una delle prossime sere? Ci vediamo?”
Ho inviato il messaggio. Il mio cazzo era duro.
