Cenetta romantica copertina
Un racconto di Analcoholic

Cenetta romantica

30 luglio 202616 minuti di lettura

Ero in anticipo di dieci minuti. Anzi sarei stato ancora più in anticipo ma avevo fatto qualche giro dell'isolato per ingannare l'attesa. Mi ero parcheggiato davanti al portone e avevo mandato il messaggio.

"Sono qui."

Per qualche minuto non diede segno di averlo neanche letto.

"Un attimo, sto arrivando."

Avevo messo giù il telefono sul sedile. Avevo guardato fuori dal finestrino. Un palazzo come tanti, una via come tante. Ma non una serata come tante. Una serata speciale.


Era stato un pomeriggio lungo. Ero rimasto a casa, non riuscivo a stare fermo. Alle cinque lei era arrivata trafelata dal lavoro. "Sono in ritardo, devo prepararmi." aveva detto concitata prima di chiudersi in bagno.

Avevo solo immaginato lei davanti allo specchio del bagno, il vapore, la doccia aperta. L'avevo immaginata mentre si radeva le gambe lentamente, con quella concentrazione silenziosa che aveva quando si preparava per qualcosa che le importava davvero. L'avevo immaginata che si passava le mani sulle cosce per controllare, poi sul pube, poi si girava di schiena per guardare i polpacci. Con lo specchietto del trucco a triangolare lo sguardo per verificare la situazione intorno all'ano. Metodica, precisa.

Poi l'avevo vista uscire dal bagno e aprire l'armadio.

"Quale metto?"

A me lo aveva chiesto. Come faceva a volte, quando non riusciva a scegliere. Apriva l'armadio in reggiseno e mutandine e aspettava che io decidessi, come se io avessi qualche competenza in materia. Di solito suggerivo il primo che mi causava un principio di erezione.

"Quello nero." dissi.

"Quale nero, ne ho tre neri."

"Quello corto."

"Sono tutti corti."

"Quello stretto."

"Idem."

"Allora metti il più corto e il più stretto."

Lei rise e prese quello che aveva già deciso di mettere dall'inizio. Non era nero.

Poi era andata a truccarsi, con cura e attenzione. Dettagli fin troppo raffinati per le sensazioni più primitive che suscitava in chi l'avrebbe guardata.


Era uscita dal portone dopo dodici minuti.

Io sentii il solito groppo in gola, misto ad ammirazione.

Il vestito alla fine era color borgogna, corto solo da un lato, ma molto stretto. Le scarpe col tacco la facevano essere ancora più sexy. I capelli erano mossi, ancora un po' umidi, come se fosse appena uscita dalla doccia.

Era bellissima.

Era salita in macchina. Mi aveva dato un bacio veloce sulle labbra. Profumo diverso, o forse era il suo solito ma mischiato a quello di un altro bagnoschiuma. Sentori maschili.

"Eri in anticipo." aveva detto.

"E tu ora sei in ritardo."

"Sono le otto e cinque."

"Appunto."

Aveva riso. Avevamo guidato verso il ristorante senza dire molto altro. Ogni tanto le lanciavo un'occhiata. Lei guardava fuori dal finestrino.


L'avevo lasciata sotto casa di M verso le sei. Avevo guidato in silenzio, da parte di entrambi. Che avessi lei al mio fianco lo percepivo solo dal gradevole profumo che si era messa. Diverso dal solito che usava con me.

Si era tolta le cinture e prima di aprire la portiera si era girata verso di me. Le sue labbra avevano il rossetto fresco.

"Grazie." disse con sincero trasporto.

Avevamo le labbra a pochi centimetri. Lei non si era spostata. Io avevo sentito il profumo nuovo, quello che non riconoscevo, e le avevo preso il viso tra le mani e l'avevo baciata, a lungo. Come per marcare un territorio che mi stava sfuggendo.

Quando mi ero staccato lei aveva sorriso con un'espressione che non sapevo bene come classificare. Poi aveva estratto il rossetto dalla borsetta e si era ritoccata le labbra. Quanto sarebbe durato quel ritocco? Pensai.

"Vieni a prendermi alle otto?"

"Due ore? Così tanto? Ma ho prenotato per le otto."

"Sposta la prenotazione."

"Perché?"

Si era morsa il labbro. Non il gesto delle persone che pensano, il gesto di chi deve decidere cosa dire. "Così. Ne ho voglia."

"È tanto due ore." avevo detto.

"Ti prego."

"E io cosa faccio nel frattempo?"

"Non lo so, vai in giro." Si era appoggiata allo schienale del sedile con quella sicurezza tranquilla che aveva quando voleva qualcosa. "Dai, ti prego. Ho voglia di farlo con calma. Senza fretta."

"Anche io vorrei cenare con calma, dopo." dissi con un tono un po' acido.

"Abbiamo tutto il tempo. A cena sarò tutta tua, per quanto tempo vuoi."

Tutta tua. L'aveva detto così, con naturalezza.

"Va bene." avevo detto. Come avrei potuto dire diversamente?

Lei aveva riso, mi aveva dato un ultimo bacio veloce, ed era uscita dalla macchina. L'avevo guardata camminare verso il portone. Il vestito metteva in risalto il culo mentre camminava. Aveva suonato il citofono senza girarsi.

Il portone si era aperto.

Era sparita.


Il ristorante era uno di quelli quotati in città. Tovaglie bianche, candele, silenzio discreto. Il tipo di posto in cui si parla a voce bassa e si finge di essere persone perbene. Anche se magari molti ci portano l'amante.

Il cameriere ci aveva accompagnati al tavolo. Avevamo ordinato il menu degustazione, come al solito quando andavamo lì. Lei aveva scelto il vino. Aveva sfiorato la mia mano sul tavolo mentre studiava la carta dei vini, un gesto automatico, affettuoso.

Mi aveva quasi disarmato.

"Stai bene?" le avevo chiesto.

"Benissimo." aveva risposto. Aveva sorriso. "Tu?"

"Bene."

Avevamo aspettato l'antipasto. Avevamo parlato di cose normali, non ricordo neanche di cosa. Del ristorante, di quanto fosse tranquillo, del fatto che fuori si era alzata un po' d'aria e non faceva più così caldo come durante il giorno.

Era arrivato l'antipasto. Piccole cose eleganti, presentate con quella cura eccessiva che nei ristoranti così ti fa sentire quasi in colpa a mangiarle. Lo avevamo guardato, poi avevamo cominciato.

"È buono." aveva detto lei.

"Molto." avevo confermato. "La capasanta soprattutto."

"Sì. E quella crema sotto."

Avevamo continuato a mangiare in silenzio per qualche minuto. Un silenzio piacevole. Di chi ormai non ha più bisogno di parlare per capirsi.

Poi avevo posato la forchetta.

"Allora?"

Lei aveva alzato gli occhi.

"Non mi dici niente? Com'è andata?"

Una piccola pausa. "Bene."

"Solo bene?"

"Sì."

"Che avete fatto?"

Aveva fatto un gesto sottile, quasi impercettibile. Si era guardata attorno, un movimento rapido degli occhi, come per sfuggire allo sguardo. "Le solite cose."

"Le solite cose?" avevo ripetuto.

"Sì."

Ero rimasto in silenzio. Avevo ripreso la forchetta. Avevo finito la capasanta.


Avevo guidato senza una direzione precisa per quasi un'ora. Non c'ero con la testa. Non riuscivo a pensare a niente di utile, non riuscivo a seguire la musica, non riuscivo nemmeno a decidere dove andare. Giravo.

Pensavo a lei.

Pensavo a lei e non riuscivo a smettere, e ogni versione di lei che costruivo nella testa era più nitida di quella precedente. L'avevo immaginata che saliva le scale, che bussava alla porta, lui che apriva. Come si salutavano. Se si baciavano subito o prima parlavano. Se lui riconosceva il suo profumo, quello messo per lui.

L'avevo immaginata che si toglieva il vestito.

Avevo stretto le mani sul volante.

Ero duro. Non un po', completamente. Avevo quasi accostato per... non sapevo nemmeno cosa. Appoggiarmi allo schienale e chiudere gli occhi un minuto. Forse di più. Mi sentivo ridicolo e non riuscivo a smettere di pensarci, e le immagini continuavano a costruirsi da sole nella testa con quella precisione odiosa che ha la fantasia quando non la controlli.

Lei che si inginocchiava.

Lei che si girava di schiena.

Lei che diceva qualcosa, non sentivo le parole, ma sentivo il tono.

Avevo sbuffato. Avevo abbassato il finestrino. L'aria era ancora calda.

Poi avevo preso il telefono e avevo chiamato il ristorante.

"Sì, buonasera, avevo una prenotazione per le otto, nome..." avevo detto il nome, avevo aspettato. "Sì. Volevo chiedere se era possibile spostare alle otto e mezza, massimo nove."

La ragazza dall'altra parte era gentile, professionale, stava verificando. Io avevo la mano libera sul grembo e, quasi senza accorgermene, la mano si era mossa e stava premendo attraverso il tessuto dei pantaloni e pensavo a lei che chiedeva due ore, che diceva ho voglia di scopare con calma, e mentre la ragazza del ristorante mi diceva sì, certamente, che non c'era nessun problema, io stavo stringendo e premendo e il respiro mi si era fatto corto e avevo detto sì, perfetto, grazie, arrivederci con una voce che spero fosse normale e avevo messo giù il telefono e mi ero fermato al bordo della strada e avevo appoggiato la fronte sul volante.

Ero venuto dentro ai pantaloni pensando al motivo per cui avevo spostato la prenotazione.

Ero rimasto fermo per qualche minuto. Poi avevo guardato l'orologio. Erano le sette e tredici.

Ancora quasi un'ora.

Metà scopata, fatta, metà da fare.

Avevo ripreso a guidare.


Era arrivato il primo. Il cameriere lo aveva illustrato con quella voce professionale e intonata che hanno sempre nei posti così: un risotto al limone con gamberi rossi, riduzione di qualcosa, non ricordo. Era buono. Lo avevamo mangiato lentamente, commentando, degustando.

Lei aveva bevuto un sorso di vino. Io avevo aspettato che posasse il bicchiere.

"Ti ha inculato?"

Aveva spalancato gli occhi. "Ma come puoi chiedermelo così?"

"Così come?"

"Diretto. Senza un minimo di preambolo."

"Lui te lo ha dato il preambolo?" avevo detto. "Oppure quando sei entrata, senza neanche spogliarti del tutto, ti ha preso e te lo ha piantato nel culo come piace a te?"

Non aveva fatto in tempo a rispondere.

Il cameriere era apparso al tavolo con la grazia silenziosa dei camerieri e aveva cominciato a presentare il secondo. Un'ombrina cotta in qualche modo, una salsa di erbe, qualcosa di croccante sotto. Un contorno di frutti di mare. Aveva parlato per quaranta secondi abbondanti. Noi avevamo annuito, ringraziato, sorriso.

Quando si era allontanato lei mi aveva guardato con un'espressione che era a metà tra il divertito e il finto scocciato.

"Sei peggio di lui." aveva detto.

"In che senso?"

"Nel senso che lui almeno ci mette del tempo. Si dedica. Preliminari lunghi, sesso orale."

"Reciproco?"

"Sì."

"Gli hai leccato anche il culo?"

Aveva preso il piatto davanti a sé. C'erano dei piccoli calamaretti tra le altre cose. Ne aveva preso uno con la forchetta, lo aveva guardato un momento, poi aveva infilato la lingua nell'apertura del calamaretto. Lentamente. Con una certa applicazione. Aveva fatto su e giù due volte, guardandomi negli occhi, poi aveva riso.

Avevo riso anch'io, ma la risata mi era costata uno sforzo notevole perché nel frattempo dovevo tenere a bada la cosa che si imbizzarriva tra le mie gambe.


Non sapevo bene dove ero finito girando a zonzo. Era una zona della città che conoscevo poco tanto da non riconoscerne le strada. Periferia semi-industriale.

Un viale a grande scorrimento. Con un contro-viale.

Noto una ragazza a bordo strada. In short e tacchi con la zeppa. Poi ne noto un'altra. È una zona di prostitute.

Andare a puttane, a quel tipo di puttane, è una idea che non mi ha mai sfiorato. Non lo trovo eccitante, solo degradante sia per me che per lei che probabilmente è sfruttata e costretta. Però in quel momento sono poco lucido. Ho il cazzo duro e penso che sto lasciando che mia moglie scopi con un altro. Per certi versi è un pensiero che mi induce a subire ulteriori umiliazioni e degradazioni.

Rallento e mi fermo a pochi metri da una ragazza. È bionda, giovane, forse dell'est. Molto carina, con un bel corpo che nasconde ben poco e le frutterà molti clienti. Mi chiedo perché una ragazza così carina debba stare sulla strada. Poi mi rendo conto che il mio pensiero è sbagliato: non dovrebbe starci anche se fosse meno carina, se non è quello che vuole, e non credo lo sia.

Le chiedo se parla bene l'italiano. Lei annuisce. La faccio salire e lei mi guida verso vie laterali più nascoste, in cui a quest'ora non ci passa più nessuno, se non quelli come noi. Mentre andiamo le spiego che non voglio scopare, che non voglio un pompino, ma che la pagherò come se. Lei non capisce, non si fida, forse. Può essere che le appaia meno rassicurante di uno che vuole solo svuotarsi le palle dentro qualche suo buco.

Le do i soldi e le chiedo solo di ascoltare. Mi abbasso i pantaloni e inizio a segarmi mentre le racconto cosa sta facendo mia moglie e come io devo aspettare ad andarla a prendere. La ragazza forse dubita di capire bene l'italiano come pensava. Io vengo vergognandomi a morte ma traendo piacere da questo.

La riporto sul viale principale e la saluto. Vorrei sotterrarmi. Non racconterò mai a mia moglie cosa ho fatto per ingannare l'attesa mentre lei veniva scopata dal suo amante. Mi sento miserabile.


Avevamo finito il secondo in relativa pace. Lei aveva detto che l'ombrina era straordinaria. Io avevo detto di sì. Avevo bevuto mezzo bicchiere di vino più del previsto.

"Vatti a togliere le mutande." le avevo detto mentre il cameriere portava via i piatti.

"Cosa?"

"Vai in bagno, toglitele e portamele."

"No."

"Sì."

"No, non lo faccio."

"Perché?"

Aveva abbassato la voce di mezzo tono. "Perché non ho voglia di alzarmi e andare in bagno in mezzo a questo ristorante pieno di gente a togliermi le mutande come se fossi una sgualdrina."

"Allora dammele qui."

"Non posso."

"Non puoi o non vuoi?"

Una pausa brevissima. "Non posso."

"Perché?"

Mi aveva guardata negli occhi. "Perché non le ho più."

Avevo impiegato un secondo a processare la cosa. "Perché?"

"Perché me le ha strappate." disse come se fosse una comunicazione banale.

"Quello delicato con i preliminari?" dissi con tono acido.

"Ho detto che va lungo con i preliminari, non che è delicato." rispose lei risentita.

Avevo appoggiato la schiena allo schienale. Avevo guardato il soffitto per un momento. Poi avevo guardato lei.

Era tranquilla, seduta dritta, con i capelli ancora un po' mossi, i capezzoli intuibili sotto al vestito borgogna e le spalle nude e un'espressione leggermente compiaciuta che cercava di nascondere.

Prese un pezzettino di pane rimasto sul tavolo, ma non lo portò alla bocca. Lo fece sparire sotto al tavolo. Si guardò attorno, poi si sistemò meglio sulla sedia, fece una espressione di piacere per qualche istante e poi tornò sopra al tavolo con la mano e il pezzettino di pane. Umido. Me lo diede. Lo mangiai. Era profumato.

Come in quel fumetto. Conosceva la scena, gliela avevo fatta leggere.


Avevo parcheggiato. Lei era scesa prima per non avere poi problemi ad aprire la portiera. Scesi anche io dall'auto e la guardai mentre procedeva incerta, sui tacchi, sul terreno ghiaioso del parcheggio del ristorante.

Le avevo guardato il culo fasciato dal vestito aderente. Quanto adoravo quel culo che nelle precedenti due ore non era stato mio ma di un altro uomo, come spesso capitava per la nostra complicità che sfociava nell'esaudire i desideri di entrambi che per fortuna combaciavano.

La raggiunsi con passi veloci e le misi un braccio intorno alla vita per sostenerla. E anche per palparle il culo, nel movimento.

Glielo palpai bene, a lungo e con vigore. Era anche un modo per riappropriarmene.

Glielo avevo palpato anche prima di uscire. Glielo palpavo sempre, in effetti.

La mia memoria tattile aveva notato qualcosa di diverso, tra prima e dopo. Conoscevo bene la consistenza e la forma delle chiappe. Riconoscevo al tocco il tipo di mutande che eventualmente le sostenevano. Era uscita con delle culotte eleganti e traforate. Gliele avevo anche viste. Non le sentivo più quelle culotte, toccandole il culo fuori dal ristorante. L'effetto era quello di un perizoma, non più di culotte. Si era portata il ricambio, forse.

La mano che sul fianco sostenne la camminata sui tacchi di mia moglie continuò a tastare, a muoversi, a cercare segni. Non sentii nulla. Non trovai spessori che testimoniassero la presenza di un perizoma. Che non avesse nulla sotto?

Con questo dubbio, e con un cazzo ulteriormente induritosi, entra con lei nel ristorante.


Era arrivato il dolce. Una cosa al cioccolato con un cuore morbido e qualcosa di ghiacciato accanto. Era ottimo.

Il cameriere girava intorno al tavolo, raccoglieva, sparecchiava con i movimenti discreti di chi sa che non deve disturbare.

"Non mi hai ancora risposto." le avevo detto.

Lei aveva alzato gli occhi. "A cosa?"

"Se ti ha inculato o no."

Si era fermata un momento. Il cameriere era lì, stava raccogliendo il piattino del pane, era a forse un metro da noi.

E lei aveva risposto. A voce normale.

"Certo che mi ha inculato."

Il cameriere non si era mosso, aveva continuato a fare quello che stava facendo con quella professionalità meravigliosa richiesta in quegli ambienti.

"Mi incula sempre, lo sai bene. Perché me lo chiedi se lo sai già?" Aveva continuato, con quella calma. "Perché vuoi sentirmelo dire? Va bene. Sì, mi ha inculato. Mi ha messo quel suo grosso cazzo duro nel culo ed è quello che mi ha fatto godere più di tutto. Come sempre."

Il cameriere si era allontanato con passo regolare. Un tavolo vicino al nostro aveva smesso di parlare per circa tre secondi, poi aveva ripreso.

Ero rimasto fermo.

Avevo guardato lei. Lei mi aveva guardato. Aveva preso l'ultimo cucchiaino di cioccolato e se l'era messo in bocca con tutta la calma e voluttuosità del mondo.

Avevo aspettato qualche istante. Poi mi ero avvicinato a lei, avevo spostato la sedia di qualche centimetro, mi ero piegato verso di lei come si fa quando si vuole essere romantici in un ristorante.

"E questa cena ti ha fatto godere?"

Si era girata verso di me. I suoi occhi erano a pochi centimetri dai miei. Si era avvicinata ancora un po', fino a che le labbra le avevo quasi sull'orecchio.

"Sì." aveva detto sottovoce. "Ma più per le tue domande che per il cibo."

Avevo riso, piano. Lei anche.

Poi lei si era staccata appena, quel tanto che bastava per guardarmi. "Sai cosa mi piace di stasera?"

"Dimmi."

"Che sei venuto a prendermi. Che hai prenotato il ristorante. Le candele, il vino." Aveva fatto una piccola pausa. "Che lo sai benissimo cosa ho fatto prima e mi hai portata lo stesso a cena. Anzi, proprio per quello."

"È romantico?"

"Moltissimo." aveva detto, sul serio. "Più di quanto sembri."

Avevo guardato le candele, la tovaglia bianca, i bicchieri quasi vuoti.

"Quindi ti piace questa formula?"

"Scopata e ristorantino?"

"Sì, tutto. Preparazione, uscita insieme, scopata, io che giro senza meta, io che torno a prenderti..."

"Io che faccio tardi... perché mi ha scopata anche sotto la doccia..."

"Tu che ritardi, ok." incassai con piacere. "Poi cenetta romantica, nel nostro ristorante preferito."

"E poi?" chiese lei.

"Poi cosa?"

"Finisce così la serata romantica o c'è altro in programma?"

"Cos'altro potrebbe esserci?"

Non mi rispose. Si guardò attorno sorniona. Puntò il cameriere con quello sguardo che conoscevo.

"Come puoi averne ancora voglia?" le chiesi sinceramente ammirato. "Dopo aver scopato per due ore? Con calma."

"Prima gli è venuto un po' duro. L'ho notato." disse non rispondendo in modo diretto alla domanda.

Avevo chiamato il cameriere per il conto.

"Certo che mi ha inculato. Mi incula sempre, lo sai bene. Perché me lo chiedi se lo sai già? Va bene. Sì, mi ha inculato. Mi ha messo quel suo grosso cazzo duro nel culo ed è quello che mi ha fatto godere più di tutto. Come sempre."

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Analisi letteraria

Cenetta romantica si presenta come un racconto strutturalmente consapevole, costruito su una doppia linea temporale che alterna il presente elegante della cena alle sequenze in corsivo del pomeriggio precedente. L'alternanza non è decorativa: è il motore drammatico del testo, e l'autore la governa con una certa abilità, lasciando che i due piani si contaminino a vicenda senza mai sovrapporsi del tutto.

Il territorio tematico è quello del cuckolding consensuale, trattato con una lucidità psicologica insolita per il genere. Il narratore non è vittima né voyeur passivo: è complice attivo di una dinamica che lui stesso ha contribuito a costruire, e che vive con una miscela di tormento, eccitazione e autoironia capace di renderlo, stranamente, simpatico. La preparazione di lei — narrata con attenzione quasi liturgica — diventa il primo atto erotico del racconto, ben prima che compaia qualsiasi contatto fisico.

La scena più riuscita è certamente quella del ristorante, dove il gioco tra domanda esplicita e risposta pubblica trasforma la conversazione in un atto erotico autonomo. L'irruzione del cameriere, gestita con algida professionalità, produce un effetto di trasgressione misurata che il testo sfrutta con intelligenza. Meno riuscita, per tono e lunghezza, la parentesi con la prostituta: autentica nell'intenzione di esplorare il versante più oscuro dell'umiliazione consensuale, ma narrativamente indigesta, come un capitolo importato da un racconto diverso.

Ciò che distingue il testo è il finale, dove il romanticismo paradossale smette di essere provocazione e diventa, quasi inaspettatamente, riflessione vera sulla complicità di coppia.

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