La cavigliera copertina
Un racconto di Analcoholic

La cavigliera

30 settembre 2026 • 14 minuti di lettura

Narratore maschile - Contenuto: coppie, sesso di gruppo, dominazione, esibizionismo, LGBTQ+, cuckold, feticismo, interraziale

La cavigliera gliel'avevo regalata io.

Era una catenella d'argento sottile con un ciondolo. Un asso di picche nero con una Q in mezzo. Lei l'aveva messa il primo giorno di vacanza e non se l'era più tolta. Io la guardavo ogni volta che potevo. Era bella. Lei era bella. I suoi piedi erano belli. E quel simbolo lì, sulla caviglia, era una cosa che avevamo deciso insieme dopo mesi di conversazioni sul letto, di notte, a luci spente, quando si dice quello che in altre situazioni non riesci a dire per vergogna.

Eravamo a Ibiza da sei giorni. Ne mancavano due prima di tornare.

Non era successo niente.

"Forse non si nota abbastanza." ipotizzai io.

"Forse non lo sa quasi nessuno cosa significa." disse lei.

Eravamo seduti a un bar sulla spiaggia. Tavolini di plastica bianca, birre, musica a basso volume che arrivava dall'interno. Intorno c'era gente, abbastanza. Ragazzi di ogni tipo. Anche quelli che popolavano le nostre fantasie.

"Forse è un simbolo troppo di nicchia." dissi io.

"O forse lo sanno solo gli americani."

"O forse la cavigliera è troppo in basso e nessuno guarda i piedi."

Lei mi guardò. Aveva quella faccia che fa quando mi vuole sfidare.

"Ah sì?" disse.

Allungò le gambe e appoggiò i piedi sul bordo del tavolino. Le caviglie in bella vista. La cavigliera brillava al sole.

Io abbassai gli occhi.

Mi venne subito duro.

Non era una cosa razionale. I suoi piedi erano una mia debolezza. Unghie color corallo, abbronzatura uniforme, la catenella d'argento che rifletteva la luce. Stavo cercando di far finta di niente.

"Meglio?" chiese lei.

"Per chi?"

"Per chiunque voglia guardare."

"Per me sicuramente."

Rise. Bevve un sorso di birra. Continuammo a stare lì. Passarono dieci minuti. Forse di più. La gente passava, qualcuno guardava lei, qualcuno guardava i suoi piedi, nessuno rallentava per il motivo che speravamo.

Stavo quasi rassegnandomi quando vidi un uomo fermarsi.

Quarant'anni, forse qualcosa in più. Europeo, capelli scuri, corporatura normale. Aveva una birra in mano. Si era fermato a pochi metri dal nostro tavolino e guardava la caviglia di lei con un'espressione che non era curiosità generica.

Aspettai.

Lui disse: "Spero che quel simbolo alla caviglia sia portato con la consapevolezza del suo significato."

Lei si irrigidì. Io smisi di respirare per un secondo.

Lei fece la cosa che avevamo discusso mille volte di fare se fosse capitato. Alzò un sopracciglio e chiese: "Che significato?"

L'uomo sorrise. Fece una specie di risatina compiaciuta.

"L'asso di picche esposto in quel modo significa che a chi lo porta piacciono gli uomini di colore. È un codice che in alcune comunità sul web è riconoscibile."

Lei aprì la bocca per rispondere.

Lui aggiunse: "Ma sono abbastanza sicuro che lo sapessi già."

Lei arrossì. Arrossì davvero, cosa che non la vedevo fare spesso.

Si girò verso di me. Io stavo fissando il tavolino.

"E anche il tuo ragazzo." disse l'uomo.

Arrossii anch'io.

Ci fu un momento di silenzio. Poi l'uomo disse: "Scusate l'impertinenza. Non volevo mettervi in imbarazzo. Posso chiedervi cosa vi attrae di quella fantasia?"

Lei esitò. Guardò me. Io feci un gesto vago che voleva dire fai come vuoi.

Disse: "I corpi. La pelle. Il modo in cui sono fatti fisicamente." Si fermò. Poi aggiunse: "E sì, anche le dimensioni, anche se forse è un po' un mito... una cosa un po' solo da film porno."

L'uomo annuì senza commentare.

Si girò verso di me. "E tu?"

Risposi: "Mi piace sapere che a lei piacciono. Mi piace l'idea che lei possa provarci."

"L'avete scoperta guardando video?"

"Sì." disse lei prima che potessi rispondere io. "Porno interrazziali. Ho iniziato a guardarli e a un certo punto ho capito che non era solo un caso che mi soffermassi spesso su quelli."

"E tu?" sempre verso di me.

"Li ho guardati con lei." dissi. "Ci siamo accorti insieme di cosa ci piaceva."

L'uomo bevve un sorso di birra. Disse: "Spero che riusciate a realizzarla, questa fantasia. È più semplice di quanto si pensi, se non si resta ad aspettare che succeda da sola."

Poi disse: "Mi dispiace di avere solo una delle caratteristiche necessarie per aiutarvi a realizzarla io stesso."

Io lo guardai. Non capii subito.

Lei capì. Si morse il labbro.

Lo dissi a voce alta perché avevo bisogno di essere sicuro e perché mi dava gusto farlo: "Cioè hai un cazzo grosso?"

"Abbastanza, sì."

Rimasi un secondo in silenzio.

Poi dissi: "In fondo ti sei accorto della cavigliera. Non è da tutti. E se una cosa che le interessa ce l'hai, magari basta quello."

Lei mi guardò. L'espressione era cambiata.

"No." disse.

"No?"

"Non è solo quello. Anzi, non è neanche la cosa più importante."

"Ma è comunque una cosa che vorresti provare."

"Non è questo il punto."

"Sto dicendo che potrebbe funzionare lo stesso. Sarebbe comunque un modo per iniziare. Per capire come ci si sente, per tutti e due."

Lei non rispose subito. Si guardò la caviglia. La cavigliera dondolava leggermente.

L'uomo disse: "Sentite, non voglio complicarvi le cose."

Si alzò leggermente dal punto in cui si era appoggiato.

"Per fare queste cose bisogna essere convinti. Se si fa tanto per fare, si rovina tutto. E lei deve essere attratta davvero, altrimenti non ha senso per nessuno."

Guardò lei. "Non devi fare niente che non sei sicura di volere."

Guardò me. "E non devi forzarla tu."

La salutò come si saluta qualcuno con cui si è avuta una bella conversazione e basta. Poi si girò e si avviò verso il bar interno.

Lei rimase in silenzio.

Io rimasi in silenzio.

Dopo un po' lei rimise i piedi a terra.

A quel punto io dissi: "Torno subito."

Mi alzai prima che potesse rispondere. Entrai nel bar. Ci misi qualche secondo a trovarlo. Stava aspettando un altro drink al bancone.

Mi avvicinai.

Dissi: "Lasciami il numero. Ci penso io a parlarle. Se cambia idea ti chiamiamo."

Mi guardò.

"E dimmi una cosa." aggiunsi. "Il cazzo grosso, intendevi grosso grosso?"

"Sì."

"Quanto?"

"Abbastanza da far provare alla tua ragazza quello che si immagina quando guarda quei video."

Gli dettai il mio numero e tirai fuori il telefono aspettando che mi mandasse un messaggio con il suo.


L'avevo chiamato io.

Lei aveva detto di sì solo dopo un giorno di discussione. Non una vera discussione, più una cosa fatta di silenzi e occhiate, accenni ed allusioni, e poi ad un certo punto aveva detto va bene, ma non so se riesco.

Ci eravamo accordati per incontrarci in un bar vicino all'alloggio. Si chiamava Marc, il quarantenne. Lo avevo scoperto solo quando avevo tirato fuori il telefono quella sera. Lo aveva scritto nel messaggio con cui mi aveva mandato il numero.

Marc era già seduto quando siamo arrivati. Ci aveva fatto un cenno con la mano come se ci conoscessimo da anni.

"Come stai?" le aveva chiesto.

"Bene." aveva detto lei.

Non sembrava. Sembrava che stesse per alzarsi e andarsene.

Marc aveva ordinato da bere, tre birre, e aveva tenuto la conversazione su cose neutrali per qualche minuto. Il tempo, la vacanza, quanto mancava alla fine. Cose così. Lei aveva risposto con frasi brevi e guardava il tavolino più del necessario. Io restavo un po' in disparte, era lei a dover prendere confidenza.

A un certo punto Marc aveva smesso di parlare. Si era appoggiato allo schienale e l'aveva guardata.

"Non sei convinta." non era una domanda.

Lei non aveva risposto.

"Non devi farlo per forza. Possiamo restare qui a bere una birra e buonanotte."

"No." aveva detto lei.

"No cosa?"

"No, voglio farlo."

"Ma?"

Silenzio.

"Ma non è proprio come lo avevi immaginato. Io non sono quello che avevi immaginato." aveva detto Marc.

"Già. Non è la nostra fantasia." aggiunse guardandomi con aria quasi accusatoria.

Lui si era guardato intorno. Il bar era abbastanza pieno. Tanti turisti, gente giovane, tavoli vicini, musica. Poi si era girato verso di lei.

"Guardati in giro. C'è qualcuno che ti piace?"

Lei lo aveva guardato storto.

"Fallo." aveva detto lui.

Lei aveva alzato gli occhi. Li aveva girati lentamente per il locale. Poi si era fermata. Solo un secondo, poi aveva abbassato lo sguardo di nuovo.

"Chi?" aveva chiesto Marc.

Lei era arrossita. "No, nessuno."

"Dimmi qual è?" insistette lui.

Aveva esitato. Poi aveva fatto un gesto piccolo con la testa, quasi impercettibile, verso un punto alle sue spalle. Io mi ero girato a guardare.

C'era un ragazzo seduto da solo a un tavolino vicino al muro. Avrà avuto venticinque anni. Nero, alto anche da seduto, spalle larghe, una maglietta bianca. Stava guardando il telefono. Era bello. Era oggettivamente bello.

"Lo avevi già notato, vero?" aveva detto Marc.

"Sì." aveva ammesso lei sottovoce.

"Ti ha fatto capire che non ero io quello che volevi, ma uno come lui, vero?"

Lei annuì, quasi vergognandosi di essere così trasparente nelle intenzioni.

Marc si era alzato.

"Aspetta." avevo detto io, improvvisamente spaventato dalla situazione che capivo che stava sfuggendo al mio controllo, anche se forse non c'era mai stata.

Ma si era già avviato.

Noi due l'avevamo guardato avvicinarsi al ragazzo. Li avevamo visti parlare. A un certo punto Marc aveva indicato il nostro tavolo e il ragazzo aveva alzato gli occhi verso di noi. Li aveva tenuti su di lei un momento. Poi si erano alzati tutti e due e si erano avvicinati. Anche noi ci eravamo alzati, per istinto. Forse istinto di scappare.

"Questo è Dani." aveva detto Marc.

Dani aveva fatto un mezzo sorriso. "Ciao."

"Ciao." aveva detto lei.

"Ciao." avevo detto io.

Eravamo rimasti tutti e quattro in piedi accanto al tavolino per qualche secondo. Dani guardava lei, lei guardava il bancone, io guardavo Dani, Marc guardava tutti con quell'aria di essere l'unico a gestire la situazione.

"Alloggiate qui vicino?" aveva chiesto Marc.

"Cinque minuti." avevo detto io.

"Andiamo."


La stanza era piccola. Un letto matrimoniale, un comodino, la finestra con le persiane chiuse. Il sole ci aveva battuto contro tutto il pomeriggio. Faceva caldo.

Lei e Dani si erano seduti sul letto. Io e Marc avevamo preso le due sedie. Solo Marc sembrava a suo agio, noi altri tre sembravamo sul punto di voler scappare.

Dani aveva le mani sulle ginocchia. Guardava lei di lato, con prudenza.

"Posso?" aveva chiesto indicando la sua guancia con un dito.

Lei aveva annuito.

Lui l'aveva girata verso di sé con una mano delicata sul mento e l'aveva baciata. Un bacio normale, lento. Lei aveva risposto. Io avevo smesso di respirare per qualche secondo e poi avevo fatto stupidamente finta di guardare altrove.

Si erano baciati ancora. Le sue mani erano andate sulla schiena di lei, le sue sulla spalla di lui. Si erano tolti le ciabatte e i sandali quasi contemporaneamente, non so perché quella cosa mi era rimasta in mente, un gesto pratico in mezzo a tutto il resto.

Poi lei gli aveva tolto la maglietta.

Il corpo di Dani penso fosse quello che cercava. Magro ma definito, la pelle scura e liscia, le spalle proprio come sembravano da vestito. Lei lo aveva guardato un secondo con un'espressione che non le avevo visto mai fare con me. Un desiderio più fisico. Poi lui aveva fatto la stessa cosa con la maglietta di lei.

Si erano sdraiati.

Io stavo sulla sedia cercando di sembrare rilassato. Non ero rilassato. Ero eccitato e imbarazzato e non sapevo dove mettere le mani. Le avevo appoggiate sulle ginocchia come Dani qualche minuto prima.

Marc invece si era sbottonato i pantaloni con tutta la tranquillità del mondo.

Lo avevo guardato di lato. Il suo cazzo era già fuori. Valutai cosa intendesse lui per "abbastanza". Era grosso davvero, spesso, lungo, venoso. La cappella faticava a scoprirsi del tutto. Lo stava stringendo con una mano senza nessuna fretta.

Sul letto i due si erano spogliati del tutto. Dani era sopra di lei. La stava baciando sul collo. Lei aveva gli occhi chiusi.

Quando lui si era messo tra le sue gambe lei aveva alzato le ginocchia e una gamba si era alzata, appoggiata alla sua. La cavigliera era lì, d'argento, dondolante sulla caviglia in aria. Dani non se ne era accorto. Nessuno si era fissato su quel dettaglio tranne me.

Il cazzo di Dani era normale. Non piccolo, normale. Lo avevo visto quando si era messo il preservativo e avevo avuto un pensiero stupido del tipo "Beh, tutto qui?", come se mi aspettassi qualcosa di diverso. Non avevo colto in lei invece delusione, anzi. Forse importava più a me che a lei.

Lei aveva tirato su la testa quando lui era entrato. Aveva emesso un suono flebile.

Avevo spostato gli occhi sul muro. Poi li avevo rimessi su di loro perché guardare il muro era ridicolo.

Andavano piano. Dani si muoveva con attenzione, quasi chiedesse permesso a ogni movimento. Lei aveva una mano sulla sua schiena. Ogni tanto lui si fermava e la baciava. Era una scena tranquilla. Quasi tenera, se non fosse che stavo seduto su una sedia a guardare la mia ragazza scopata da uno sconosciuto.

Non sembrava certo la scena di un porno. Sembrava sesso vero. Quasi amore. Per certi versi ne ero quasi deluso e timoroso che non fosse quello che lei cercava. Per altri versi mi turbava più di quello che avevo immaginato.

Ero eccitato. Ovviamente ero eccitato. Ma non riuscivo a toccarmi, non mi veniva naturale, mi sembrava una cosa da fare in privato e il concetto di privato era difficile in quella stanza.

Marc non aveva nessuno di questi problemi.

"Guarda che la cosa interessante sono loro due, non il mio cazzo." mi aveva detto sottovoce con un mezzo sorriso.

Aveva ragione. Lo stavo fissando.

"Vuoi che ci masturbiamo a vicenda?"

Avevo alzato gli occhi su di lui. "Cosa?"

"Ognuno prende quello dell'altro. Se vuoi."

Non avevo risposto subito.

Sul letto lei aveva girato la testa di lato e ci aveva guardato. Aveva tenuto gli occhi su di me un secondo, poi erano tornati su Dani. Come a controllare che stesse piacendo a me come a lei.

"Va bene." avevo detto.

Marc aveva spostato la sedia vicino alla mia. Avevo tirato fuori il cazzo. Lui mi aveva preso in mano e io avevo preso il suo.

Il suo era caldo e pesante in modo diverso dal mio. Avevo iniziato a muovere la mano lentamente, come avrei fatto con me stesso, e lui aveva fatto lo stesso.

Dani si era girato un attimo verso di noi. Ci aveva guardati tutti e due. Poi aveva guardato lei. Poi aveva chiuso gli occhi.

Era venuto poco dopo. Pochi minuti di sesso.

Aveva emesso un suono basso, quasi di sorpresa, la schiena tesa. Lei lo aveva tenuto stretto. Le mani sul culo, le unghie piantate nei glutei. Poi lui si era fermato, aveva appoggiato la fronte sulla sua spalla, e aveva riso piano.

"Scusa." aveva detto.

"Non ti scusare." aveva risposto lei.


Dani si era rivestito in fretta. Era ancora imbarazzato, forse di più di prima. Aveva salutato tutti strette di mano veloci, aveva detto una cosa in inglese che non avevo capito bene, e se ne era andato.

Avevamo sentito la porta chiudersi.

Lei era rimasta sul letto con il lenzuolo tirato su. Io ero ancora sulla sedia.

"Come stai?" le avevo chiesto.

"Bene."

"Ti è piaciuto?"

Aveva fatto una pausa. "Sì."

Ma guardava Marc.

"Non era esattamente quello che volevo fare." aveva detto. "Ma è stato tutto bello. Tutta la serata. Il bar, lui, tu che guardavi, anzi voi. Tutto perfetto."

"Ma?"

"Nessun ma, solo diverso da quello che avevo pensato."

"Cioè?"

"Non mi sentivo dentro ad un porno, ecco."

Aveva guardato Marc ancora.

Marc non aveva detto niente. Si era alzato, si era tolto la maglietta. Si era seduto sul bordo del letto.

Lei si era scoperta dal lenzuolo.

Io ero rimasto sulla sedia. Il cazzo ancora fuori. Avevo guardato Marc salire sopra di lei, la sua schiena larga, il modo in cui lei aveva aperto gli occhi quando lui era entrato, un'espressione che non aveva fatto con Dani. Sopresa, piacere, un po' di timore.

Avevo ricominciato a toccarmi.

Non ci avevo messo molto.

Quando ero venuto lei stava guardando il soffitto con la bocca aperta e Marc si muoveva su di lei senza fretta, affondi lenti e lunghi. Vedevo il suo culo contrarsi. Avevo guardato anche quello del ragazzo, più liscio e guizzante. Si capiva dalla spinta che davano come entravano nella mia ragazza, anche senza vedere i cazzi che le allargavano la fica.

Lei non mi guardò mai, a differenza di quello che aveva fatto prima. Le attrici non guardano in camera. Forse si stava sentendo nel film della sua fantasia, a prescindere dal colore della pelle del protagonista maschile.

Le gambe erano puntate verso l'alto. La cavigliera si muoveva in modo ipnotico, al ritmo dei gemiti di piacere di chi la portava.

Le gambe erano puntate verso l'alto. La cavigliera si muoveva in modo ipnotico, al ritmo dei gemiti di piacere di chi la portava.

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