Ero seduto dall'altra parte della scrivania del mio commercialista, che mi stava spiegando qualcosa di noioso con un'espressione che cercava di farla sembrare interessante. Questioni fiscali. Il solito. Io annuivo con la faccia di chi capisce tutto e nella testa non capisce quasi niente.
Eravamo nel suo solito ufficio. Ordinato, professionale, scaffali pieni di faldoni con etichette scritte a mano. Fuori dalla finestra un pezzo di cielo grigio e i tetti del centro.
Bussarono.
"Avanti." disse lui senza alzare gli occhi dai fogli.
La porta si aprì.
Federica. Jeans scuri aderenti, quelli che sembrano un invito a guardarli. Scarpe con il tacco, camicia chiara. In mano una cartella con dei fogli.
"Scusa l'interruzione." disse rivolta al capo. Poi mi vide. "Oh. Buongiorno."
"Buongiorno." dissi.
Neutri. Cordiali. Due perfetti sconosciuti che si sono incrociati un paio di volte in quello studio. Niente di più. Molto lontano da quello che era veramente.
"Ho solo una cosa urgente da farti vedere, due minuti." disse al suo capo.
"Dai, dai."
Si avvicinò alla scrivania, aprì la cartella, indicò qualcosa su un foglio. Parlarono a voce bassa, termini tecnici, cose che non mi riguardavano. Io stavo fermo sulla sedia e cercavo di guardare altrove. Ci riuscii per circa venti secondi.
Poi guardai. Non potevo farne a meno. Lei era piegata in avanti. Io ero quasi dietro di lei. I jeans erano quelli di cui sopra. Aderenti ovunque e in modo particolare esattamente in quei punti che mi avrebbero reso problematico mantenere una conversazione professionale con il suo datore di lavoro.
"Perfetto, grazie." disse lui. "Pensaci tu, poi mi dici."
"Certo." raccolse i fogli, chiuse la cartella. "Scusate ancora." disse ad entrambi. Mi lanciò un'occhiata di un secondo, assolutamente priva di significato visibile per chiunque tranne che per me, che invece ci lessi dentro un intero racconto erotico. Poi si girò e uscì.
L'uscita sembrò una scena di un film.
Eravamo entrambi in silenzio.
Il capo stava guardando la porta chiusa. Anch'io. Non ci fu nessun accordo, nessuna intesa preliminare. Fu automatico e simultaneo e quando i nostri sguardi si incrociarono di nuovo ci fu una pausa di due secondi e poi ridemmo tutti e due. Quella risata maschile un po' infantile, un po' complice, quella che non ha bisogno di spiegazioni.
"Madonna." disse lui.
"Eh." dissi io.
Si appoggiò allo schienale. Aveva l'aria di uno che ha deciso di fare una pausa dai bilanci.
"Tutte le mattine." disse. "Tutte le mattine entra qui con quel paio di jeans o con altri pantaloni o con delle gonne."
"Capisco il problema."
"Non è un problema." disse. "È una benedizione. Con risvolti dolorosi."
Rise. Anch'io.
Fu lì che la conversazione prese una piega che non avevo previsto. Non che mi dispiacesse.
"Sai che ti dico?" disse. "Da quando è arrivata in questo studio, e sono ormai tre anni, me la sono sempre immaginata in atteggiamenti, diciamo così, meno professionali. Sempre. È inevitabile. La penso e poi mi vergogno e poi ci ripenso."
Non dissi niente. Lo lasciai andare.
"A te piace?" disse.
Una domanda diretta. Troppo diretta per essere ignorata o glissata con eleganza.
"Mi ricorda una che mi piaceva al liceo. È una bella donna." dissi. "Molto."
"Ecco. Molto." annuì come se avessi confermato qualcosa di importante. "Ti piacerebbe?"
"Nel senso di...?"
"Nel senso di scoparsela. In astratto."
Ci pensai su un secondo. Ci pensai con la faccia di chi ci pensa davvero, non di chi la risposta ce l'ha già da mesi e si è risposto almeno due volte.
"In astratto..." dissi. "Sì. Certo. È una bella donna, affascinante, ha un culo che parla da solo. Ipoteticamente sì."
"Ipoteticamente." ripeté. Sorrise. "Anch'io, ipoteticamente."
Poi abbassò leggermente la voce. Come quando si passa dalla chiacchiera alla confidenza.
"Sai che una dello studio la scopo, vero?"
Tenni l'espressione neutra. Di solito non ero così bravo a nascondere le reazioni istintive.
"No." dissi.
"La ragazza nuova. Quella giovane."
"Non mi sembra il tipo." dissi. Quasi automaticamente. Era la risposta giusta, quella che avrebbe dato chiunque.
"Non sembra mai il tipo, non sembrano mai il tipo quelle che poi ci stanno." disse con una saggezza da uomo che ne ha viste.
"Come è andata?"
"Piano piano. Come va sempre. Un pranzo, due pranzi, una sera tardi in studio... È stata lei alla fine, eh. Deve essere sempre la donna, altrimenti sono casini. Noi dobbiamo solo facilitare la situazione, farle sentire al sicuro e se siamo fortunati ci scelgono."
Non aggiunsi niente. Guardai i faldoni sullo scaffale a destra della sua testa e pensai a certi rumori sentiti nel buio di un corridoio.
"Comunque." disse tornando al punto. "Federica. Io ti consiglio di provarci. Magari le piaci. Secondo me è una che ci sta, non è una che rinuncia ad uno sfizio, se vuole. E se le piaci, ci scappa qualcosa."
"Uhm."
"Ti organizzo io. Un pranzo di lavoro, ti chiedo di venire, poi all'ultimo dico che sono impossibilitato ad arrivare e vi lascio soli. Tu ci provi. Vediamo."
Mi stava organizzando un appuntamento con una donna con cui avevo già fatto sesso nel suo studio. Due volte. La seconda volta mentre lui e la sua amante erano proprio in quell'ufficio in cui eravamo e noi li sentivamo.
"Ok." dissi. Fingendo di non avere troppe speranze.
Quella sera chiamai Federica.
"Devo raccontarti una cosa." dissi.
"Dimmi."
"Oggi ero dal tuo capo. Per questioni di lavoro."
"Lo so, c'ero anche io." disse sarcastica.
"Sì, ti ho visto."
"Lo so che mi hai visto."
"Infatti. Quando sei uscita ti abbiamo guardato tutti e due il culo."
Una pausa.
"E questo quanto dovrebbe sorprendermi?"
"Zero, immagino."
"Zero." confermò. "E poi?"
"E poi ha fatto due commenti su di te. Che è inevitabile guardarti, che hai un culo che parla da solo, eccetera. Robe da maschi alfa sfigati."
"Ma non mi dire." disse. Con il tono sempre sarcastico di chi archivia un'informazione.
"E poi mi ha detto che vuole organizzare un pranzo finto per lasciarmi solo con te. Così posso provarci."
Silenzio di un secondo. Poi rise. Una risata vera, senza cerimonie.
"Sul serio?"
"Sul serio. Mi ha detto che secondo lui sei una che ci sta."
"Ah." altra risata. "E tu cosa hai risposto?"
"Ho detto che ipoteticamente mi piacerebbe."
"Ipoteticamente."
"Era il caso di usare le parole giuste."
"Già." disse. Poi: "Quindi ci proverai con me?"
Cambio leggermente tono. C'era sempre una punta di sarcasmo, ma anche quella malizia irresistibile.
"Potrei provarci, sì."
"E magari io ci sto."
"Magari. Chi lo sa?"
Una pausa breve.
"E poi cosa diciamo al mio capo?" disse lei.
"Neghiamo tutto."
Rise di nuovo. "Neghiamo tutto." ripeté. "Perfetto."
Il ristorante era uno di quelli dove i tavoli sono distanti l'uno dall'altro, con dei separé tra loro e le luci sono basse per aumentare la privacy, non solo per atmosfera. Il tipo di posto dove si va quando non si vuole essere visti ma si vuole mangiare bene. Privatissimo per vocazione. Non ci avevo mai messo piede, ma capii subito perché lui lo aveva scelto.
Arrivai per primo. Presi il tavolo. Ordinai l'acqua e aspettai.
Arrivò lei. Gonna. Non i jeans di quella mattina, una gonna scura, sopra al ginocchio, con degli stivali. Si tolse la giacca. Camicia chiara, nel suo stile.
"Elegante." dissi.
"Ho un pranzo di lavoro." disse con una faccia seria. Due attori eravamo diventati.
Si sedette di fronte a me.
Il mio telefono squillò quasi subito. Il suo capo. Lo sapevamo entrambi che sarebbe successo. Risposi.
"Senti, ho un problema qui, non so se riesco ad arrivare. Iniziate voi, ordinate, mi dispiace molto."
"Figurati." dissi cercando di sembrare deluso.
"C'è Federica?"
"Sì, è appena arrivata."
"Benissimo. Fate voi due intanto, io cerco di arrivare. Mi dispiace."
"Eh, ma lei dice che non gli hai detto qual era la questione di cui discutere." mi divertii a stare al gioco più di quanto avrei dovuto. Federica mi guardò trattenendo una risata.
"Eh? Ah." lo avevo un po' spiazzato, probabilmente stava pensando che ero un coglione. "Intanto pranzate, a spese dello studio ovviamente. Di lavoro ne parliamo quando arrivo, se arrivo."
"Ok. Non ti preoccupare. Un pranzo offerto è sempre ben accetto. Grazie."
Riattaccai.
La guardai.
"Non riesce ad arrivare." dissi.
"Che peccato." disse lei.
Sorridemmo.
Ordinammo. Pranzammo. Parlammo. Fu strano, quasi normale, quasi piacevole. Una situazione in cui non c'era nessuna fretta, nessun evento aziendale da cui sgattaiolare via, nessun corridoio buio. Solo un tavolo, due persone, del vino bianco.
Discorsi non di lavoro. Esperienze sessuali. Quelle memorabili e raccontabili, ma per ragioni non positive, diciamo. Discorsi divertenti, leggeri.
A un certo punto allungai una mano sotto il tavolo.
Lei non disse niente. Spostò leggermente le ginocchia, quel minimo che bastava.
La gonna era ampia a sufficienza. Salii con la mano lungo la coscia. Arrivai. Non aveva le mutande.
"Non hai..." mormorai.
"No." disse. Sorrise e sorseggiò il vino.
La toccai. Era già bagnata. Cominciai a muovere le dita piano, lentamente, mentre attorno a noi il ristorante sembrava indifferente.
Lei non cambiò espressione. Solo la mascella che si serrò leggermente, una volta. Il labbro inferiore rientrò un po' per farsi mordere dai denti superiori. E gli occhi che si abbassarono un secondo sul bicchiere. Li chiuse per qualche istante.
"Tutto bene?" chiesi.
"Benissimo." disse.
Continuai. Lei portò il gomito sul tavolo, appoggiò il mento sulla mano. Le dita a tapparle la bocca. Un piacere silenzioso.
Pensai che le donne hanno gli orgasmi più rumorosi e quelli più silenziosi e invisibili. Noi uomini invece restiamo nella media, ma così discreti è difficile esserlo.
Ero stato concentrato su Federica. Non avevo sentito i messaggi sul telefono. E quindi la voce del mio commercialista, del suo capo, arrivò a sorpresa per entrambi.
"Sono riuscito a liberarmi prima del previsto."
Alzai gli occhi. Era lì. Sorridente, giacca addosso. Accanto a lui Lucilla, la ragazza nuova. Quella dagli occhi grandi e dalla faccia da catechismo. Anch'essa sorridente.
Tirai via la mano da sotto la gonna di Federica. Dita bagnate.
Il mio commercialista guardò il mio braccio che riemergeva da sotto il tavolo. Guardò Federica. Guardò me. La sua espressione era quella di uno che ha vinto una scommessa.
"Non pensavo avremmo già interrotto qualcosa." disse.
Si sedettero. Presero posto senza chiedere permesso, con la disinvoltura di chi aveva già organizzato tutto.
"Non è la prima volta." disse Federica. Con una semplicità disarmante.
Lui la guardò. "No?"
"No." dissi anch'io.
Una pausa.
"Quante?"
"Due." dissi.
"Dove?"
Federica e io ci scambiammo uno sguardo rapidissimo.
"Anche in studio." disse lei.
Il mio commercialista rimase fermo un secondo. Poi rise. Una risata lunga, piena, senza ironia, genuina.
"Lo sapevo." disse alla fine. "Lo sapevo che tra voi due era già successo qualcosa."
"Come facevi a saperlo?" disse Federica.
La ragazza vicino a lui alzò una mano, come a scuola.
"L'ho capito io." disse. Voce tranquilla, la faccia innocente di una perfetta spia. "La prima volta che l'avete fatto in studio. Ero tornata a prendere una cosa che avevo dimenticato. Vi ho sentiti. Mi sono nascosta e ho aspettato che finiste."
Silenzio al tavolo.
"E poi la sera del ricevimento." continuò. "Vi ho visti uscire insieme. Ho capito."
Guardai Federica. Lei guardava la ragazza con un'espressione che non riuscivo a decifrare del tutto.
"Anche noi sappiamo di voi due" disse Federica, indicando il suo capo e la ragazza.
"Da quando?"
"Dalla stessa sera." dissi. "Eravamo nel corridoio dello studio. Al buio. Anche noi."
Lucilla aprì leggermente la bocca. Poi la richiuse. Poi disse: "Ci avete sentiti."
"Tutto." rispose Federica a quella che non era stata una domanda.
Un'altra pausa. Più lunga. Poi tutti e quattro, quasi insieme, ridemmo.
Fu una di quelle risate che scaricano qualcosa. Tensione, imbarazzo, ridicolaggine della situazione. Il cameriere si avvicinò con aria interrogativa, lo mandammo via con un gesto.
"Allora." disse il mio commercialista quando la risata si esaurì. Si guardò in giro. Abbassò la voce. "Adesso che ognuno di noi conosce i segreti degli altri. Come la mettiamo?"
Nessuno rispose subito.
"Potremmo ignorare tutto e fare finta che non sia successo niente." disse Federica.
"Potremmo." disse lui. "Oppure potremmo crearci un segreto più grosso. Tutti e quattro insieme. Uno che copre gli altri."
Nessuno disse no e nessuno disse neanche sì.
Ma era uno di quei casi in cui bisogna dire no, se si vuole impedire che le cose succedano.
L'hotel era a due isolati. Una di quelle strutture discrete, quattro stelle, hall silenziosa, personale addestrato a non fare domande e a dimenticare subito dopo. Prendemmo una suite al terzo piano. Due stanze, un salotto in mezzo.
Ci guardammo. Eravamo in quattro in un salotto con dei divani chiari e una luce calda e fuori la città che continuava per i fatti suoi.
Lucilla si sedette sul bracciolo del divano. Si tolse la giacca. Aveva un maglione sottile.
"Bene." disse il mio commercialista.
"Bene." ripeté Federica.
Non ci fu nessun protocollo, nessuna negoziazione esplicita. Ci fu lui che prese Federica per un fianco e le disse sottovoce qualcosa vicino all'orecchio. Lei non rise. Fece una cosa diversa. Annuì, lenta, come se stesse accettando qualcosa che aveva già deciso prima. E lo seguì verso la stanza di sinistra.
Prima di sparire si girò verso di me. Non aveva la faccia soddisfatta di quando chiude un bilancio. Aveva qualcos'altro. Qualcosa che non riconobbi subito.
La porta si chiuse.
Rimasi con Lucilla nel salotto.
La guardai. La guardavo come quella sera al ricevimento con quella curiosità specifica verso chi non sembra quello che è. Quegli occhi grandi e scuri. Mi ricordava un personaggio di un manga.
"E quindi..." dissi.
"Quindi..." disse lei.
"Ti stai chiedendo se è strano?" dissi.
"Un po'." disse. "Tu no?"
"Un po'."
Rise. Una risata diversa da quella di Federica. Più leggera, quasi sorpresa di se stessa.
Ci avvicinammo. Fu più naturale di quanto mi aspettassi. Ci prendemmo per le mani, ci connettemmo attraverso le bocche. Il maglioncino sparì. Aveva un corpo giovane, diverso da quello di Federica, più morbido in certi punti, meno in altri. Iniziammo sul divano e poi ci spostammo verso la stanza di destra, quella rimasta libera.
Dalla stanza di sinistra arrivarono dei rumori. Avevano iniziato in fretta, fin troppo rapidi.
La voce del mio commercialista, che diceva qualcosa di basso e indistinto.
La voce di Federica.
"Sì. Così."
Sentii una fitta. Non mi aspettavo di sentirla. Un fastidio specifico, localizzato, che non aveva molto a che fare con la ragione. Lucilla era sotto di me e io stavo benissimo e contemporaneamente sentivo quella fitta ridicola e irrazionale.
Poi sentii di nuovo Federica. Sembrava già un orgasmo.
Rimasi fermo un secondo. Lucilla era vicino a me sul letto e mi guardava.
"Cosa c'è?" disse.
"Niente." dissi.
Ma non era niente. Era una cosa indistinta che stava prendendo forma nella mia testa e che non mi piaceva per niente.
"Sembrano in confidenza." dissi. Cercai di dirlo in modo neutro. Non ci riuscii del tutto.
Lucilla non rispose subito. Mi guardò con quegli occhi grandi che avevo sempre interpretato come innocenza e che forse erano qualcos'altro.
"Lo erano." disse.
Mi girai verso di lei. "Cosa vuol dire lo erano?"
"Vuol dire che non è la prima volta che lo fanno." disse. Voce tranquilla. Il tono di chi consegna un'informazione senza giudizio.
Ci misi un secondo.
"Prima di te?" dissi.
"Prima di me, sì."
"Nel senso...?"
"Prima che iniziassi io con lui." disse. "Loro due si frequentavano già. Da un po'."
Rimasi fermo. Fuori dalla finestra c'era un pezzo di città illuminata e io ero seduto sul bordo di un letto in un hotel a quattro stelle e stavo rielaborando l'intera architettura degli ultimi mesi.
"Quindi...." dissi.
"Sì." mi confermò lei, anche se non avevo detto ancora niente.
"Il pranzo di lavoro. Il piano per lasciarmi solo con Federica."
"Mhmm."
"Era una cosa che lui ha organizzato pianificando già tutto."
"Probabilmente." disse Lucilla. Con una semplicità che mi irritò.
"E tu lo sapevi?"
"Sospettavo."
"E Federica?"
"Federica lo sa meglio di tutti."
Ci fu un momento in cui non dissi niente. Stavo costruendo la lista mentale di tutte le cose che avevo creduto di capire e che evidentemente non avevo capito. Era una lista lunga. Abbastanza lunga da essere umiliante.
Io pensavo di essere uno che sa muoversi. Uno che legge le situazioni. Uno che capisce quando c'è qualcosa sotto.
Non avevo capito niente.
Ero stato l'unico nel ristorante, al tavolo, in quell'hotel, a non sapere come stavano realmente le cose. Una pedina. Simpatica, forse. Utile, probabilmente. Ma una pedina.
"Quindi perché sono qui?" dissi. Non era una vera domanda. Era più un pensiero detto ad alta voce.
Lucilla si avvicinò. Appoggiò una mano sul mio braccio.
"Sei qui perché piaci a Federica." disse. "Davvero. Quella parte è vera."
"Non vera nel modo in cui pensavo io, forse."
"È complicato."
"Complicato." ripetei. "Sì, come potrebbe non esserlo?"
Dalla stanza di sinistra arrivò la voce di Federica. Non le parole. Il suono. Quello che conoscevo.
Lucilla mi guardò. Lesse qualcosa nella mia faccia.
"Ti dà fastidio." disse. Non era una domanda.
"Un po'." dissi. Questa volta non mentii.
"A lei dà fastidio l'opposto." disse Lucilla. Piano. "Che tu sia qui con me."
La guardai. "Perché?"
"Perché con lui sente di aver perso." disse. Semplice. "E non vuole perdere anche con te."
Ci fu un silenzio abbastanza lungo da diventare scomodo. Ma non seppi romperlo.
Poi la porta della stanza di sinistra si aprì.
Federica comparve sulla soglia. Capelli disfatti, metà dei vestiti ancora addosso, un'espressione che questa volta riconobbi. Era la stessa che aveva quando annuiva, nel spiegarti le cose di lavoro. Determinata.
Guardò me. Guardò Lucilla. La mascella ferma. Gli occhi che non tradivano quasi niente, quasi.
Entrò nella stanza senza chiedere permesso. Si fermò davanti al letto.
"Ti sei presa lui." disse Federica a Lucilla con voce bassa. Indicò vagamente verso il salotto, verso la stanza di sinistra, verso tutto quello che era successo negli ultimi mesi che io non sapevo.
"È andata così." disse Lucilla.
"E adesso vieni qui a prenderti anche lui." disse Federica. Senza alzare la voce. Come se spiegasse un bilancio.
Lucilla alzò un sopracciglio. "Non stavo prendendo niente."
"No?"
"No."
Si guardarono. Due versioni di una negoziazione che andava avanti da prima che io arrivassi, su un piano a cui non avevo avuto accesso.
Io ero seduto sul bordo del letto. Mi sentii dire, internamente, che avrei dovuto essere offeso. Che avrei dovuto alzarmi, dire qualcosa, ristabilire una qualche dignità. Lo pensai ma rimasi seduto.
Perché ero anche, oggettivamente, molto eccitato. E questo mi sembrò in quel momento la cosa più onesta da ammettere, almeno a me stesso.
"Spostati." disse Federica a me. Non sgarbata. Pratica. Come sempre.
Mi spostai. Mi misi più verso la testiera. Lei si sedette sul bordo del letto, vicino a Lucilla. Le due si guardarono ancora un secondo.
"Mi devi qualcosa." disse Federica.
"Non ti devo niente." disse Lucilla. Ma lo disse in un modo strano. Non difensivo. Quasi curioso.
"Ti sei presa il mio amante."
"Tu te l'eri già perso da sola."
Una pausa.
"Forse." disse Federica.
Non aggiunse altro. Si avvicinò a Lucilla. Le disse qualcosa sottovoce, vicino all'orecchio. Lucilla ascoltò. Non rispose a parole. Si mosse sul letto.
Dal salotto arrivò il mio commercialista, si appoggiò allo stipite della porta. Aveva l'espressione di uno che ha già avuto la sua parte e ora è curioso di vedere il resto. Una specie di soddisfazione distaccata, quella da spettatore.
Io rimasi dove ero.
Federica era sul letto con Lucilla. La ragazza stesa, lei seduta sopra la sua faccia. Non era punitivo, come avevo pensato che sarebbe stato. Era più complicato. Era Federica che riprendeva qualcosa, non che cedeva qualcosa. Un territorio. Una posizione. Non so come descriverlo meglio.
Ogni tanto apriva gli occhi e mi guardava.
Io la guardavo. E mi segavo.
Il mio commercialista si avvicino al letto e ci salì sopra. Dietro a Federica. Anche lui a cavalcioni di Lucilla, all'altezza del petto. Poi spinse Federica verso il basso, verso di me. Lei agguantò il mio cazzo e se lo portò alla bocca. Lui disse rivolto a me, come fosse una normale conversazione:
"Non immaginavi niente, vero?"
"Niente." dissi.
"Di me e Federica."
Mentre diceva questo lo vidi spingersi dentro di lei, da dietro. Non vedevo dove fosse entrato, ma Lucilla le stava mangiando la fica e dal sobbalzo che fece Federica i dubbi diventarono pochi.
"Niente."
"Sono passati quasi due anni." disse. Come se stesse raccontando di un lavoro. "Poi è arrivata Lucilla e le cose sono cambiate."
"Capisco."
"Ma vederle il culo tutti i giorni e non poterlo più avere è comunque doloroso."
Si spinse in lei. Lei lasciò il mio cazzo per un attimo e alzò la testa in un gemito di doloroso piacere.
La guardai e lei mi guardò. Con quegli occhi che conoscevo e che evidentemente non avevo mai del tutto capito. La faccia che avevo visto al lavoro su un tavolo di vetro, in un corridoio buio, in una macchina parcheggiata davanti al suo portone.
Sorrisi.
Lei sorrise.
Poi si rimise in bocca il mio cazzo, appena in tempo per la mia sborrata. In sincronia con quella nel suo culo.
Fuori era già sera quando uscimmo. Il mio commercialista salì sul taxi che aveva chiamato. Lucilla salì con lui. Federica e io restammo sul marciapiede.
"Bene." disse lei.
"È così." dissi.
Una pausa.
"Sapevi tutto." dissi.
"Non tutto." disse. "Quasi tutto."
"Dal pranzo."
"Da prima del pranzo."
"E mi hai lasciato lì a fare il furbo con la storia del pranzo di lavoro e del telefono."
"Eri convincente." disse. Quasi gentile.
"Ero un idiota."
"Anche." disse. "Ma in modo simpatico."
Non risposi. Guardai il taxi del mio commercialista sparire in fondo alla strada. Poi guardai lei.
"E Lucilla?" dissi.
"Cosa?"
"Ti dà fastidio?"
Non rispose subito. Guardò in fondo alla strada anche lei, dove il taxi non c'era più.
"Ha preso una cosa che era mia." disse alla fine. "Non volevo che prendesse anche te."
"Io non sono una cosa."
"No." disse. "Però sei mio."
Lo disse piano, senza enfasi, come un fatto. Come se stesse leggendo un numero da un foglio.
Non dissi niente. Non sapevo cosa dire. Arrivò anche il taxi per Federica.
"Vuoi salire anche tu?" mi chiese.
"No, vado a piedi. Ho bisogno di camminare." risposi. Era vero. Dovevo pensare.
Mi incamminai e mentre guardavo i palazzi pensavo che avevo creduto di essere uno che capisce le situazioni. Uno che legge le cose sotto la superficie.
Ero stato l'ultimo a sapere tutto. In una storia che durava da anni, con trame che si incrociavano da prima che io arrivassi, ero entrato come uno che trova una porta aperta e pensa di essere stato invitato.
Forse lo ero stato. Ma non nel modo che credevo.
Ero finito, inconsapevole, dentro qualcosa di pianificato, seguendo una strada che credevo di scegliere e invece era ineluttabile.
Pensai a Federica che diceva sei mio con quella voce piatta e tranquilla. Pensai che avrei dovuto trovarlo presuntuoso. Pensai che invece non lo trovavo presuntuoso per niente.
Pensai che ero ancora un idiota.
Ma in modo simpatico, almeno.
Ero finito, inconsapevole, dentro qualcosa di pianificato, seguendo una strada che credevo di scegliere e invece era ineluttabile.


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