Mi rigirai nel letto e non trovai il suo corpo. Ero sola. Ma in qualche modo sentivo la sua presenza. Aprii gli occhi e mi tirai su appoggiandomi sui gomiti. Lui era lì, appoggiato alla porta della camera con una tazzina in mano e un sorriso beffardo in viso. Era nudo. Il suo cazzo penzolava tranquillo. Il suo bel cazzo, che tanto piacere mi aveva donato durante la sera e poi per buona parte della notte.
"Ciao." gli dissi. "Che fai lì?"
"Ti guardavo." rispose lui.
Mi porse la tazzina in cui c'era del caffè. Lo bevvi tutto in un sorso. Poi si sedette sul letto e con una mano fece il gesto di andare a cercare la mia figa tra le gambe.
"Aspetta." lo fermai. "Devo prima andare in bagno." mi scappava.
Mi seguì. Mi guardò mentre mi sedevo per urinare. Si avvicinò a me e restò in piedi a poca distanza. Dovetti chinarmi appena per prendere il suo cazzo in bocca. Era moscio ma si indurì in un attimo tra le mie labbra. Intanto mi asciugai con la carta igienica ma il gesto si trasformò ben presto in una masturbazione.
La mia prima parte di colazione fu un gustoso succo di sborra. Mi domandai come facesse ad averne ancora così tanta dopo gli orgasmi notturni.
"Allora che mi dici di ieri sera?" mi chiese mentre facevamo insieme il resto della colazione.
"Dico che... mi hai fatto impazzire."
"E cosa mi dici della serata di ieri a teatro rispetto a quella della settimana scorsa?"
"Dico che... ieri a teatro sei stato fantastico... e anche una settimana fa lo eri stato."
"Dunque ero sempre io, ne sei sicura?"
"Sì."
"Avevi dei dubbi però."
"Sì, forse non veri dubbi, ma direi che ieri me li sono tolti del tutto. Ti ho riconosciuto. C'era stato qualche dettaglio che mi stonava ma probabilmente era stata solo la sorpresa oppure l'avere alcuni sensi limitati a scapito di altri aumentati."
"E sei delusa dal fatto che fossi sempre io? Speravi che la scorsa settimana fosse stato un altro?"
"Mh... no, non direi delusa. Volevo solo saperlo con certezza."
"Ma non ti sarebbe dispiaciuto se avessi scoperto il contrario?"
"Beh... no... cioè col fatto che sarebbe stato un gioco organizzato da te... l'importante è che mi era piaciuto quello che è successo."
"Quindi ti piacerebbe scopare con uno sconosciuto? Con uno che resta tale anche dopo la scopata?"
"Forse... cioè se lo scegliessi tu sì, sarei tranquilla e potrei godermi la scopata."
"Ma il fatto che sia uno sconosciuto? Cioè uno con cui l'unico tipo di rapporto sia carnale, ti eccita più o meno che fare le stesse cose con me?"
"Non lo so. Di sicuro è eccitante l'idea di uno che vuole soltanto il mio corpo e basta. Però dietro ci sarebbe anche la perversione che sia un gioco in cui siamo complici. Non riesco a scindere le due cose. E a te? Perché dovrebbe eccitarti fare una cosa in cui tu non fai niente? Perché dovrebbe eccitarti se mi scopa un altro?"
Si avvicinò a me prima di rispondermi e mi infilò a sorpresa una mano tra le gambe, trovando la mia figa bagnata. Buttai la testa all'indietro mentre con un solo tocco mi faceva salire il piacere dal basso ventre alla testa.
"Mi eccita se ti eccita. Mi eccita se fai la troia. Così troia da superare ogni pudore e farlo con uno sconosciuto. Così puttana da non ragionare più e volere soltanto un cazzo dentro, non importa di chi. Questo mi eccita, vederti scendere negli abissi della lussuria, spinta da me."
"Sei un porco..." mormorai mentre riversavo i miei succhi sulle sue dita.
Mi mandò un messaggio un martedì mattina.
"Sabato sera. Teatro. Sii pronta alle nove."
Gli risposi subito.
"Che spettacolo?"
"Non importa."
"Come non importa? E come mi vesto?"
"Elegante. Tubino nero. Autoreggenti. Niente reggiseno, niente slip. Tacchi."
"E la collana?"
"Quella di perle. Sì."
Rimasi a fissare il telefono. Sentii una fitta allo stomaco, quella buona. Poi andai sul sito del teatro. Cercai il sabato. Non c'era niente in programma. Nessuno spettacolo. Rilessi due volte. Niente.
Gli scrissi.
"Ho guardato sul sito. Non c'è nulla sabato."
"Lo so."
"E allora?"
"Fidati."
Mi fermai un secondo, perché quella parola, fidati, avrebbe dovuto insospettirmi. Avrebbe dovuto farmi fare domande. Invece mi fece solo venire voglia di sapere. E mi eccitò. E questo la dice lunga su di me.
Il sabato mi vestii come aveva detto. Il tubino aderiva. Le autoreggenti erano nuove, le avevo comprate apposta. Tacchi alti, quelli con cui meglio camminare il meno possibile. La collana di perle al collo, la stessa. Ci passai le dita sopra prima di uscire. Pensai alla volta precedente. Mi bagnai subito e non avevo ancora neanche preso il taxi.
Il taxi arrivò davanti al teatro. Era buio. Le insegne erano spente. Nessuno fuori. Mi sentii un'idiota in piedi sul marciapiede con i tacchi e il tubino davanti a un teatro chiuso. Anzi, per come ero vestita mi sentii qualcos'altro, una professionista del più antico mestiere del mondo.
Poi arrivò il messaggio.
"Ingresso artisti. Sul lato."
Camminai sul marciapiede. I tacchi facevano rumore sul selciato. Ogni tanto tentennavo. Mi sentivo ridicola e allo stesso tempo mi sentivo parte di qualcosa di perverso, di strano, e quella sensazione mi piacque.
La porta laterale si aprì prima che arrivassi. Era lui.
"Ciao." disse.
"Sei matto." risposi.
Sorrise. Mi prese per mano e mi fece entrare.
Dentro era buio. Buio quasi totale, solo qualche luce di servizio in fondo ai corridoi. L'odore era di legno vecchio e di polvere e di qualcosa di teatrale che non saprei descrivere meglio. I miei tacchi risuonavano forte. Mi appoggiai a lui.
"Dove andiamo?"
"Sul palco."
"C'è qualcuno?"
"Qualcuno sì."
Non aggiunse altro e io non chiesi. Avevo imparato che le domande non servivano a molto.
Salimmo. Passai attraverso una quinta e poi mi ritrovai sul palco. Grande, vuoto, buio tranne che per qualche luce di servizio. La platea davanti era nell'ombra. Sentii il peso di quello spazio vuoto.
"Guarda." disse lui.
"Non vedo niente."
"Immagina. Immagina che sia pieno. Ogni posto occupato. Tutti che guardano il palco. Tutti che guardano te."
Mi voltai verso di lui. Mi guardava.
"Sei serio?"
"Chiudi gli occhi."
Li chiusi. Sentii le sue mani che mi legavano una benda dietro alla testa. La stessa benda di seta di quella sera.
"Immagina il teatro pieno." ripeté.
Iniziò a svestirmi. Lentamente. La zip del tubino. Il vestito che scivolava giù. Lo sentii raccoglierlo da terra. Poi nient'altro. Ero nuda, con i tacchi, le autoreggenti e la collana.
"Duemilatrenta posti." disse sottovoce vicino al mio orecchio. "Tutti occupati. Tutti che ti guardano."
Sentii un brivido che partì dalle spalle e scese fino alle ginocchia.
"Non dire cazzate." dissi. Ma la voce mi uscì strana.
"Immagina."
Le sue mani mi percorsero i fianchi. Poi il ventre. Poi salirono sui seni. Ero già bagnata. Ero bagnata da quando ero in taxi, in realtà, ma adesso era diverso. Adesso ero nuda in piedi su un palco nel buio con la benda sugli occhi e lui che mi diceva di immaginare duemila persone che mi guardavano.
Ci riuscii. Non so come, ma ci riuscii.
Poi sentii la musica.
Mi bloccai.
Un violino. Poi un altro. Poi qualcosa di più basso, una viola forse. Venivano dal basso, dalla buca dell'orchestra. Erano lì, sotto al palco, a pochi metri da me.
"Ci sono musicisti?" dissi.
"Sì."
"Reali? In carne e ossa?"
"Sì."
"E mi stanno vedendo?"
"Non possono. Sono sotto nella buca. Ma sanno che sei qui."
Non sapevo se fosse vero. Non potevo verificarlo. La musica continuava, qualcosa di lento e teso, e io ero nuda su quel palco e non riuscivo a smettere di immaginarmi vista da tutti.
Lui mi sfiorò di nuovo. Le mani scesero. Trovarono quello che cercavano e io tirai un respiro lungo.
Poi le sue mani si allontanarono.
Poi sentii la collana staccarsi dal mio collo.
Capii subito.
Sentii le perle scivolare una ad una, lente, entrare dentro di me dalla parte posteriore. Non tutte. Parzialmente. Come una coda. Una cosa che non riuscivo a ignorare nemmeno per un secondo.
La musica cambiò leggermente. Uno strumento si interruppe.
Lui mi fece mettere a quattro zampe. Girata con il culo verso il teatro. Immaginai gli sguardi, quattromila occhi sul mio culo.
Sentii dei passi. Cigolii sul legno del palco. Qualcuno che si avvicinava da dietro.
Non dissi niente. Non scappai. Rimasi ferma con i tacchi sul palco e la collana di perle infilata a metà nel culo e aspettai.
Le mani di quell'uomo mi presero per i fianchi. Non erano le sue. Diverse. E poi sentii il suo cazzo entrare nella mia figa.
Lui, il mio lui, mi parlò nell'orecchio.
"Immagina gli applausi."
Li immaginai. Giuro che li immaginai. E godetti come una troia mentre un uomo che non conoscevo mi scopava sul palco e l'orchestra suonava sotto di me.
Quell'uomo finì. Si allontanò. Uno strumento si interruppe. Altri passi. Un altro uomo. Un altro cazzo. Diverso. Più grosso, mi sembrò. O forse ero io più aperta. La musica continuò.
Così per cinque volte. Cinque uomini. Cinque cazzi diversi. Ogni volta lui mi accarezzava la schiena o mi sfiorava i capelli o mi parlava nell'orecchio. Disse cose che non ricordo. Ricordo solo la musica e i passi e la sensazione di essere su quel palco davanti a un teatro pieno che nella mia testa non smetteva di riempirsi sempre di più.
Dopo il quinto rimasi ferma. Il respiro grosso. Le braccia e le gambe che mi tenevano a malapena.
"Adesso tocca a me." disse lui.
"Sì." dissi io, con più voglia di quella che avrei pensato.
"Gli altri non hanno potuto. Io sì."
Capii cosa intendeva. Sentii le sue mani sulle perle. Le tirò fuori lentamente, una ad una. O almeno ci provò.
Poi sentii uno schiocco secco.
E poi un rumore di pioggia leggera. Le perle che rotolano sul legno di un palco antico, rimbalzando, disperdendosi in tutte le direzioni.
Ci fu un silenzio. Anche l'orchestra smise un secondo.
"Cazzo." disse lui.
Scoppiai a ridere. Non potei farne a meno. Risi e risi e lui rideva con me.
"Mi spiace." disse. "La collana si è rotta."
"Non fa niente." dissi.
"Le recuperiamo dopo."
"Sì, dopo." dissi. "Prima devi incularmi. Davanti a tutto il teatro."
Sentii che anche lui si era fermato un secondo. Come se anche lui avesse bisogno di quel momento per immaginarsi il teatro pieno.
Poi le sue mani mi presero per i fianchi e lui entrò dentro di me da dietro, lento, completamente.
La musica riprese. Più forte, mi sembrò. O forse ero io.
La benda si sfilò ma ormai non cambiava niente. Il teatro nella mia testa era stracolmo. Ogni posto occupato. Li vedevo proprio. Migliaia di persone in silenzio che guardavano me, nuda con i tacchi, inculata sul palco mentre l'orchestra suonava sotto.
Gli applausi li sentii davvero, alla fine. Non so da dove venissero. Forse dall'orchestra. Forse dalla mia testa. Forse da entrambe le cose.
Non chiesi.
"Fidati." Mi fermai un secondo, perché quella parola avrebbe dovuto insospettirmi. Avrebbe dovuto farmi fare domande. Invece mi fece solo venire voglia di sapere. E mi eccitò. E questo la dice lunga su di me.


Commenti (1)
Bello. Degna conclusione del racconto precedente.
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