Ufficio d'agosto copertina
Un racconto di Analcoholic

Ufficio d'agosto

27 agosto 202615 minuti di lettura

Erano le otto e venti e stavo ancora nuda davanti allo specchio.

Agosto, trenta gradi già a quell'ora, studio chiuso per ferie e io lì a scegliere l'outfit giusto.

Me lo ero detto la sera prima, tornando a casa: domani devi essere forte. Non aggressiva, forte. C'è differenza. Lui sarebbe venuto con le sue posizioni, probabilmente rigide, probabilmente preparate, e io avrei dovuto smontargliele una per una senza farlo sembrare una sconfitta. Accordo extragiudiziale su una vertenza complicata. Niente tribunale, niente giudici, niente sentenze. Solo due persone in una stanza a metà agosto a trattare. E quella stanza sarebbe stata il mio studio, dunque territorio mio e in teoria vantaggio mio.

La pratica era che avevo dormito male, mi ero svegliata con l'ansia e adesso stavo passando quindici minuti a scegliere i pantaloni.

Scelsi quelli beige, chiari, aderenti. Sapevo che effetto facevo. Sapevo come cadevano sul sedere. Non era vanità, mi dissi. Era strategia. Avevo bisogno di sentirmi forte e per sentirmi forte avevo bisogno di sentirmi attraente. È una condanna per noi donne. Gli uomini si mettono una camicia e sono pronti. Noi abbiamo innumerevoli modi per apparire come vogliamo apparire e soprattutto siamo sempre su un filo sottile tra apparire troppo o troppo poco. Veniamo giudicate su quello. La nostra autorevolezza si basa su quello.

Non possiamo non essere sexy, almeno un po' e non troppo. E alla fine non è solo nei confronti degli uomini. Lo abbiamo talmente introiettato che serve anche a noi. Essere sexy ci dà sicurezza. Quindi anche quello che non si vedeva era importante. Ci impiegai un po' a scegliere il giusto perizoma.

La camicetta era senza maniche, scollata quanto bastava. Professionale ma non asettica. Poi i sandali col tacco. Tacco alto, aggressivi. Alla fine era forse quello il capo che dava più sicurezza. Aumentava la mia statura e migliorava nel complesso la mia figura.

Mi guardai un'ultima volta. Andava bene. Mi piacevo. Mi sentivo pronta.

Uscii di casa che erano quasi le nove.


Lo studio è al terzo piano di un palazzo in centro. D'estate il palazzo è mezzo vuoto, gli altri studi chiusi, il portone spesso aperto di giorno. La porta del nostro studio invece è una cosa seria: tre serrature, una in basso, una in mezzo, una in alto. Una roba che ogni volta mi fa venire voglia di cambiare lavoro.

Stavo aprendo quella in basso. Dovevo piegarmi, la serratura era stata messa un po' troppo in basso secondo me, idea geniale di chi aveva installato quella porta negli anni ottanta. Ero piegata in avanti, la borsa spostata su un fianco, la chiave nella toppa, quando sentii dei passi alle mie spalle.

"Ho trovato il portone aperto. Sono salito."

Mi raddrizzai di scatto. Forse troppo di scatto.

Lui era lì sul pianerottolo. Alto, camicia azzurra, capelli corti. Mi guardava con un'espressione neutra.

"Buongiorno." dissi. La voce mi uscì normale, per fortuna. "Stavo aprendo, la faccio subito accomodare."

Tornai alle serrature. Sentivo la sua presenza dietro di me. Non troppo vicino, distanza corretta. Però c'era.

Tutti mi guardano il culo. Me ne accorgo sempre. C'è qualcosa, non so cosa, forse il modo in cui la gente rallenta o forse è intuizione pura, ma me ne accorgo. Mia madre dice che ho il culo di mia nonna materna, che era una donna bellissima. Non so se è un complimento o le sembra una disgrazia. Le mie amiche dicono, invidiose, che ho un culo spettacolare. I colleghi lo dicono con gli occhi. Ne sono fiera, certo. E nello stesso tempo vorrei a volte non averlo, o averlo meno, perché poi in certi contesti diventa un problema. Come adesso, piegata in avanti davanti a uno con cui devo negoziare tra dieci minuti.

Può essere un'arma, ma anche a doppio taglio. L'autorevolezza, sempre quella cosa lì. Ho un bel culo, dunque sono stupida? Oppure ho un bel culo, dunque lui abbasserà le difese?

Aprii la terza serratura. Spinsi la porta.

"Prego."


Lo studio di agosto ha un odore diverso. Aria ferma, carta, un po' di chiuso. Accesi il condizionatore nell'ingresso e poi quello nel mio studio. Gli offrii un caffè, lui disse no grazie. Acqua, allora. Sì, acqua.

Ci sedemmo. Lui dalla parte dei clienti, io dalla mia, la scrivania in mezzo.

"Fa un caldo assurdo." disse.

"Gia, questo agosto è insopportabile." risposi.

"Lei non è in ferie?"

"Questa settimana no. La prossima."

"Dove va?"

"Ancora non so." non glielo volevo dire, mai svelare troppo di sé.

Breve silenzio. Lui guardò in giro per lo studio, i libri, le pratiche impilate.

"Bello studio."

"Grazie. Siamo in quattro. Gli altri sono tutti via." perché glielo ho detto? Che poi era già abbastanza evidente.

"Capisco."

Mentre lui parlava, lo guardavo. Non in modo sfrontato. Lo studiavo, come si studia la controparte. Cercavo di capire come avrebbe aperto, se si sarebbe mostrato rigido subito o avrebbe finto disponibilità per poi irrigidirsi sui punti chiave.

E invece mi ritrovai a pensare alla sera prima.


Eravamo uscite in quattro. Aperitivi, poi una cena leggera, poi un altro bar. La solita serata estiva che comincia alle sette e finisce senza che te ne accorga all'una. Ridevamo e chiacchieravamo di lavoro e di vacanze e di altre amiche e di cazzate. E poi, come sempre, il discorso era finito sugli uomini.

Era stata Giulia ad iniziare. Aveva indicato con un gesto discreto un tipo al bancone e aveva detto: "Quello. Sì o no?"

Regole del gioco: nessuna pietà, nessun filtro, valutazione rapida e sentenza inappellabile. Sì o no, e perché.

Avevamo passato un'ora abbondante a smontare e rimontare ogni esemplare maschile presente nel raggio di venti metri. Con una spietatezza allegra e un po' alcolica che ci aveva fatto ridere fino alle lacrime.

Il bello del gioco non era tanto il sì o il no. Era l'analisi. Quel tipo lì, con le spalle larghe e l'aria un po' troppo sicura di sé, probabilmente ti scopava bene ma poi si aspettava i complimenti. Quell'altro, timido, occhiali, sembrava uno che ci metteva impegno. E così via.

E adesso, seduta di fronte a lui, mi ritrovai a fare la stessa cosa.

Lo valutai. Rapidamente, senza che lui se ne accorgesse, spero. Fisico asciutto. Mani grandi. Modo di stare seduto tranquillo, non agitato. Voce ferma come quando aveva parlato sul pianerottolo.

Cosa avrebbe detto Giulia? Avrebbe detto: quello lì ha del potenziale. E poi avrebbe aggiunto la parte che aggiungeva sempre: però uno così non ci andrei mai. Perché è uno che sa troppo di avercelo quel potenziale e quindi si specchia più di te. E io avrei annuito.

Nessuna di noi, con uno così, ci sarebbe mai andata.

"Allora." disse lui.

Mi risvegliai.

"Allora." risposi. Presi la cartella davanti a me. "Cominciamo."


Ci mettemmo un'ora abbondante.

Lui aprì esattamente come mi aspettavo: posizione rigida sui punti principali, disponibile sulle marginalità. Strategia standard. Lo lasciai parlare, presi note, annuii dove opportuno. Poi cominciai a smontarlo.

Non in modo aggressivo. Argomento per argomento, con calma. Ogni punto che lui considerava non negoziabile io lo avevo preparato, avevo i precedenti, avevo i numeri, avevo la logica dalla mia parte. Non alzai mai la voce. Non ci fu mai un momento di tensione vera.

Verso la fine sentii che stava cedendo. Si vedeva. Certe pause prima di rispondere, certe riformulazioni che sono il modo elegante per dire: hai ragione ma non voglio dirtelo direttamente.

Alla fine accettò quasi tutto. Anche alcune condizioni più favorevoli alla mia parte. Più di quanto mi aspettassi, a dire il vero.

Mi aveva capito. Aveva capito che nella mia formulazione alla fine le cose erano al meglio che potevano per tutti. Qualsiasi altro accordo avrebbe portato rischi o problemi anche alla sua parte.

Mi alzai. Girai attorno alla scrivania. Mi appoggiai al bordo, in piedi. Era il modo in cui chiudevo le riunioni quando andavano bene. Un po' più informale, un po' meno barriere.

"Direi che abbiamo trovato una base solida." dissi.

"Sì." disse lui. Ma non si alzò.

Guardai la porta. Poi lo guardai di nuovo. Stava seduto, le mani intrecciate in grembo, con l'aria di uno che ha qualcosa da aggiungere.

"C'è altro?" chiesi.

Fece una pausa. Breve ma percettibile.

"Sì." disse. "Una cosa."


Cominciò a parlare con una calma che mi disturbò più di qualsiasi aggressività avrebbe potuto.

Disse che mentre discutevano aveva deciso quasi subito che poteva venirmi incontro. Che aveva considerato le mie argomentazioni e le aveva trovate valide. Ma che nello stesso tempo aveva pensato un'altra cosa. Aveva pensato che avrebbe potuto barattare i suoi cedimenti. Scambiarli con qualcosa.

Lo guardai. Non dissi niente.

Disse che appena mi aveva vista, sul pianerottolo, era rimasto colpito. E che durante tutta la discussione io ero stata non solo competente e preparata ma anche, disse la parola senza nessun imbarazzo visibile, molto attraente. Che si era chiesto se avrei accettato uno scambio. Sesso, in cambio della sua disponibilità a cedere sui punti chiave.

Sentii qualcosa salire dallo stomaco. Non riuscii subito a capire cos'era.

Poi disse che aveva deciso di non farlo.

Disse che se anche avessi accettato qualcosa di così degradante per una professionista come me, non ci sarebbe stato gusto. Che una come me andava scopata quando era pienamente coinvolta, vogliosa, presente. Non come transazione. Quindi aveva deciso di non propormelo.

Silenzio.

Stavo appoggiata alla scrivania e non mi muovevo.

Cosa stavo sentendo, esattamente? Sollievo, da una parte. E poi umiliazione, sì, anche quella. E poi qualcosa di strano che assomigliava a essere lusingata. E poi un'altra cosa ancora, più sottile, che era il chiedermi cosa avrei risposto se me lo avesse proposto davvero.

Non lo sapevo. Non riuscivo a rispondermi. Ero pronta a tutto per quell'accordo. A tutto? O non era per quello che non sapevo rispondermi.

"Capisco." dissi. La voce mi uscì piana. Quasi più professionale di prima. Assurdo.

"Però..." continuò lui.

"Però?"

"Però adesso l'accordo è trovato. È fuori dall'equazione. E io mi chiedo se lei non abbia comunque voglia di scopare. Indipendentemente da tutto il resto. Capita di avercela, a tensione esaurita. E l'ho visto che era molto tesa. "

Rimasi ferma.

Avrei dovuto dirgli di uscire dal mio studio. Era la risposta ovvia. Era la risposta giusta. La risposta che qualsiasi persona con un minimo di senso avrebbe dato senza nemmeno rifletterci.

Invece stavo lì.

Il fatto era questo: avevo vinto la discussione. Avevo smontato le sue posizioni punto per punto, lo avevo portato dove volevo io, avevo ottenuto più di quanto mi aspettassi. E quel risultato mi aveva messa in uno stato che non avevo riconosciuto subito ma che adesso era chiaro. Euforia. Un'euforia quasi fisica, di quelle che andavano in qualche modo sfogate. Ero eccitata. Non per lui, o non solo per lui. Per me stessa, per come era andata, per come mi sentivo in quel momento.

Abbassai gli occhi un secondo. La camicetta era sottile. I capezzoli erano turgidi e visibili attraverso il tessuto.

Lo guardai in faccia. Lui li stava guardando.

Da quanto? Mi chiesi da quanto se ne fosse accorto. Verso la fine della discussione, quando stavo spingendo sugli ultimi punti, quella sensazione di euforia c'era già. Probabilmente già allora. Forse lui lo aveva visto già allora e si era preparato questo discorsetto?

Si alzò.

Fece un passo avanti. Lentamente, senza fretta. Si avvicinò. Io non mi mossi. Avrei potuto. Non lo feci.

Mi portò una mano sul pube. Piano. Mi guardò negli occhi mentre lo faceva.

Sospirai.

Non me l'aveva chiesto, prima di farlo. Pensava di saperlo già. Lo sapeva già.

Cominciò a muovere la mano. Lento, circolare, attraverso il tessuto dei pantaloni. Chiusi gli occhi un secondo poi li riaprii.

Le sue dita trovarono il bordo dei pantaloni. Si insinuarono dentro, slacciandoli. Poi sotto al perizoma.

Ero bagnata. Bagnata sul serio, non un accenno. Lo sentii nel modo in cui le sue dita si insinuarono senza resistenza. Due dita, dentro, lente.

Emisi un suono. Non un gemito, qualcosa di meno definito. Un sospiro con il volume sbagliato.

Lui si avvicinò ancora. Parlò piano.

"Allora. Abbiamo trovato un accordo anche su questo?"

Stavo sbrodolando sulle sue dita. Le sentivo muoversi dentro di me e non riuscivo a pensare a nient'altro.

"Un accordo... so... solo..." balbettai. Deglutii. "Preliminare."


Si allontanò. Tenni gli occhi su di lui.

Si slacciò i pantaloni. Senza cerimonie, con la stessa calma con cui aveva fatto tutto il resto. Li abbassò quanto bastava.

Aveva un bel cazzo. Pensai a Giulia. Pensai a tutte e tre le mie amiche. Avrebbero avuto ragione, avrebbero indovinato. Quando uno aveva del potenziale lo dicevano e di solito ci prendevano. Avrei voluto che fosse successo veramente, che lo avessero visto prima di questo incontro per darne il giudizio per poi poterglielo confermare, riderne insieme, e fare quella cosa inopportuna e meravigliosa che si fa tra amiche quando ci si racconta tutto nei dettagli.

Mi inginocchiai.

Non so se fu una decisione o semplicemente una cosa che accadde perché era naturale. Probabilmente la seconda. Ero in ginocchio sul pavimento del mio studio, in agosto, con la camicetta scollata e i pantaloni ancora addosso, e avevo davanti a me il cazzo di un uomo con cui avevo trattato per un'ora.

Lo presi in mano. Lo guardai. Poi cominciai.

Prima lentamente, con la lingua. Poi di più. Lui aveva le mani sui fianchi e non le mosse. Stava fermo. Lasciava fare. Mi piacque.

Presi il ritmo. Lui respirava forte ma in modo controllato. Una volta emise un suono basso, quasi sorpreso.

Poi disse: "Basta con gli accordi... orali."

Mi prese sotto le braccia. Mi tirò su. Mi girò.

Mi spinse sulla scrivania. Non forte, ma senza esitazione. La fronte finì quasi sui fogli che avevamo usato durante la trattativa. Lo trovai assurdo e divertente e quasi non riuscii a non ridere.

Sentii le sue mani sui pantaloni. Li abbassò, lentamente. Poi le dita sul perizoma, spostato di lato. Un gesto che confermava il potenziale, avrebbe detto Giulia.

Entrò.

Feci un suono che non avrei voluto fare. Quel suono con cui ammetti l'abbandono totale.

Era piena, la sensazione. Piena e lenta all'inizio, poi con più decisione. Tenevo le mani appoggiate alla scrivania e la fronte quasi sul legno e sentivo ogni movimento.

Poi disse: "Dimmi la verità. Stamattina avevi paura che nel cercare l'accordo alla fine ti avrei inculata?"

Risi. Non riuscii a non ridere, un mezzo secondo, poi risposi.

"Sì."

Continuò. Le sue mani sui miei fianchi, la pressione costante.

"E adesso?" disse. "Hai ancora paura di una inculata?"

Mi girai. Quanto basta per guardarlo. Lui si fermò un secondo.

Lo guardai.

"Adesso ci spero." dissi.

Uscì. Si sputò sulla mano. Me la passò dove serviva, con una praticità che non mi aspettavo. Poi sputò di nuovo, direttamente, abbondante.

Pensai di nuovo alle mie amiche. Forse invece si sarebbero sbagliate. Altro che potenziale. D'altronde non ho mai dato il culo a uno che aveva solo del "potenziale".

Tornai a guardare la scrivania. I fogli dell'accordo a pochi centimetri. Illeggibili.

Le mie mani artigliarono il bordo della scrivania. Le nocche bianche, per quanto stringevo.

"Piano." dissi.

"Sì."

Sentii la pressione. Lenta. Costante. Tenni il respiro.

"Respira." disse lui.

Respirai.

Entrò. Lentamente, un millimetro alla volta. Chiusi gli occhi. La scrivania era fredda sotto le mani. Il condizionatore faceva rumore. Agosto fuori, lo studio vuoto, il palazzo mezzo deserto.

Quando fu dentro rimase fermo un secondo. Io non mi mossi.

Poi cominciò.

Gemetti. Non piano. Non me ne importò più.

Lui si mosse con più sicurezza, trovò il ritmo, io lo assecondai spostando il bacino. Qualcosa cambiò nell'angolo e fu molto meglio. Dissi una cosa che non era una parola. Lui capì lo stesso e continuò in quel modo, col giusto ritmo.

Non pensai più a niente. Smisi di pensare alla trattativa, alle amiche, al fatto che era agosto e faceva caldo. Smisi di pensare in assoluto.

Sentivo solo il suo cazzo nel mio culo. Non pensavo neanche più a chi apparteneva.

Durò quanto durò. Non guardai l'orologio. Lui quando finì rimase qualche secondo nella stessa posizione, le mani sui miei fianchi, il respiro pesante.

Poi si ritrasse.

Sulla scrivania avevo uno di quei dispenser di fazzolettini. Ne presi un po' e li passai dietro senza guardare. Anche se sapevo di essere pulita, di solito ero pulita. Sapevo anche che non avrei più guardato quella scatola di fazzoletti allo stesso modo. Nota mentale: farla sparire e sostituirla. Ne usai qualcuno anche su di me.

Io rimasi appoggiata alla scrivania ancora un momento. Le gambe mi reggevano, avevano smesso di tremare. Mi raddrizzai. Mi sistemai il perizoma. Tirai su i pantaloni.

Mi girai.

Lui si stava già riallacciando. Con un'aria come se non fosse successo niente.

Lo guardai. Aveva la stessa espressione di prima, quella calma leggermente distante. Solo le guance leggermente più colorate.

Presi i fogli dalla scrivania. Li misi in ordine. Li misi nella cartella.

"Le mando i dettagli dell'accordo entro venerdì." dissi.

"Perfetto."

"Se ci sono piccole modifiche da fare mi scriva."

"Certo."

Andai alla porta dello studio e l'aprii. Lui prese la giacca dallo schienale, la passò sul braccio, d'altronde non la indossava neanche prima. Il caldo, agosto, eccetera.

Mi seguì verso l'uscita.

Aprii il portone, lo feci uscire e lo richiusi alle mie spalle. Per poi chiuderlo a chiave.

Alle tre serrature questa volta fui più rapida. Probabilmente perché avevo la mano più ferma di stamattina. La tensione se ne era andata. Per l'accordo trovato, ovvio. Per cos'altro mai?

Lui era sul pianerottolo e mi guardava.

"È stata una mattinata produttiva." disse.

"Molto." risposi.

Annuì. Serio. Come a chiudere un verbale.

Poi scese le scale.

Io mi appoggiai al portone dello studio. Rimasi un secondo in silenzio nel vano scale, il palazzo vuoto intorno.

Presi il telefono. Aprii la chat di gruppo con le amiche.

Scrissi: Ragazze ho una cosa da raccontarvi. Ci vediamo di nuovo, stasera?

Arrivo subito la risposta di Giulia: "L'ha scopato." Senza punto interrogativo.

Arrossii perché erano passate poche ore dal nostro incontro e avevo detto loro con chi mi incontravo stamattina. Mi sentivo colta con le mani nella marmellata. Mi ero fatta scoprire da sola. Ma d'altronde glielo volevo, glielo dovevo raccontare.

Scrissi: "No spoiler" e faccina che ride.

Poi rimisi il telefono in borsa e uscii nella città deserta e rovente.

Non alzai mai la voce. Non ci fu mai un momento di tensione vera. Verso la fine sentii che stava cedendo. Si vedeva.

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Commenti (1)

MiX27 ago 2026

Molto ben scritto. Quasi un film per l’efficacia visuale con cui sono rese le scene. Complimenti!

Un’osservazione sulle inculate: non ci sono solo quelle che si temono e quelle che si sperano: in mezzo c’è una grande varietà di sfumature. Il racconto breve ne contiene due o tre, ma il sito, nel complesso, ne presenta molte di più. Complimenti all’autore anche per questo :)

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