Abbordaggio copertina
Un racconto di Analcoholic

Abbordaggio

17 luglio 202610 minuti di lettura

Avevo prenotato quella gita in barca con settimane di anticipo. Sul sito sembrava una cosa seria: tre ore in mare, calette nascoste, grotte, snorkeling. Ventidue euro a persona. Ero fiero di me, della mia capacità organizzativa. Serena mi aveva detto che ero il tipo di uomo che pianifica le vacanze come se fossero operazioni militari.

"È un complimento?"

"Dipende dal risultato."

Il risultato fu che alle dieci di mattina eravamo sul molo ad Adamantas insieme ad altri dieci turisti e uno skipper che non dimostrava più di ventisei anni, capelli quasi biondi di sale e sole, quel tipo di fisico che si ottiene passando la vita in mare. Si chiamava Nikos. Ci diede il benvenuto in inglese con l'accento mediterraneo.

La barca era una di quelle grandi barche a motore da turismo, niente di elegante, ma solida. Serena salì a bordo tenendomi la mano, con la borsa a tracolla e il pareo che si apriva al vento. Aveva un bikini rosso, due pezzi. Il tanga era una striscia di tessuto che copriva quello che strettamente doveva coprire e niente di più. Me ne ero accorto in albergo quando si era preparata.

"Stai bene." le avevo detto.

"Lo so." aveva risposto.

Non era arroganza. Era solo che lo sapeva davvero. L'inverno in palestra aveva migliorato un culo che già di suo faceva girare gli sguardi.

La prima ora fu piacevole e ordinaria. Nikos portò la barca verso le scogliere bianche di Kleftiko, spiegò qualcosa sulla storia dei pirati, qualcuno fece foto. Il mare era di quel blu che sembra finto, fotoritoccato, e invece era solo quello di Milos. Ci fermammo per un bagno vicino a una grotta. L'acqua era fredda quanto basta per far urlare tutti e poi ridere.

Risalii sulla barca prima di Serena. Lei rimase in acqua qualche minuto in più, nuotando piano tra le rocce. Quando tornò su dalla scaletta di poppa si fermò un momento sul predellino, ancora nell'acqua fino alle cosce, e si tolse i capelli dagli occhi. Non guardai subito cosa facevano gli altri. Poi lo feci. Tre ragazzi tedeschi, in acqua vicino alla barca, avevano smesso di parlare tra di loro.

Serena non si accorse di niente. O almeno così sembrava.

Si asciugò un po' con il telo e poi lo stese a prua, sopra la parte rialzata del ponte, e si sdraiò a pancia in giù. Si slacciò il reggiseno.

Il sole era alto. Ci saremmo fermati altri venti minuti prima di ripartire. C'era ancora gente in acqua. Io ero seduto sul bordo laterale della barca, un metro e mezzo dietro di lei. Da dove vedevo la linea della schiena, il punto dove finiva la schiena e cominciava il culo, il tanga che spariva tra le due natiche come se non ci fosse. Era un culo perfetto nel senso più letterale possibile. Non stavo usando un'iperbole. Era perfetto.

Sentii dei passi. Nikos si era avvicinato, con la scusa di sistemare un parabordo sul lato. Si fermò lì un momento più del necessario. Poi si girò verso di me.

I nostri sguardi si incrociarono.

C'era dentro quello sguardo una cosa precisa. Non malizia, non volgarità. Solo il riconoscimento comune di qualcosa di evidente, per cui non c'è bisogno di parlare.

Poi lui disse, sottovoce, in inglese: "Your girlfriend is very hot."

"Thanks." dissi io.

Non aggiunsi altro. Lui neanche. Tornò verso la sua postazione. Dopo un minuto mi resi conto che avevo una mezza erezione dentro il costume. Abbassai lo sguardo, quasi per verificare. Poi alzai gli occhi verso Nikos che stava facendo la stessa identica cosa. Ci vedemmo a vicenda. Lui abbozzò qualcosa che era a metà tra un sorriso e una smorfia. Io feci lo stesso. Quella era la fine della conversazione.

Serena nel frattempo si era girata di lato, aveva appoggiato il mento su una mano e guardava il mare. Non ci guardò. A guardarci erano, ricambiate, le sue chiappe, ancora più in evidenza, se possibile.


La sera, nella stanza dell'albergo, le finestre aperte sul buio caldo di Plaka, Serena stava sul letto a scorrere le foto sul telefono. Io ero sdraiato accanto a lei a fissare il soffitto.

"Devo dirti una cosa." dissi.

"Dimmi."

"Nikos..."

"Lo skipper?"

"Sì. Quando eri a prua a prendere il sole." feci una pausa. "Mi ha detto che eri hot."

Serena abbassò il telefono. Mi guardò.

"Ah."

"Sì."

"E tu?"

"L'ho ringraziato."

Rimase in silenzio un secondo. Poi: "Ma con che tono l'ha detto?"

"Non so. Non era fastidioso. Era solo... diretto."

"Eri geloso?"

Ci pensai davvero. "Un po'. Ma anche... non lo so. Fiero, in qualche modo."

Lei sorrise. Era un sorriso di chi sa già dove va a parare il discorso.

"Fiero? In che senso?"

"Sì, fiero. Sei bella. La gente ti guarda. Non posso farci niente."

"Cosa si vedeva?" disse lei, più piano.

"Cosa intendi?"

"Dal costume. Si vedeva qualcosa?"

"Beh, si vedevano le tue chiappe, quasi come se fossero nude. Con quel tanga che spariva in mezzo."

"No, non hai capito. Intendo se nel suo costume si vedeva qualcosa. Un qualche effetto."

"Ah." dissi e pensai che avrei preferito che non me lo chiedesse.

"Lo hai guardato?" insistette lei.

"Sì." ammisi. "Gli facevi effetto, anche a lui."

Lei non disse niente subito. Poi: "Anche nel senso che anche a te?"

"Sì."

Si girò verso di me e mi studiò l'espressione per capire se mentivo, se le stavo dicendo tutto e se stavo dicendo quello che pensavo veramente. Non so cosa capì ma sembrò soddisfatta.

"Sapevo che stavo facendo effetto." disse.

"A me, sì, me lo aspettavo."

"A entrambi." disse lei. Era una correzione, non una vanteria.

"Lo sapevi anche di lui?"

"Ci speravo."

Rimasi in silenzio un momento. Poi: "Perché?"

"Perché era carino."

La semplicità di quella risposta mi colpì più di qualsiasi altra cosa avrebbe potuto dire. Nessun giro di parole, nessuna scusa, nessuna giustificazione. Perché era carino.

"Quindi lo facevi apposta?"

"Mi sono sdraiata al sole. Non è illegale."

"Senza reggiseno e con quel tanga?"

"Mi resta un segno orribile, se no."

"Dai, su."

Lei rise piano. "Un po' apposta, sì."

Mi girai verso di lei. Lei mi guardò. Aveva quel tipo di espressione che aveva quando aspettava di vedere come reagivo. Come se stesse valutando qualcosa.

"E lui davvero ce l'aveva duro?" disse.

"Sì."

"Quanto?"

"Abbastanza da vedersi."

Lei inspirò piano. Poi disse: "E questo ti eccita."

Non era una domanda. Lo stava verificando, semmai. Portò una mano verso di me. Trovò la risposta che cercava.

Non aggiunse altro. Non era necessario. Una sega rapida, troppo rapida per colpa mia e del ricordo delle sensazioni della giornata.


Il mattino dopo facemmo colazione tardi, io avevo dormito poco e male e lei sembrava distante, persa nei suoi pensieri.

"Torniamo al porto?" disse a un certo punto.

"Per?"

"Per vedere se Nikos ha un'altra uscita oggi. O se è libero."

La guardai. "Libero per... noi?"

"Sì, solo noi."

Prendemmo il nostro quad e scendemmo al porto.

Lo trovammo al molo che riordinava la barca. Ci riconobbe subito. Serena gli sorrise. Lui le restituì il sorriso.

"Potremmo fare un'altra uscita?" disse Serena. "Solo noi due. Puoi portarci in una caletta? Una tranquilla, isolata."

Nikos la guardò un momento. Poi mi guardò. Poi tornò su di lei. Guardò l'orologio e poi annuì.

"Sì." disse. "Conosco il posto giusto."

Ci vollero quaranta minuti. La caletta era dietro una scogliera alta, bianca, il tipo di posto che non trovi se non lo conosci già. Nikos spense il motore e lanciò l'ancora. L'acqua era verde chiaro, trasparente fino in fondo.

Serena si tolse il bikini. Lo fece in modo del tutto naturale, prima il reggiseno poi il tanga, li appoggiò sul bordo e si tuffò. Dopo aver aspettato il giusto per farsi vedere ma non ammirare.

Rimasi un secondo immobile.

Poi mi tuffai anch'io.

L'acqua era fredda. Lei mi raggiunse quasi subito, nuotando. Ci avvicinammo. Mi prese la testa tra le mani e mi baciò, un bacio lungo. Le mie mani trovarono i fianchi. Cercò il mio costume, infilò una mano dentro. Mi trovò duro.

Si avvinghiò a me con le gambe. Io scalciavo per tenerci a galla entrambi. Si strusciò su di me per qualche minuto.

Poi si staccò un po'. Mi guardò. Aveva quel sorriso.

Non disse niente. Tornò verso la barca.

La guardai risalire dalla scaletta di poppa. Il culo nudo, l'acqua che scivolava giù, la scaletta metallica. Era una di quelle visioni che sai che ti ricorderai per un po'.

Nuotai piano per qualche minuto, la testa sott'acqua a guardare il fondo di roccia. Poi tornai su anch'io.

Salii sulla barca dalla stessa scaletta. Quando misi piede sul ponte la prima cosa che vidi fu Nikos. Era a prua, in piedi, il costume abbassato fino alle cosce. Serena era davanti a lui, inginocchiata sul telo, e gli stava facendo un pompino.

Stetti fermo due secondi.

Nikos mi guardò. Non si mosse. Serena non si girò.

Andai verso di lei. Mi inginocchiai dietro. Lei non disse niente, non si fermò. La presi per i fianchi e le leccai via l'acqua salata da attorno al buco del culo e dalle labbra della fica. Poi mi tirai su e la penetrai.

Rimase un momento immobile, poi ricominciò. Io stavo fermo a guardare la sua schiena, il collo, i capelli bagnati. Lei roteava il culo e ondeggiava il bacino, scopandosi da sola. Fuori c'era solo il rumore del mare.

Non so quanto passò. Forse dieci minuti, forse meno.

Poi sentii un motore.

Un rumore basso, che cresceva. Da dietro la scogliera.

Serena si fermò. Io mi fermai.

"Arriva qualcuno." dissi.

"Aspetta." disse lei. Non si mosse. Teneva in mano il cazzo di Nikos e il mio piantato nella fica.

Il gommone comparve dall'angolo della scogliera lentamente, come se stesse cercando qualcosa. Quattro ragazzi, pelle scura di sole, uno con una birra in mano.

Serena disse: "Continuiamo."

Lo disse piano, con calma, come se stesse decidendo cosa ordinare al ristorante.

Io e Nikos ci guardammo un'altra volta. Poi ricominciammo.

Il gommone rallentò. I quattro si accorsero di cosa stava succedendo sulla barca. Ci fu un momento di silenzio strano, poi uno di loro disse qualcosa in italiano. Poi un altro rise. Poi cominciarono i commenti, ad alta voce, sovrapposti, il tipo di cose che dicono i ragazzi italiani quando non si trattengono e credono di non essere compresi essendo all'estero.

Serena li sentiva e li apprezzava. Lo capivo da come aveva cambiato modo di scopare. Non scopava più come al solito, scopava come se fosse in un porno, scopava come se dovesse dare spettacolo e infatti lo stava dando.


Cenammo in un ristorante con i tavoli di fronte al mare, verso il tramonto. Serena aveva scelto il pesce, io il vino.

Stavamo tornando verso il parcheggio quando li vedemmo.

Erano in un vicolo stretto, seduti sui gradini di una casa, con delle birre. Quattro ragazzi. Gli stessi del gommone.

Ci riconobbero quasi subito. Uno rise. Un altro disse qualcosa all'altro, non abbastanza piano da non sentirlo.

Ci fermammo. Ci salutammo. Ci fu qualche secondo di imbarazzo e poi qualcuno disse una cosa e ridemmo tutti. Erano di Milano, in vacanza da cinque giorni. Si chiamavano con nomi che dimenticai quasi subito.

Commentarono lo spettacolo a cui avevano assistito quel mattino. Il momento in cui si erano accorti di cosa stavamo facendo sulla barca. Il momento in cui avevano capito che eravamo italiani e quindi che avevamo capito tutti i loro commenti, quando Serena urlò che potevano stare lì a guardare ma che dovevano mettere via quei cazzo di telefoni con cui volevano filmarci. Il momento in cui decisero quindi di godersi la visione e basta, sguainando i loro cazzi per masturbarsi in compagnia.

Parlarono soprattutto con Serena. Io la guardavo. Guardavo come li guardava.

La conoscevo abbastanza da capire che mentre parlava pensava ad altro.

Dopo qualche minuto ci salutammo e riprendemmo a camminare.

"So cosa stai pensando." dissi.

"Ah sì?" disse lei.

"Sì, dal modo in cui li guardavi."

Si girò verso di me. "Che modo?"

"Quello con cui guardavi anche Nikos."

Si avvicinò. Mi mise una mano piatta sullo stomaco, poi la fece scivolare giù lentamente. Si fermò sul bordo dei pantaloni. Mi guardò negli occhi.

Poi portò la mano più in basso.

Rimase lì un momento, in silenzio, a verificare.

"Anche io so cosa stai pensando. Lo sento." disse e si girò verso il vicolo da cui eravamo venuti.

La seguii.

"Fiero? In che senso?" "Sì, fiero. Sei bella. La gente ti guarda. Non posso farci niente."

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Analisi letteraria

Abbordaggio costruisce la propria tensione con la pazienza di chi conosce il valore dell'attesa. Il racconto si apre nella normalità quasi comica di una vacanza pianificata con cura maniacale, e da lì procede per gradi, seguendo una logica di escalation che non concede mai troppo in anticipo: ogni momento prepara il successivo senza svelarlo, ogni sguardo diventa premessa di qualcosa che ancora non ha nome.

Al centro c'è Serena, personaggio di rara coerenza per il genere: non è oggetto del desiderio ma soggetto che lo governa. L'esibizionismo che la caratterizza non è accidentale né ingenuo — è calcolato, rivendicato con disarmante semplicità, e costituisce il vero motore narrativo. Il narratore la segue più che guidarla, in uno spostamento di controllo che il testo registra senza enfatizzarlo, lasciando che emerga dai fatti.

Il tema dello sguardo attraversa tutto il racconto in più strati: c'è il voyeurismo attivo del narratore, c'è la complicità silenziosa con altri uomini — la scena con lo skipper sul ponte è uno dei momenti più riusciti, per economia e precisione — e c'è infine lo spettacolo consapevole offerto a estranei, dove esibizionismo e voyeurismo si specchiano l'uno nell'altro. La dinamica erotica di coppia si espande progressivamente verso il fuori, senza che il legame venga mai messo in discussione.

Psicologicamente, il racconto guadagna spessore nel dialogo notturno in albergo: gelosia e orgoglio coesistono nell'autoanalisi del narratore con una franchezza che evita sia il dramma sia la rimozione. È quella conversazione — non le scene più esplicite — il cuore del testo. Il resto è conseguenza.

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