Il sole era già alto quando Marta uscì sul terrazzo con il caffè in mano.
Laura e Silvia erano già lì, sedute, entrambe con gli occhiali da sole. Non parlavano. Sembrava esserci tensione.
Marta si sedette, posò la tazzina, si sistemò il pareo. Guardò il mare. Sorrise.
"Buongiorno." disse.
"Buongiorno." risposero le altre due, quasi all'unisono, freddamente.
Silenzio.
Marta bevve un sorso di caffè. Il mare era piatto, di un blu assurdo. Un gabbiano passò lento.
"Allora?" disse Laura.
"Come è andata?" chiese Silvia.
Marta appoggiò la tazzina. Si voltò verso di loro. Aveva un viso che non appariva riposato, sembrava quello di qualcuno che aveva dormito poco, eppure sembrava anche rilassato, soddisfatto.
"Bene." disse.
Laura abbassò gli occhiali. La guardò.
"Bene come?"
"Bene bene." disse Marta. E sorrise di nuovo.
Silvia incrociò le braccia. Guardò il mare. Poi guardò Laura. Laura scosse la testa appena.
"Stronza." disse Silvia, ma senza vera cattiveria.
"Perché?" disse Marta.
"Perché io ho dormito tre ore e mezzo." disse Laura.
"Anche io." disse Silvia. "Di cui un'ora l'ho passata a fissare il soffitto."
Marta le guardò entrambe.
"Ah. Beh, anche io ho dormito poco... però... non era quello che speravamo?" disse.
"Dipende. C'è dormire poco e dormire poco." disse Laura.
"Già." aggiunse Silvia.
Silenzio.
"Il mio..." disse Silvia, e si fermò. Sospirò. "Il mio è venuto tipo in sette minuti."
"Sette?" disse Marta.
"Forse otto. Arrotondando per eccesso."
Laura rise. Una risata secca, amara, ma vera.
"Il mio no, almeno. Il mio ha resistito di più. Purtroppo, però." disse. Pausa. "Nel senso che ha provato a fare duecento cose diverse, nessuna delle quali funzionava, per venti minuti. Poi è venuto."
"Venti minuti è comunque meglio di sette." disse Silvia.
"Non se passi quei venti minuti a chiederti cosa sta cercando di fare."
Marta le guardava. Cercava di trattenere qualcosa. Non ci riuscì del tutto. Si morse un labbro.
"Non ridere." disse Laura.
"Non rido."
"Stai ridendo."
"Sto sorridendo. È diverso."
Silvia si tolse gli occhiali. Li posò sul tavolino. Si girò verso Marta con tutta la calma di chi ha dormito tre ore e mezza.
"Raccontaci."
"Cosa vuoi che ti racconti?"
"Tutto. Come si chiamava il tuo?"
"Álvaro."
"Álvaro." ripeté Silvia forzando l'accento spagnolo.
"Álvaro." disse anche Laura. Con meno entusiasmo. "Quello tranquillo."
"Sì."
"Quello che stava in disparte mentre gli altri due facevano i coglioni con il cocktail shaker."
"Già."
"Quello che ha detto tipo quattro parole in tutta la serata."
"Ha parlato di più dopo, quando eravamo soli." disse Marta.
Laura si appoggiò allo schienale della sedia.
"È una regola..." disse. "Quelli che parlano poco... poi..."
"Evidentemente..." disse Marta.
Silenzio. Il mare. Il gabbiano era tornato, o forse era un altro.
"E quindi?" disse Silvia.
"E quindi è stato bello." disse Marta. Semplicemente. Senza enfasi.
"Quanto bello?"
Marta ci pensò un secondo. "Molto bello."
"Quanto hai dormito?"
"Poco."
"Però sei rilassata."
"Molto."
Silvia rimise gli occhiali. "Odio la tua faccia."
Marta rise. Questa volta rise davvero.
"Mi dispiace per voi due, però."
"No che non ti dispiace." disse Laura.
"Un po' mi dispiace."
"Però sei contenta."
"Sì."
Laura si alzò, andò verso il bordo del terrazzo. Guardò il mare. Si grattò la nuca.
"Il mio." disse. "Ha provato a leccarmi. Per circa trenta secondi. Come se stesse leccando un francobollo."
Silvia scoppiò a ridere.
"Il mio non ci ha neanche provato." disse.
"Zero?"
"Zero. Dritto al dunque. E il dunque è durato come ti ho detto."
Laura tornò al tavolo. Si sedette.
"I porno." disse. "Guardano tutti i porno e pensano di sapere cosa fare."
"I porno sbagliati, oltretutto."
"Il mio." disse Laura. "A un certo punto mi ha girata. Mi ha messa in una posizione che ho fatto una fatica bestia a capire cosa volesse ottenere."
"E cosa voleva ottenere?"
"Non lo so. Non l'ha ottenuto comunque."
Marta bevve un altro sorso di caffè.
"Álvaro ha cominciato piano." disse. Non lo aveva detto per vantarsi. Lo aveva detto perché le avevano fatto la domanda. "Ha preso tempo. Non aveva fretta."
Laura la guardò.
"Piano come."
"Piano piano. Prima ha parlato un po'. Poco. Poi ha smesso di parlare. Poi ha cominciato con le mani. Con calma."
"Con calma... Mmh." ripeté Silvia piano.
"E poi?"
"E poi ha fatto quello che doveva fare. Senza fretta. Come se non ci fosse nient'altro nel mondo."
Silenzio.
"Quanto è durata?" disse Laura.
Marta ci pensò.
"Molto." disse. "Fino alle quattro circa. Con pause."
"Pause. Le cazzo di pause." disse Silvia. Il tono era quello di chi si fa raccontare di un posto esotico in cui non andrà mai.
"Pause in cui si parlava. Si beveva dell'acqua. E poi si ricominciava."
Laura si alzò di nuovo. Questa volta andò in cucina, tornò con la caffettiera, riempì la sua tazza e quella di Silvia. Non disse niente.
"Quindi che facciamo?" disse Marta. "Io lo rivedo stanotte."
Silvia alzò la testa.
"Scusa?"
"Lo rivedo stanotte. Gli scrivo oggi."
Laura rimise giù la caffettiera. "E noi nel mentre cosa facciamo?"
"Fate quello che volete." disse Marta.
"Grazie."
"Potete venire anche voi."
"Con i rispettivi disastri?" disse Silvia.
"Anche no." disse Marta.
Laura la guardò. "Che significa anche no?"
Marta aprì le mani sul tavolo. "Significa che possiamo dire agli altri due di lasciar perdere."
"E come glielo diciamo?"
"Non lo so. In mille modi. Siamo in vacanza. Non dobbiamo niente a nessuno."
Silvia bevve il caffè. Lo posò. "Io non ho nessuna intenzione di dargli un'altra possibilità."
"Nessuna?" disse Marta.
"Nessuna."
"Neanche per curiosità."
"La curiosità l'ho già soddisfatta ieri sera. Con scarsi risultati."
Laura annuì. "Concordo."
"Allora lasciate perdere." disse Marta. "Dite che non vi sentite bene. Dite quello che volete."
"E tu vai da Álvaro?"
"Sì."
Silvia tamburellò le dita sul tavolo. Guardò Laura. Laura guardò Silvia.
"Da sola?" disse Laura.
"Da sola." confermò Marta.
"E gli altri due?" disse Silvia.
"Gli altri due si arrangiano."
"Però." disse Laura. "Se tu chiami Álvaro gli altri due vorranno venire con noi e se noi diamo buca agli altri due anche Álvaro probabilmente non viene."
Marta non aveva pensato a questo. Ci pensò in quel momento.
"Forse."
"Forse? Certamente. Cameratismo maschile. Lui dagli altri non si stacca." disse Silvia.
Silenzio. Il sole saliva. Cominciava a fare caldo sul terrazzo. Nessuna delle tre si mosse.
"Potete dargli un'altra possibilità." disse Marta.
"No." disse Laura.
"No." disse Silvia.
"Una sola notte. Magari stavolta..."
"No." dissero entrambe insieme.
Marta sospirò. Guardò il mare.
"E allora." disse piano. Poi si fermò. "E allora me li prendo tutti e tre io."
Silenzio totale.
Il gabbiano passò di nuovo. O era un terzo gabbiano.
Laura si tolse gli occhiali da sole. Guardò Marta.
"Cosa hai detto?"
"Ho detto che me li prendo tutti e tre."
"Tutti e tre?" ripeté Silvia. Come se stesse verificando di aver capito bene una parola straniera.
"Sì. Voi dite ai vostri che siete stufe, fate quello che volete. Io li invito tutti e tre. Nel senso che Álvaro viene sicuramente. Gli altri due vengono e male che vada stanno sul divano a guardare un film. Oppure danno una mano." disse Marta. "Se riescono."
"Sono capaci di rovinare tutto, eh, quei due. Ti avviso. Per quanto possa essere bravo il tuo caro Álvaro."
Silenzio.
Laura rimise gli occhiali. Si alzò. Andò al bordo del terrazzo. Rimase lì a guardare il mare per un momento.
"Marta..." disse.
"Sì?"
"Sei una gran troia."
"Lo so."
"Detto con affetto."
"Lo so anche quello."
Silvia rise. Una risata breve, poi più lunga.
"Ti invidio." disse.
"Lo so."
"No ma davvero." disse Silvia. "Ti invidio proprio. Quello bravo lo hai pescato tu."
"Sì."
"Noi ci siamo prese le versioni scadenti e tu ti sei presa l'originale."
"Succede."
"E adesso." disse Laura dal bordo del terrazzo. "Adesso ti porti a casa anche gli scarti."
"Non chiamarli scarti."
"Come li chiamo?"
Marta ci pensò.
"Potenziale inespresso."
Laura si girò verso di lei. La guardò. Poi rise. Una risata vera, lunga, la prima della mattina.
Anche Silvia rise.
Anche Marta rise.
Risero tutte e tre per un po', senza una ragione precisa, o forse con tutte le ragioni del mondo, e il mare continuava a stare lì piatto e blu, e il sole saliva ancora.
Álvaro era già al bar della piscina quando arrivarono gli altri due.
Javier si sedette di botto sulla sedia di plastica bianca. Tirò su gli occhiali da sole. Aveva il sorriso di chi ha dormito quattro ore e non se ne pente.
"Amico." disse facendo un cenno con la mano.
Rubén arrivò subito dopo. Si sedette. Chiamò il cameriere con un gesto. Ordinò tre birre senza chiedere agli altri.
Álvaro aveva davanti un succo d'arancia. Lo stava finendo lentamente.
"Allora?" disse Rubén.
"Allora?" disse Javier.
Si guardarono. Poi guardarono Álvaro.
"Tu." disse Diego.
Álvaro alzò le spalle.
"Come è andata?" disse Rubén.
"Bene." disse Álvaro.
"Bene?" ripeté Javier. "Bene come."
"Bene."
Le birre arrivarono. Rubén ne prese una. Bevve.
"Io." disse puntandosi il dito al petto. "Tutta la notte."
Javier annuì. "Anche io."
Álvaro li guardò.
"Quella mia." disse Rubén. "Una cosa seria. Sapeva il fatto suo."
"Come si chiamava?" disse Diego.
"Silvia."
"La mora?"
"Sì."
Javier annuì rispettoso. "La mia era Laura. Quella con i capelli corti."
"Quella bionda."
"Sì. Anche lei una roba seria."
Álvaro bevve un sorso di birra.
"Milf." disse Javier. Soddisfatto. Come se stesse descrivendo qualcosa di classificato e raro.
"Cougar." disse Rubén.
"Milf è diverso da cougar." disse Javier.
"Come diverso?"
"Cougar è quella che va a caccia del ragazzo giovane. Milf è solo una donna matura che è..."
"Lo so cos'è una milf, Javier."
"Allora sai che non è la stessa cosa."
"Qui erano tutte e tre cougar." disse Rubén. "Ci hanno adescato loro."
"Ci siamo fatti adescare." disse Javier. "Non è la stessa cosa."
"Sì che lo è."
"No."
Álvaro posò la birra.
"La classificazione non cambia la sostanza." disse.
Javier e Rubén lo guardarono.
"La sostanza?" disse Javier.
"Sì."
"La sostanza è che abbiamo scopato tre donne di quarant'anni." disse Rubén. "E siamo qui a bere birra."
"Esatto." disse Álvaro.
Pausa.
"La tua." disse Rubén ad Álvaro. "Come si chiamava?"
"Marta."
"Quella con quel culo..." fece un gesto da chi sta gustando una prelibatezza.
"Quella con gli occhi chiari."
"Sì."
"Bella donna." disse Rubén.
"Sì." disse Álvaro.
Javier tamburellò le dita sul tavolino. Guardò il mare. C'era una barca a vela lenta sull'orizzonte.
"Secondo me ci richiamano." disse.
"Sicuro." disse Rubén.
Álvaro non disse niente.
"Tu che dici." disse Javier ad Álvaro.
"Non lo so."
"Come non lo sai? Non l'hai fatta godere?"
"Sì."
"Allora ti richiama."
Álvaro bevve. "Forse."
"Certo che ti richiama." disse Rubén. "Ci richiamano tutte e tre. Queste cose si capiscono. Hanno troppa voglia di cazzo, si capiva subito."
Álvaro guardò il mare. La barca a vela era sparita dietro un promontorio.
"Speriamo." disse.
Javier lo guardò di lato. Poi guardò Rubén. Rubén alzò un sopracciglio appena.
"Álvaro?" disse Diego.
"Sì?"
"Ti è piaciuta?"
"Sì."
"Quanto ti è piaciuta?"
Álvaro ci pensò. "Molto."
Javier annuì lento. Come se stesse elaborando un'informazione complessa.
"E allora smettila con il forse e lo speriamo." disse. "Ti richiama."
"Può darsi."
"Ti richiama." disse Rubén. "E ci richiamano anche le altre due."
Pausa.
"Se ci richiamano." disse Javier. "Secondo me cambiamo."
Rubén lo guardò. "Cambiamo cosa?"
"Gli abbinamenti. Io provo con quella di Álvaro e Álvaro prova con una delle altre due."
Álvaro si voltò verso di lui.
"No." disse.
Javier aprì le mani. "Perché no?"
"No." ripeté Álvaro. Senza alzare la voce.
"Non sei curioso?"
"No."
"Rubén, tu che dici?"
Rubén bevve. "Anche io cambierei."
"Voi fate quello che volete." disse Álvaro. "Io no."
Javier lo guardò. Poi guardò Rubén.
"Ma guarda questo..." disse Javier. Quasi con ammirazione.
"Cosa?" disse Álvaro.
"Ti sei innamorato."
"No."
"Sì invece. L'hai guardata tutta la sera in discoteca come un cretino e adesso non vuoi cambiarla."
"Ho passato la notte con lei." disse Álvaro. "È diverso."
"Tutti abbiamo passato la notte con una di loro."
"Lo so."
"E allora?"
"E allora io voglio rivedere lei."
Silenzio.
Rubén posò la birra. Si passò una mano sulla nuca. Guardò il mare.
"In realtà." disse. "Anch'io forse non cambierei."
Javier si girò verso di lui.
"Anche tu?"
"Silvia era brava." disse Rubén. Con una certa semplicità.
"Anche Laura era brava." disse Javier.
"Non ho detto il contrario."
"E allora?"
"E allora non cambierei lo stesso."
Javier alzò le mani. "Fate come cazzo volete. Se preferite una figa sola tenetevi una figa sola."
Álvaro bevve.
"Speriamo che ci richiamino." disse Javier alla fine. Con meno entusiasmo di prima, ma lo disse.
"Sì." disse Rubén.
Álvaro guardò il telefono. Non c'era niente ancora. Lo rimise in tasca.
"Sì." disse.
Il sole picchiava sulla plastica bianca delle sedie. Un bambino urlò qualcosa in tedesco a bordo piscina. Il cameriere passò con un vassoio pieno.
Álvaro finì la birra. Guardò verso il bar, verso la strada, verso il niente.
Pensò a Marta.
Pensò ai momenti di pausa. Al suo corpo nudo. Alle quattro del mattino con la finestra aperta e l'aria che entrava tiepida e lei che parlava di una cosa di cui non ricordava già più, ma ricordava la voce. Ricordava la voce benissimo.
Sperava che gli scrivesse.
"Potenziale inespresso." — Laura si girò verso di lei. La guardò. Poi rise. Una risata vera, lunga, la prima della mattina.


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