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Ebook Analcoholic

Tutto il resto sono conversazioni noiose

22 ottobre 2026 • 59 minuti di lettura

Narratore femminile - Contenuto: coppie, sesso di gruppo, dominazione, esibizionismo, LGBTQ+

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Capitolo 1 di 25

Conversazioni noiose

La serata andava avanti da quasi due ore e io avevo già esaurito da un pezzo le risorse mentali che dedico alle conversazioni che non mi interessano. Stavano parlando di qualcosa che riguardava un fondo d'investimento. O forse era una questione urbanistica. Avevo perso il filo abbastanza in fretta e da lì in poi avevo sorriso e annuito con una cadenza che speravo sembrasse plausibile.

Mio marito Gabriele aveva invitato otto persone. Quattro coppie. Gente che conosceva per lavoro, o che frequentava gli stessi ambienti, o entrambe le cose. Gente che io conoscevo poco o quasi per niente e che avevo incontrato al massimo tre o quattro volte in occasioni simili. Occasioni in cui la dinamica è sempre la stessa: lui parla di cose che non mi riguardano, io sorrido, bevo il vino, e aspetto che finisca.

Quella sera però c'era una variabile.

Di fronte a me era seduto un uomo. Si chiamava Bruno. La moglie era seduta al suo fianco, si chiamava Lucrezia o Ludovica, non ricordavo, e parlava molto più di lui. Lui ogni tanto annuiva, come facevo io. Era la moglie quella dell'ambiente. Eravamo entrambi lì a sopravvivere alla serata.

Era alto, capelli scuri con qualche grigio sulle tempie, un tipo a cui la quarantina stava bene. Non avevo pensato nulla di particolare su di lui per tutta la prima parte della cena. Lo avevo visto ma non guardato. Lo avevo notato ma non mi ero concentrata su di lui, troppo impegnata a gestire la situazione da padrona di casa nel suo complesso.

Poi avevo urtato con un piede la sua gamba.

Una cosa del tutto involontaria. Mi ero spostata sulla sedia e il piede, con la decolleté Casadei nera che portavo quella sera, aveva trovato la sua gamba sotto il tavolo. Lui aveva alzato gli occhi dal piatto. Io avevo alzato i miei. Ci eravamo guardati per un secondo.

In quel secondo avevo sentito un brivido.

Non so come spiegarlo meglio. Una serata noiosa, il vino, la stanchezza di sorridere a gente che conosco poco, e poi quel brivido stupido e inaspettato. Il tipo di brivido ai limiti della mia parte cosciente ma che conoscendomi so che non va ignorato.

Avevo abbassato gli occhi sul piatto.

Avevo aspettato trenta secondi. Forse un minuto. Poi avevo rifatto la stessa cosa, stavolta lentamente e deliberatamente, sfiorando la sua gamba con il bordo della scarpa. Un tocco leggero ma inequivocabile. Volontario, e dal modo in cui lo facevo avrebbe dovuto capirlo.

Lui questa volta non aveva sollevato lo sguardo di scatto. Lo aveva alzato con calma, come chi ha capito cosa stava succedendo e si stava prendendo un momento per decidere come reagire. Mi aveva guardata. Un'espressione interrogativa, leggera, quasi divertita. Come a dire: sto capendo bene?

Anch'io lo avevo guardato. Non avevo detto niente, ovviamente. C'erano altre otto persone al tavolo.

Avevo continuato a mangiare.

Poi lo avevo toccato di nuovo. Il piede questa volta si era appoggiato contro la sua gamba con più intenzione, non un sfioramento ma una pressione. Stavo usando la punta della scarpa per risalire leggermente lungo il polpaccio. Lui aveva preso il bicchiere di vino e aveva bevuto un sorso. Nessuna espressione particolare in faccia. Poi mi aveva guardata e aveva sorriso, appena, un millimetro di sorriso che non avrebbe notato nessuno tranne me.

Ecco. Così avevo capito che il gioco mi tornava indietro.

Da quel punto in poi la cena era diventata di colpo meno noiosa. Facevamo tutti e due la stessa cosa: guardare gli altri, annuire, sembrare presenti, e intanto scambiarci sguardi brevissimi e calibratissimi, con il piede mio che continuava a muoversi contro la sua gamba. Lui non si era mai mosso. Era rimasto fermo, composto, con quella faccia da persona che sta ascoltando un discorso interessante, e invece stava gestendo una situazione che dalla normalità si stava allontanando in modo abbastanza netto.

Sua moglie parlava di qualcosa. Mio marito rispondeva.

Noi due stavamo giocando sotto al tavolo come ragazzini e mi sembrava una cosa assurda e allo stesso tempo piacevolissima.