Quell'anno avevo compiuto cinquant'anni, avevo aperto una gioielleria da quattordici e avevo deciso che volevo concentrare le energie su ciò che mi faceva stare bene.
Ad esempio Matteo, che aveva trent'anni.
L'avevo conosciuto in palestra sei mesi prima. Lui si allenava con pesi seri, io facevo le mie cose cercando di non sfigurare troppo. Ci eravamo visti, rivisti, e poi una sera lui aveva proposto di bere qualcosa. Avevo detto sì sapendo già dove sarebbe finita. Ci tengo a dire che sapevo anche che era una cosa senza futuro e che non mi importava. Anzi. Era esattamente quello che volevo.
Era un martedì mattina quando sentii il campanellino della porta della gioielleria.
Ero dietro al banco con Simona, la mia commessa da otto anni. Alzai gli occhi e lo vidi entrare. Matteo. Nel mio negozio, dove non era mai stato.
Mi fece un cenno di saluto quasi formale. Come se non lo conoscessi.
"Buongiorno" disse.
"Buongiorno" risposi io, con la stessa faccia che avrei fatto con chiunque. Dentro mi chiedevo cosa diavolo ci facesse lì.
"Stavo cercando un anello. Un anello di fidanzamento."
Silenzio. Un secondo, forse due.
"Certo" dissi. "Si accomodi, le faccio vedere qualcosa."
Simona mi guardò di sbieco, come faceva sempre quando non capiva qualcosa. Di solito lasciavo a lei queste incombenze, i nuovi clienti sconosciuti, quelli che non davano l'idea che avrebbero fatto grosse spese. Stava entrando un altro cliente, le feci cenno di andare da lui.
"Un anello di fidanzamento" ripetei, sottovoce.
"Sì."
"Stai per sposarti."
"Così pare."
Lo guardai. Era serio. Non aveva quella faccia da ragazzino che faceva quando lo stuzzicavo. Aveva una faccia normale, quasi adulta. Mi disturbò un po'.
"E cambierà qualcosa, tra noi?"
Ci pensò un momento. "Da sposato dovrò essere più fedele."
"Dovrò."
"Sì, dovrò. Ma non lo sono ancora."
Era una risposta onesta. Apprezzai. Tirai fuori il vassoio con gli anelli per lei, quelli più venduti, fascia media, oro bianco e diamanti. Gli mostrai i modelli uno per uno.
"Che mano ha, la tua fidanzata?"
"Come la tua."
Alzai lo sguardo.
"Davvero." disse. "Le ho confrontate, ci ho fatto caso. Apposta per questo."
"Complimenti." pensai a come poteva averle confrontate, in riferimento a cosa.
"Pensavo che potevi indossarli tu, così vedo come stanno."
Simona era dall'altra parte del negozio. Il cliente stava guardando una collana. Mi infilai il primo anello. Oro bianco, solitario con diamante centrale, classico, ineccepibile. Alzai la mano.
"Questo tipo è il classico, il più venduto." dissi.
"Bello. Fammene vedere un altro."
Ne provai tre o quattro. Lui guardava attento, più attento di quanto mi aspettassi. Si era fermato su due modelli. Uno solitario classico e uno con diamanti laterali, un po' più elaborato.
"Non riesco a scegliere." disse.
"Capisco."
"Ho bisogno di vederli meglio."
"Meglio di così?"
Mi guardò. "Ho bisogno di vedere come stanno in una mano che stringe qualcosa."
Ci misi un secondo. Poi capii.
Avrei dovuto mandarlo fuori dal negozio. Avrei dovuto dirgli di tornare con la fidanzata, o con una foto della fidanzata, o con qualsiasi altra cosa che non fossi io. Invece mi ritrovai a guardare Simona, che aveva accompagnato il cliente alla cassa, e dissi: "Simona, accompagno questo signore nella saletta. Se hai bisogno chiama."
Simona mi guardò. Poi guardò Matteo. Non aveva proprio l'aria del cliente da saletta. Poi tornò a guardarmi. "Ok."
La saletta era sul retro. La usavo per i clienti importanti, quelli che volevano stare tranquilli, quelli con ordini grandi. C'era un tavolinetto, tre poltroncine, una lampada. Nient'altro.
Chiusi la porta.
"Non ci posso credere che sei venuto qui." dissi.
"Neanche io." Ma rideva un po'.
Mi rimisi il primo anello. Mi avvicinai, lui era seduto sulla poltrona. Mi chinai verso di lui, gli slacciai i pantaloni e tirai fuori il cazzo. Era già duro, ovviamente.
"Sei un idiota." gli dissi.
"Probabilmente."
Cominciai lentamente. Mi stava guardando in faccia ma doveva guardare la mano, non me. Gli feci un cenno e lui cominciò a guardare la mano, l'anello che scintillava alla luce, i movimenti lenti su e giù. In silenzio. Respiro un po' affannato. Anche da parte mia.
"La tua fidanzata lo fa?"
"No."
"No come no?"
"No, non così."
"Come lo fa?"
"In fretta. Come se dovesse finire."
"Capisco."
Continuai. Lui teneva le mani sulle ginocchia, non si muoveva. Mi piaceva quando stava fermo così. Mi cambiò l'anello con l'altro modello, quello con i diamanti laterali, me lo infilò lui stesso con cura. Poi tornò nella sua posizione.
"Questo." disse.
"Quale?"
"Questo è più bello. Sulla tua mano."
"Non è la mia mano, quella che avrai."
Abbassai la testa e lo presi in bocca. Sentii la sua mano appoggiarsi sui miei capelli, leggera, senza spingere.
Ero un po' scomoda, piegata in quel modo. Lo capì e si alzò in piedi, per facilitarmi il pompino e forse anche quello che quasi sempre gli facevo quando avevo il suo cazzo in bocca. Conoscevo le sue preferenze.
Gli abbassai un po' i pantaloni, anche dietro, e poi con la mano cercai il posto giusto, gli infilai il dito con l'anello. L'anulare era una novità. Non viene naturale. Lui sobbalzò. Venne quasi subito, cercando di fare poco rumore.
Rimasi ferma un momento. Deglutii il più possibile. Poi mi alzai, presi il fazzoletto di carta dal cassetto laterale, mi sistemai e controllai di non aver lasciato tracce in giro.
"Allora?" dissi. "Hai scelto?"
Mi guardò mentre si riassettava. "Vanno bene entrambi."
"Dai su, Matteo."
"Davvero. Scegli tu, hai più gusto."
"Prendi quello con i diamanti laterali" dissi. "È più originale e più portabile nel tempo."
"Ok."
"Ok."
Uscimmo dalla saletta. Simona era al banco e non alzò gli occhi. La discrezione è una qualità per una commessa di gioielleria.
Passarono quattro mesi.
Poi una mattina entrarono insieme.
Lui e una ragazza. Giovane, sui venticinque. Carina, capelli scuri, un viso che non mi aspettavo. Lui mi guardò appena entrato, uno sguardo veloce. Poi si avvicinò al banco come se non mi conoscesse.
"Buongiorno. Dobbiamo scegliere le fedi."
"Buongiorno. Certo, accomodatevi."
Mi rivolsi a lei. "Congratulazioni."
"Grazie mille." Sorrise. Era una ragazza normale, gentile, senza niente di particolare. Quella sua serenità mi fece sentire in colpa. Non abbastanza da odiarla.
Tirai fuori i vassoi. Spiegai i materiali, i tagli, le differenze di spessore. Lei faceva domande intelligenti, di chi si era già fatta delle idee prima di venire. Lui annuiva, quasi indifferente. Ogni tanto i nostri sguardi si incrociavano per mezzo secondo e poi tornavamo ai nostri ruoli.
Era una situazione strana. Non nel senso che mi pesava, era strana in modo quasi divertente. Stavo spiegando alla futura moglie del mio amante le qualità dell'oro diciotto carati. Lei stava ascoltando seria. Lui guardava il vassoio con una concentrazione che si capiva fosse finta.
Alla fine scelsero. O meglio lei scelse. Oro bianco, lisce, classiche. Presi le misure.
"Posso ripassare quando sono pronte?" chiese lui.
"Certo. Tre settimane, più o meno. Vi chiamo io."
Si alzarono. Lei mi strinse la mano. "Grazie, è stata gentilissima."
"Prego. Buona fortuna."
Uscirono. Simona aspettò che la porta si chiudesse.
"Erano già nostri clienti?" chiese.
"Sì" dissi. "Era venuto lui qualche mese fa."
Non aggiunse niente.
Lo chiamai quando le fedi erano pronte.
Venne da solo, come speravo. Era un pomeriggio tranquillo, Simona era uscita a fare una consegna.
"Sono nella loro confezione." dissi. "Vuoi provare la tua?"
"Sì, voglio vedere se la misura è giusta."
Andammo nella saletta. Lui prese prima quella della futura moglie, aspettò che gli porgessi la mano e me la infilò. Mentirei se dicessi che non provai un leggero brivido a quel gesto. Mi stava perfetta.
Lui tirò fuori la sua e se la infilò. La guardò. "Un po' stretta."
Cercò di sfilarla. Non veniva.
"Aspetta." dissi.
Gli presi la mano, mi misi il dito in bocca. Lentamente. Lo bagnai bene con la lingua, lavorandoci sopra con cura, guardandolo mentre lo facevo. Con l'altra mano, quella con l'altra fede, gli presi il cazzo attraverso i pantaloni.
Lui sospirò.
"Meglio?"
"Molto meglio."
La fede scivolò via senza problemi. La appoggiai sul tavolo. Lui aveva già le mani sulla mia vita.
Mi girò. La braccia appoggiate contro il bordo del tavolino. Mi alzò la gonna, mi abbassò le mutande con una certa urgenza che non aveva di solito. Di solito era più lento. Forse era nervoso.
Entrò subito, senza nessuna preparazione. Ma in quel contesto mi piacque. Tenni gli occhi aperti e guardai la mia mano sul tavolo, la fede che scintillava sotto la lampada. Istintivamente con l'altra mano presi la sua fede, per evitare che cadesse a causa dei movimenti del tavolino.
Nella mia testa mi venne l'immagine della mia fica, come fosse un anello, e del suo cazzo, come fosse un dito. Come mi riempiva bene il suo cazzo.
Fu veloce e intenso e non ci parlammo quasi.
Quando finì rimasi appoggiata al tavolo un momento. La mano sulla fica, per evitare che qualcosa di troppo colasse fuori. La mano con la fede. Avrei dovuto ripulirla per bene.
Lui si stava sistemando.
"È l'ultima volta?" chiesi.
Ci pensò. "Forse sì. Almeno per un po'. Devo provare a restare fedele."
"Giusto."
"Mi dispiace."
Raccolsi le fedi dal tavolo. "Aspetta che te le pulisco. La misura va bene. Per entrambe."
"Grazie."
"Aspettami di là."
Uscì. Rimasi nella saletta ancora un minuto. Poi tornai al banco.
Il matrimonio era un sabato di giugno.
Lui mi aveva detto la data, non il posto. Il posto me lo ero trovata da sola, non era stato difficile. Una villa fuori città, cerimonia civile nel pomeriggio, ricevimento la sera.
Arrivai quando era già buio e il ricevimento era in pieno svolgimento. Parcheggiai lontano, entrai come se fossi un'ospite qualsiasi. Nessuno mi chiese niente, c'erano duecento persone. Mi versai un bicchiere di prosecco da un tavolo laterale e aspettai.
Lo vidi dopo dieci minuti. Stava parlando con un gruppo di amici, rideva. Sembrava felice. Quando alzò gli occhi e mi vide smise di ridere per un attimo.
Si avvicinò. Aveva la giacca dello sposo, la fede nuova al dito. Sembrava diverso, più adulto.
"Cosa ci fai qui?" disse. Sottovoce ma deciso. L'espressione allegra non collimava con il tono.
"Volevo vedere come stavano le fedi."
"Non fare la spiritosa."
"Ok. Sono venuta a vedere se la tua fedeltà era già iniziata o se facevo ancora in tempo."
Mi guardò. Guardò in giro. "Che stronza. È già iniziata."
"Peccato."
"Sì."
Lo lasciai lì e salii al primo piano. Controllai che stesse guardando dove andavo. Avevo già fatto un giro esplorativo prima. C'era un bagno in fondo al corridoio, porta bianca, nessuno ci andava perché gli ospiti usavano quelli vicino alla sala. Entrai. Lasciai la porta leggermente accostata.
Aspettai.
Passarono forse sei, sette minuti. Poi sentii passi nel corridoio. La porta si aprì.
"Sono venuto solo per vedere se eri davvero qui" disse.
"Sono davvero qui."
Ero seduta sul bordo del lavandino. Mi alzai la gonna. Sotto non avevo niente. Lui rimase fermo sulla soglia.
"Se mi vuoi..." dissi.
"Dovresti andartene."
"Probabilmente."
Fece un passo avanti. Si avvicinò. Allungò la mano destra, quella senza anello.
"L'altra." dissi.
Si fermò. Abbassò gli occhi sulla mano sinistra. La fede era lì, nuova, lucida. Alzò lo sguardo su di me.
"L'altra." ripetei.
Portò la mano sinistra tra le mie gambe. Le dita entrarono lentamente, l'anello scivolò dentro insieme alle dita e sentii il metallo fresco contro la parete interna. Chiusi gli occhi un secondo.
"La tua mogliettina è così troia?"
"No."
"Ti dà il culo?"
Una pausa. "Non ancora. Forse questa sera ci provo."
"O forse no."
Mi girò prima che finissi la frase. Capì da solo.
"Vattene." Lo disse con poca convinzione.
"Non hai ancora scopato da sposato. Non hai ancora iniziato il periodo di fedeltà." dissi. "Sei ancora in tempo per farlo un'ultima volta con me."
Mi scopò in fretta e con una eccitazione amplificata dal terrore. Da bravo adultero che si carica con quel brivido, invece di smontarsi. Poi si sfilò e mi guardò per un attimo il culo, incerto sul da farsi. Appoggiò il cazzo ma esitò. Dentro di lui il cervello elaborava possibili problematiche pratiche. Non aveva ancora bevuto troppo.
"Sono pulita. Come sempre. Se è quello che ti preoccupa."
Era quello. Si spinse dentro di me. Quanto mi piaceva la fatica che faceva ogni volta ad entrare e la soddisfazione di sentire quanto si adattava in fretta.
"Puoi dire di averlo avuto il culo, la prima sera da sposato." lo provocai.
"Quanto cazzo mi stai facendo rischiare..." si lamentò lui prima di venire con un grugnito spruzzandomi dentro.
Si raddrizzò in fretta. Aprì il rubinetto, si lavò le mani. Una volta. Due. Tre. Annusò le dita.
"Non va via" disse.
"È il sapone scadente dei bagni pubblici."
"Devo scendere."
"Lo so."
Aprì la porta e sparì nel corridoio. Rimasi ad ascoltare i passi che si allontanavano. Poi mi sistemai, mi guardai allo specchio, mi ritoccai il rossetto.
Scesi da una scala laterale e uscii senza che nessuno mi vedesse. Nemmeno lei, che comunque non mi avrebbe riconosciuta.
Guidai verso casa nel buio e pensai che era stata una serata riuscita. Quel piacevole fastidio a livello dell'ano ne era la prova.
Passarono tre settimane.
Il campanellino della porta. Lo vidi entrare. Abito da lavoro, aria normale.
"Buongiorno."
"Buongiorno," risposi.
"La fede è un po' stretta. Andrebbe allargata un po'."
Lo guardai. "Certo, ci guardiamo, vediamo se possiamo farglielo subito."
Simona alzò gli occhi dal registro. "Me ne occupo io, se vuole." Era lei a fare questi piccoli interventi, di solito.
"No" dissi. "Lo faccio io, non ti preoccupare."
Simona stava per dire qualcosa ma poi annuì. "Certo."
Credo avesse capito perché senza aggiungere altro sparì nel retro.
"È venuto solo per la fede?" chiesi continuando la recita senza spettatori.
Matteo mi guardò. "No."
"Ottimo."
Sollevai il pannello del banco, feci un cenno verso la saletta. Lui mi seguì. Chiusi la porta.
La fede non venne sistemata. Era imperfetta e continuò ad esserlo. Esattamente come la sua fedeltà.
"Nella mia testa mi venne l'immagine della mia fica, come fosse un anello, e del suo cazzo, come fosse un dito. Come mi riempiva bene il suo cazzo."


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