La mostra era in un palazzo del centro appena ristrutturato apposta per eventi di quel genere. Quella sera c'era l'inaugurazione e un ricevimento a buffet con vino bianco. Tanta gente, autorità e istituzioni, giornalisti e tanti che erano lì fingendo interesse per l'arte ma pensando più che altro a farsi vedere.
Mia moglie era lì per sincero interesse per l'arte ma sembrava essere lì per farsi vedere, per quanto era bella ed elegante. Lo è quasi sempre, ma quella sera di più. Vestito nero, tacco alto, capelli raccolti. Me lo faceva venire duro solo a guardarla.
Glielo dissi, cercando di non sfociare subito sul volgare.
"Sei bellissima."
"Grazie." Sorseggiò il vino senza guardarmi.
"Non vedo l'ora di tornare a casa."
"Già? Ma non abbiamo ancora visto niente."
"No, è che ho voglia di scoparti."
Si girò. Mi guardò con un'espressione che conosco bene. Un po' di imbarazzo, Un po' di fastidio. Ma sicuramente si sentiva anche lusingata, ma lo voleva nascondere.
"Dai, smettila."
"Perché?"
"Perché siamo in mezzo alla gente."
"Mica lo sanno, e poi ti ho detto che voglio andare a casa, non ho detto di farlo qui."
"Dai, smettila lo stesso."
Mi limitai a guardarla e ad immaginare quello che volevo farle. Nella fantasia glielo facevo lì, davanti a tutti. Mi guardai attorno, immaginando le reazioni.
Fu in quel momento che la vidi.
Alessia.
Era dall'altra parte della sala, in piedi davanti a una grande tela, con un bicchiere in mano e un vestito borgogna che lasciava ben intuire come fosse il suo fisico. Era bella anche lei. Cazzo se era bella. La reazione del mio corpo era uguale a quella causata da mia moglie, ma la mia mente disse che non avrei dovuto.
Per un attimo la immaginai accanto a mia moglie, nella mia fantasia ad occhi aperti. Loro due insieme, tutti che le guardavano. Poi scacciai il pensiero.
Ma Alessia ci aveva già visti.
Si mosse verso di noi come se ci fossimo dati appuntamento lì. Abbracciò mia moglie. Si baciarono sulle guance, ma non nel modo veloce in cui ci si saluta tra amici. Durò un secondo in più. Le mani di Alessia restavano sulla schiena di mia moglie un secondo in più. Si intuiva una intimità diversa, qualcosa più che amiche. Qualcosa di sottilmente sensuale.
Mi guardai intorno. Nessuno sembrava averci fatto caso. O forse sì e fingevano di no, come facevo io.
"Stai benissimo." disse Alessia a mia moglie. Poi la guardò dall'alto in basso. "Questo vestito è perfetto per te, te l'avevo detto."
La conosceva già. Forse l'avevano comprato insieme o glielo aveva già fatto vedere. Una testimonianza di complicità che mi diede una fitta di gelosia più forte che l'immaginarle che scopavano.
Mia moglie sorrise. Un sorriso diverso da quelli che mi riservava quando le facevo io i complimenti.
"Grazie." disse. E questa volta non era un grazie distratto.
Io annuii, istintivamente, come per ribadire che lo avevo detto prima io.
Alessia mi guardò. "Ciao."
"Ciao." risposi. Meno calore fra noi due.
Poi Alessia si avvicinò a mia moglie e le disse qualcosa nell'orecchio. Mia moglie ascoltò. Non cambiò espressione, ma le salì un leggero rosa alle guance. Alessia si raddrizzò, sorrise a entrambi e si allontanò verso il lato opposto della sala.
"Cosa ti ha detto?"
"Te lo dico dopo, sta iniziando il discorso." tagliò corto.
Aveva ragione. Un uomo con gli occhiali si era piazzato davanti a un microfono e stava cominciando a ringraziare enti e sponsor per aver reso possibile il recupero di quel palazzo e l'organizzazione di quella mostra. Finsi di ascoltare con interesse, lasciando stare mia moglie.
Ripresi il discorso dopo. Quando il tipo col microfono aveva finito e quelli dopo di lui anche e la gente aveva ricominciato a muoversi, mangiare, bere e chiacchierare.
"Allora? Cosa ti ha detto Alessia?"
Mia moglie portò il bicchiere alla bocca prima di rispondere. Era vuoto. Stava solo prendendo altro tempo.
"Mi ha chiesto di tornare a casa con lei stasera."
La mia pancia si tirò come per resistere ad un colpo improvviso.
"E tu cosa le hai risposto?"
"Non le ho risposto."
"Ma la risposta la sai già."
Lei mi guardò. "Sì."
"E qual è?"
Pausa. "La sai già anche tu."
Sentii un vuoto salire dalla pancia al petto. Non ero sorpreso. Era una delusione preventiva di chi si era messo a fantasticare sapendo che la realtà non sarebbe stata quella.
"Non puoi dirle di no?" La mia voce uscì più patetica di quanto volessi. "Sei mia moglie. Dovresti tornare a casa con me. Volevo scoparti. Se hai voglia di godere stasera ti faccio godere io."
Si avvicinò leggermente. Abbassò la voce.
"Mi dispiace."
"Mi dispiace non è una risposta."
"Lo sai come funziona."
"No." mentii con tono freddo. "Come funziona?"
"A lei non so dire di no. È così il nostro rapporto. È basato su quello."
"E a me sì, invece?"
"Non è che dico no a te. È che a lei non riesco proprio. Funziona così. È quello che mi piace di lei. È questo tipo di rapporto che mi attrae di lei. Tu non c'entri niente."
"Me ne sono accorto."
"Dai, hai capito cosa intendo. E lo sai che ti amo. Ne abbiamo già parlato."
Annuii rassegnato. Era inutile continuare quel discorso. Presi un bicchiere di vino dal vassoio di un cameriere che passava. Lo bevvi quasi tutto in una volta. Era acidulo e non mi piacque.
Più tardi mi ritrovai davanti a una tela grande, quasi tutta nera con una striscia rossa nel mezzo. Non che ci capissi molto, ma era una zona con poca gente e mi ero voluto isolare un attimo. Mia moglie aveva incontrato una collega e si era messa a chiacchierare.
Poi sentii dei passi avvicinarsi. Scarpe col tacco.
Alessia si fermò accanto a me. Guardò la tela.
"Interessante." disse.
"Già." risposi sarcastico.
Silenzio di qualche secondo.
"Senti," dissi cercando di avere un tono risoluto e non patetico, "lasciamela stasera. Non portartela a casa. Volevo passare la serata con mia moglie."
"È tua moglie a decidere." continuava a guardare la tela. "Parlane con lei."
"L'ho fatto."
"E allora hai la risposta."
"Non puoi rinunciarci per questa sera?"
Si girò verso di me. Mi guardò come si guarda chi è lento a capire le cose.
"Sai perché sei venuto a dirlo a me invece che insistere con lei?"
"Perché?"
"Perché sai che lei non riesci a convincerla. E non la convinci perché devi convincere prima te stesso. Prima di provare con lei, devi trovare un modo per crederci anche tu."
"Non capisco cosa stai dicendo."
Tornò a guardare la tela. Fece un mezzo passo avanti. Uno di lato. E poi il suo corpo arretrò fino a toccare il mio. Il suo culo, attraverso il vestito borgogna, premette contro il mio pube.
Avrei potuto arretrare a mia volta. Non lo feci.
Lei non si girò. Continuò a osservare la striscia rossa sulla tela nera.
"Interessante il modo in cui il rosso taglia il nero." disse a voce normale. "Netta, quasi violenta."
Mosse il culo. Appena. Quanto bastava.
Sentì quello che c'era da sentire.
Lo sentii anch'io.
Allora si girò. Mi guardò dal basso verso l'alto, con un lato della bocca piegato in un accenno di sorriso.
"Vedi che ragione?" disse piano. "Sei duro. Sei eccitato adesso. All'idea di tua moglie con me. A meno che non ti ecciti con il rosso come i tori." Fece una pausa. "Quindi non vuoi davvero che lei mi dica di no. Ti piace avere una moglie che non sa dire di no all'amante. Ti piace, e non vuoi ammetterlo, e quindi vieni a protestare con me."
Non risposi. Non avrei saputo come.
Lei si girò di nuovo verso la tela e mi ignorò.
Me ne andai con la coda tra le gambe. Letteralmente, anche se era dura. Mentendo a me stesso sulla veridicità della sua analisi psicologica su me stesso.
Le accompagnai al parcheggio. Mia moglie si fermò davanti alla macchina di Alessia.
"Torna a prendermi più tardi."
"Quando?"
"Fra due o tre ore. Ti scrivo."
"Va bene."
Alessia aprì lo sportello e mi guardò sopra il tetto della macchina.
"Vai a casa. Riposati." Sorrise. "Siediti sul divano e segati pensando a noi."
Lo disse col tono soddisfatto di chi ha vinto.
Chiusi io lo sportello dalla parte di mia moglie, con un gesto che era galante ma che certificava la mia sconfitta. Poi le guardai partire.
A casa andai effettivamente a sedermi sul divano. Restai al buio, senza accendere luci. Avevo altri piani per quella sera, magari anche proprio sul divano, prendendo lì mia moglie. Invece presi il telefono.
Cercai quello di cui avevo bisogno. Non ci volle molto. Porno lesbico prima, poi mi spostai su roba con due donne e un uomo, e non so dire quale delle due cose mi eccitasse di più. Non cercai il piacere immediato, andai senza fretta, guardando lo schermo piccolo e tenendomi eccitato. Avevo almeno un paio d'ore da far passare e se mantenevo costante l'eccitazione sarebbero passate senza troppi pensieri. Se invece fossi venuto il calo di eccitazione mi avrebbe devastato.
A un certo punto mi accorsi che lo schermo del telefono era spento. Anzi che il telefono non ce l'avevo più in mano e neanche il cazzo. Mi ero addormentato.
Lo riaccesi ed erano le tre e un quarto di notte.
Nessun messaggio.
Aspettai cinque minuti. Poi scrissi: vengo a prenderti, salii in macchina e guidai nella città vuota. Semafori gialli lampeggianti, qualche taxi, nessuno sui marciapiedi. La gente era a dormire, qualche fortunato a scopare.
Parcheggiai sotto casa di Alessia. Guardai il telefono. Il messaggio non era stato letto.
Chiamai.
Cinque squilli. Sei. Sette.
Risposta.
Una voce di uomo.
Rimasi in silenzio per un tempo che mi sembrò lungo. Non potevo aver sbagliato numero.
"Sono il marito di Giulia."
"Sì, l'ho letto sul display." La voce era tranquilla. "Sono il marito di Alessia."
Non capii subito. "Pensavo che Alessia non fosse più..."
"Siamo separati. Ci vediamo ancora ogni tanto." Pausa. "Per certe cose."
Non chiesi per quali cose. La risposta era una di quelle cose che si capiscono senza dirle.
"Sono sotto casa. Sono venuto a prendere mia moglie."
"Sali." disse. E riattaccò.
Entrai nel portone, salii le scale, bussai al piano giusto.
Aprì lui.
Un po' più vecchio di tutti noi. Pelato. Indossava una camicia e sotto era nudo. Mi venne in mente sua moglie, o meglio ex, con lo stesso outfit, nella mia cucina.
Gli guardai il cazzo, istintivamente, per quella smania di confronto maschile che alimenta ego e insicurezza. Era un cazzo che aveva lavorato quella sera. Si capiva.
Abbozzai di dargli la mano, ma poi non mi sembrò il caso. Lui si limitò ad indicare il corridoio, dove si vedeva un po' di luce uscire da una porta aperta.
La camera era in penombra. Alessia era in piedi accanto al letto, nuda, e mi fece segno con la mano di non fare rumore e di avvicinarmi.
Mia moglie dormiva prona sul letto. Nuda. I capelli sparsi sul cuscino. Accanto a lei, sul lenzuolo, c'erano cose. Lingerie, tubetti di lubrificante, un dildo, una cinghia per strapon, uno strapon, un preservativo non usato, uno usato.
"Che avete fatto?"
Alessia alzò le sopracciglia. "Non si capisce?"
"Intendo, ma tuo marito..."
"Ex marito."
"Ex marito. Che ci fa qui? Che mi apre la porta mezzo nudo, poi."
"Scusalo, è poco formale." disse ridendo, poi aggiunse. "Lo ha voluto tua moglie."
"In che senso?"
"Voleva fare una doppia. Ho chiamato lui, come altre volte."
"Una doppia?"
"Cazzo in figa, strapon in culo, o viceversa. Hai presente?" rispose prendendomi per il culo, per restare in tema.
Rimasi fermo dov'ero. Guardai mia moglie che dormiva. Guardai il lenzuolo. Poi tornai ad Alessia.
"Ma perché non con me?"
Lei inclinò la testa di lato. "Non tutte riescono a fare una doppia con la persona con cui fanno colazione ogni mattina."
"E che cazzo..."
"Dai." Indicò verso il letto. "Svegliala. Riportatela a casa. Alla fine torna sempre, di questo dovresti essere fiero. La colazione ogni mattina la fa con te."
Mi avvicinai al letto. Mi ci sedetti sopra piano. La guardai. Il culo nudo, le cosce, la fica arrossata e ancora umida. Sentii qualcosa di non razionale prendere il sopravvento in modo tranquillo e inesorabile.
Mi chinai. Le baciai un fianco. Poi il culo. Lo leccai. Scesi fra le gambe.
Si mosse.
"Sì." disse. La voce bassa, assonnata. "Ancora."
Non aveva aperto gli occhi. Non sapeva chi fossi. Ne voleva ancora, non importava da chi.
Non feci in modo di farmi riconoscere.
Mi spogliai in silenzio, tenni solo la camicia. Mi posizionai su di lei. La penetrai lentamente da dietro nella figa umida e accogliente.
Gemette. Si mosse sotto di me.
Alessia rimase lì. Si sedette sul bordo del letto, a fianco a noi. Ci guardò un secondo. Poi allungò una mano. Me la posò sul culo. La lasciò lì. Poi la mosse verso il centro. Le dita scivolarono tra le chiappe. Il pollice si posizionò sull'ano, le altre dita raggiungevano le palle penzolanti.
La lasciai fare anche se ne intuivo le intenzioni.
Continuai a muovermi su Giulia. La mano di Alessia accompagnava il movimento senza opporre resistenza, senza affondare, almeno finché io, come stavo facendo, andavo avanti e indietro in modo controllato, leggero.
La stimolazione c'era lo stesso. E mi piaceva, e non volevo che si capisse quanto mi piaceva.
Mia moglie godeva piano sotto di me. Non so se a quel punto mi avesse riconosciuto, forse non le interessava proprio.
Alessia non diceva niente.
Io cercavo di tenere il movimento breve e lento, di non andare fino in fondo, di non arretrare troppo, in un senso e nell'altro. Se avessi scopato mia moglie come mi stava venendo voglia di fare, mi sarei inevitabilmente aperto anche per il dito di Alessia.
"Di più..." sussurrò Giulia.
Non ce la facevo più.
Mi fermai. Guardai Alessia.
"E dai." dissi. La voce uscì meno dura di quanto volessi. "Fai quello che devi fare."
Indicai con un cenno la sua mano.
Lei mi guardò. Sorrise.
"No." disse. "Preferisco che te lo faccia da solo."
E diminuì leggermente la pressione del dito sull'ano. Il minimo necessario e cambiò posizione alla mano. Le dita che puntavano verso di me erano diventate due, forse tre.
Chiusi gli occhi. Ripresi a muovermi. Un movimento più ampio adesso. Completo.
Mia moglie alzò i gemiti di un tono.
Io andai avanti e indietro e sentii le dita di Alessia seguirmi, e ogni volta che tornavo indietro andavano più in profondità, e ogni volta non era per colpa sua.
Sborrai con una violenza che non mi aspettavo. Mia moglie godette quasi nello stesso momento. La riempii, forse l'unica cosa che gli altri due non le avevano fatto quella sera.
Restai fermo qualche secondo. Poi mi tirai su.
Alessia era ancora seduta sul bordo del letto. Aveva un'espressione soddisfatta che non era esibita, era genuina, il che era peggio. Compresi il fascino che aveva per mia moglie.
Mia moglie si tirò su lentamente. Trovò il vestito. Cominciò a rivestirsi con quella lentezza sonnambula di chi lo fa senza svegliarsi del tutto.
Alessia mi guardò e poi si avvicinò per parlarmi nell'orecchio.
"Dovresti provare a convincerla a farlo in tre. Lei, tu e io." Lo disse con la stessa naturalezza con cui ci si organizza per uscire a cena. "A me va bene. A patto che tu sia flessibile."
"Flessibile?"
"Come mio marito." indicò verso il corridoio. "Ma visto come hai accolto le mie dita, credo tu lo sia già."
Poi raccolse dal letto lo strapon: "Questa sera non l'ho usato solo su tua moglie."
Guardai mia moglie che si rimetteva le scarpe seduta sul letto.
Risposi ad Alessia: "Ok, a patto che anche tu sia flessibile con me."
"Cioè?"
"Allo stesso modo. Voglio il tuo culo."
Non mi rispose. Si limitò a sorridermi. Poi aiutò mia moglie ad alzarsi, incerta sui tacchi.
Non so alla fine chi avesse vinto quella sera. Forse alla fine un pareggio l'avevo strappato. O forse era solo un grande gioco senza vincitori né vinti. O solo vincitori.
"Non vuoi davvero che lei mi dica di no. Ti piace avere una moglie che non sa dire di no all'amante. Ti piace, e non vuoi ammetterlo, e quindi vieni a protestare con me."


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